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1919, PACI DI PARIGI. A peace to end all peace

29.12.2018

di Franco Cardini

La storia rappresenta la razionalizzazione della nostra memoria: senza di essa, una società civile non può sopravvivere perché senza la conoscenza di esso non si comprende il presente e non si progetta nessun possibile futuro.

D’altronde, se la storia è oggi in crisi chi è cosciente della sua importanza deve stare al gioco e accettare la sfida: pur di scendere in lizza con il popolo degli orecchianti e dei maniaci, pur di misurarsi con i semicolti e con i refrattari. Alla gente che detesta la “storia che s’insegna nelle scuole” (e che notoriamente “non serve a nulla”) piacciono invece le storie di swords and dragons e le saghe paesane in costume pseudomedievale? Cerchiamo di far rientrare dalla finestra il vero medioevo cacciato dalla porta perché il popolo delle play-stations non sa che farsene. I politici e i media amano la storia a metà tra la retorica e la celebrazione consumistica che è quella fatta “per centenari”, per cui il 2018 è stato “magico” in quanto è stato contemporaneamente il centosettantesimo del 1848, il centenario del 1918 e il cinquantesimo del 1968, tre Anni Mirabili? Docenti universitari, autori di libri, case editrici e librai hanno fatto di tutto per avvantaggiarsene: con qualche risultato. Stiamo al gioco anche in quel caso.

Per esempio, il 2019 si annunzia inaspettatamente ghiotto per i cultori di coincidenze numeriche. Centenario delle “paci di Parigi” e ottantesimo della crisi tedesco-polacca e dell’inizio della seconda guerra mondiale. Volete qualcosa di più paradossale, di più contraddittorio, di più provocatorio?

C’è addirittura un che di amaramente umoristico, in tutto ciò. Il sistema di trattati tra vincitori e vinti elaborato tra 1919 e 1920 in differenti località prossime alla Ville Lumière e conosciuto quindi globalmente sotto il nome globale di “paci di Parigi” fu presentato come “una pace per eliminare una volta per tutte qualunque guerra”. Esso è stato viceversa ribattezzato con crudele ironia da un grande specialista, David Fromkin, a peace to end all peace. Esso era stato concepito da colui che ne fu il grande mediatore e il primo realizzatore, il presidente statunitense Thomas Woodrow Wilson.

Austero e inflessibile studioso figlio di un pastore protestante e testimone oculare, giovanissimo, della Guerra di Secessione statunitense, Wilson si era trovato  alla guida degli Stati Uniti allo scoppio della guerra mondiale, nel ’14. Dopo due anni, con il suo  partito repubblicano lacerato dalle divisioni interne, era stato  rieletto presidente: il motto della sua seconda campagna elettorale fu He kept us out of war, “ci ha tenuti fuori dalla guerra”. Ottenuta la riconferma il 5 novembre 1916, esattamente dopo cinque mesi egli dichiarò guerra alla Germania, il 6 aprile 1917 sulla base di una decisione che fu molto criticata e parve pretestuosa. Parve che il presidente si fosse andato convincendo dell’estrema pericolosità della potenza germanica per la pace internazionale: egli era difatti un pacifista convinto,  ma era anche un non meno convinto anticolonialista e sapeva bene che i suoi alleati in guerra, inglesi e francesi, erano al contrario dei fautori del rafforzamento del sistema coloniale. Un altro degli idoli polemici di Wilson era il nazionalismo, che della guerra scoppiata nel ’14 era stata una delle cause. Per combatterlo, egli riteneva che ricetta magica universale fosse il principio che ogni nazione dovesse diventare sovrana e che a ogni nazione spettasse uno stato libero: quindi tutte le nuove compagini, unite nel “parlamento mondiale” della “Società delle Nazioni”, avrebbero garantito al mondo pace e giustizia per un tempo illimitato. 

Ma il tentativo wilsoniano di metter pace tra i popoli cozzò contro la lettera e la sostanza dei trattati di pace, che addossavano unilateralmente alla Germania tutte le responsabilità del conflitto e che, le sottraevano i territori dei bacini carboniferi e ferrosi che erano i soli a permetterle di risorgere e, al tempo stesso, di pagare i gravosissimi debiti di guerra che le erano stati imposti.

La Germania fu troppo duramente soggetta alla legge delle riparazioni di guerra con pretese di debiti per montagne di sterline oro e pesanti decurtazioni territoriali, come la cesura nella continuità territoriale a causa del "corridoio" di Danzica, che separava dal territorio nazionale la provincia prussiana orientale: causa non ultima del successo del nazionalsocialismo che prometteva la rinascita nazionale sulla base delle rivendicazione della dignità tedesca. Hitler non è stato inventato nei circoli wagneriani di Bayreuth né all’interno delle fumose birrerie di monaco, bensì nelle sale della pace di Parigi.

Invece la penisola balcanica, che in omaggio al principio wilsoniano dell’autodeterminazione e della sovranità di tutti i popoli avrebbero dovuto diventare un mosaico di piccoli stati, vennero assoggettati alla potenza egemonica serba: ciò aprì un contenzioso che a sua volta, non meno di quello del quale era protagonista la Germania, si sarebbe risolto tragicamente solo con le seconda guerra mondiale.

Infine il Vicino oriente, una volta distrutta la potenza ottomana che lo teneva forse brutalmente comunque pacificamente insieme, divenne una polveriera anche perché intanto si era scatenata la corsa al petrolio mentre agli arabi era stata promessa da inglesi e francesi nel 1916 l’unità e l’indipendenza mentre essi si videro giocati dal trattato Sykes-Picot che ridusse il Vicino Oriente a un’area di “mandati” suddivisi tra Francia e Inghilterra ulteriormente condizionata dall’impianto di un national home sionista in Palestina.

Si è potuto quindi sostenere che in realtà la seconda guerra mondiale fu solo la prosecuzione della prima e che si è dinanzi a una vera e propria “nuova guerra dei Trent’Anni” 1914-1945. Ma gli errori delle “paci di Parigi” nei confronti dell’Asia e dell’Africa, la decolonizzazione malamente condotta e seguita da una “ricolonizzazione” economico-finanziario-tecnologica, hanno determinato nel tempo tali e tanti squilibri, che ancor oggi perdurano, da farci quasi pensar di trovarsi ancora immersi in una “nuova guerra dei “Cent’Anni” scoppiata nel 1914 e della quale ancor oggi, oltre un secolo più tardi, non si vede ancora la fine.

Franco Cardini

Franco Cardini, storico e saggista italiano, ha insegnato Storia medievale all’Università di Firenze. Tra le sue ultime pubblicazioni: "Un uomo di nome Francesco" (2015); "I giorni del sacro. I riti e le feste del calendario dall'antichità a oggi" (2016).

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