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LINUS - La radio (sul web) batterà la televisione

di Linus

Un po’ di anni fa, quando internet cominciò a diffondersi, le cassandre e gli avvoltoi che giravano intorno al mondo radiofonico sostenevano che prima o poi la Rete
 avrebbe soppiantato la radio. Non è stato così. Internet, in realtà, la radio l’ha integrata. 
Intanto, perché consente di arrivare in posti
del mondo altrimenti irraggiungibili, con l’unico limite del fuso orario. È infatti paradossale che nel 2010 realtà come Radio Deejay abbiano bisogno di 500-600 ripetitori per farsi sentire in tutta Italia.

Una radio, per essere ascoltata, deve investire molto nel proprio segnale. Basti pensare che l’80% delle sue spese riguarda le frequenze: sono costi tecnici giganteschi. Gli stessi che impediscono l’esistenza di emittenti radiofoniche piccole e in qualche modo alternative. Oggettivamente, fare una web radio è molto semplice: basta avere un computer e dei monitor. Ma se non costa nulla realizzarla, commercialmente vale poco perché ha pochi ascoltatori. Una radio normale, quindi, dovendo spendere una fortuna nel segnale, ha la necessità di avere quei 2-3 milioni di ascoltatori utili a raggiungere il break even. Non a caso l’accusa mossa alla nostra radio, come ad altre, è di essere eccessivamente commerciali. E forse è per questo che il 99% delle radio più conosciute fa scelte medie e banali. Ma è inevitabile se vuoi mantenere l’impianto acceso. Ecco perché internet è una grande opportunità. Perché il giorno in cui il segnale potrà essere trasferito soltanto attraverso la Rete – e non credo manchi molto – i costi relativi alle frequenze saranno finalmente abbattuti. Non solo. Si avrà una libertà d’azione maggiore. E allora sì che la radio ritornerà alla sua essenza originaria, che in fondo è fatta da qualcuno che parla in un microfono e mette una canzone. Già in Inghilterra o negli Stati Uniti lo speaker è ritornato a fare tutto da solo, proprio come negli anni Settanta. In Italia, pur se i tempi sono maturi, non c’è ancora la volontà di passare da una diffusione di segnale più tradizionale a una più moderna. Del resto, si sa, la radio resta la cenerentola dei media, a differenza della televisione dove da sempre si combattono grandi battaglie.

Internet e il nuovo modo di fare radio. Le nuove tecnologie hanno cambiato le abitudini degli ascoltatori in due aspetti fondamentali. Innanzitutto, la facilità di avere ogni tipo di musica a disposizione ha fatto perdere alle radio il ruolo di talent scout di nuovi gruppi e cantanti. Il secondo cambiamento riguarda il facile accesso nel partecipare e nel sentirsi protagonisti. Internet, insieme ad altre forme di comunicazione, ha portato sulle radio una pressione notevole da parte del pubblico. Penso alle email, ai social network, agli sms e a tutto quello che dà supporto a questa “orgia” partecipativa. Siamo tornati al tempo delle dediche travestite da sms o email. È impossibile prescindere da questo. Ma può essere anche pericoloso. Mi spiego: quando fai un mestiere che ha una componente artistica – perché la radio a suo modo è parente di una qualche forma d’espressione artistica – non dovresti essere influenzato e pressato da quello che l’audience chiede e vuole. Il pubblico può diventare un freno. Difficilmente la massa è propositiva. Semmai tende a ripetere certi cliché e modelli. Il segreto sta nell’essere furbi a usare gli ascoltatori e nel non esserne usati. Durante il programma di due ore che conduco la mattina ricevo circa 1.500 messaggi. L’uso che ne faccio è abbastanza strumentale. Quelli che leggo li scelgo non tanto per accontentare chi li invia, quanto piuttosto perché c’è scritto qualcosa che può piacere ad altri che in quel momento ti ascoltano. Comunque, a parte email, Facebook, Twitter, il grande merito di internet è l’aver portato il podcast. Lo reputo uno strumento fantastico: consente a tutti di spezzettare e ricostruire un palinsesto a seconda dei propri gusti e delle proprie disponibilità.

 

Divertire, informare e... Ogni radio ha una sua missione. Se, come nel nostro caso, fai una radio la cui missione è essere moderna, divertente e originale, la musica deve rispecchiare queste tre caratteristiche. Perciò, non devi aver paura di mettere Lady Gaga e affiancarla, che so, a un Demetrio Stratos. Ovvio che ci sono campi confinanti e altri che non possono coesistere. È anche vero che chi segue con attenzione la musica ha altri veicoli attraverso cui cercarla. Non è più compito delle radio private e delle radio commerciali proporre novità. Da parte nostra, cerchiamo di muoverci con un atteggiamento propositivo. Ma abbiamo anche dei limiti oltre i quali non andiamo. E sono quelli relativi a una certa omogeneità musicale, artistica e di target.

Anche nella scelta dei personaggi da intervistare siamo abbastanza attenti. Lo scopo principale del mio programma è divertire informando, fare dell’infotainment, per dirla con questa tremenda parola. Chi ascolta Linus e Nicola Savino, tutto sommato, lo fa perché siamo due simpatici compagni di merende. Per questa ragione quando mi propongono personaggi da ospitare cerco di capire se sono in linea con il mio target di ascoltatori. Per esempio, trovo difficile intervistare gli attori. Faticano a lasciarsi andare, con il rischio di risultare poco comunicativi. Alla base, in realtà, c’è un problema molto italiano. La colpa non è soltanto dell’intervistato che è sempre sulla difensiva, ma anche dell’intervistatore che spesso è impreparato e non sa cosa chiedere. In questo senso trovo interessante guardare lo show del leggendario David Letterman. Mi piace vedere il modo in cui gli ospiti si mettono a sua disposizione. Nella televisione italiana, un mondo meraviglioso fatto di dilettanti allo sbaraglio, è difficile trovare programmi del genere. Certo, c’è la Cabello, tra le più brave. E ancora, la Bignardi. Oppure Fazio, anche se il suo Che tempo che fa è una sorta di “bar dei soliti amici”, uno spazio che si è ritagliato, icona di una certa sinistra con il maglioncino di cashmere. Il fatto è che in Italia a tutti i costi c’è il bisogno di sentirsi schierati e militanti per qualcosa. All’estero non esiste. Nella tv francese o inglese difficilmente si potrà capire che il conduttore è di destra o di sinistra. Purtroppo negli ultimi anni la televisione italiana è stata talmente violentata e affidata a dilettanti che i risultati sono questi. A Mediaset da vent’anni comandano quelli di Publitalia. La Rai è il rifugio di gente che, se non facesse quello, non farebbe assolutamente niente. D’altronde, la sua storia è fatta da signori “nessuno” che da un giorno all’altro diventano presidenti e direttori generali; poi spariscono e ne arrivano altri altrettanto sconosciuti. Dove sono le grandi figure storiche? La Rai fino agli anni Settanta era un posto meraviglioso, dove andavano in onda soltanto quelli bravi. Adesso invece con la scusa dell’Auditel... Per cui il problema non è che ci sono programmi come Amici, ma che c’è soltanto quello. Sono convinto che chi fa parte del mondo della comunicazione dovrebbe avere il diritto e il dovere di muoversi fra vari media, magari con la consapevolezza che in qualcuno riesce meglio e in qualcun’altro peggio. A me, per esempio, di sicuro fare radio viene più facile. Ma mi piace anche fare televisione. Solo che in Italia, come ho detto, è difficile. Allora preferisco la radio che, oltre a essere più semplice e in un certo senso più libera, ha il fascino di essere immediata e non avere nessuno tra chi parla e chi ascolta.

Mai dire ai giovani quello che devono fare. Ho la sensazione, però, che la radio non sia nella short list dei desideri di un teenager. Penso che la radio abbia come biglietto d’ingresso la patente: fino ai 18 anni un ragazzo difficilmente ascolta la radio; dai 18 in poi, quando comincia a guidare, si accorge della sua esistenza. Tuttavia, quando si parla di giovani, bisogna capire qual è il target di riferimento, visto che c’è la tendenza a essere giovani più a lungo. Ormai la nostra platea radiofonica ha un’età media che va dai 25 ai 35 anni, negli ultimi anni salita a 40. Dal mio punto di vista il rapporto con i giovani è complicato. Confrontarsi con loro significa non pretendere di dirgli che cosa devono fare. Questo l’ho imparato da tempo, prima ancora di compiere 50 anni. Faccio un esempio: raramente mi sono prestato a fare il testimonial di campagne sulla sicurezza stradale, contro il consumo di alcol o di droghe, perché trovo che siano inutili. L’ultima cosa che un ragazzo voglia sentirsi dire è ciò che non deve fare. Anzi, è il modo migliore per spingerlo a fare un’azione. Funziona molto di più il buon esempio. Se si riesce a diventare un modello di riferimento, allora sì che a quel punto i tuoi atteggiamenti possono influenzare un comportamento. E un modello di riferimento lo si diventa non cavalcando brutte abitudini. Purtroppo, però, stili di vita abbastanza deprimenti sono sempre più diffusi. Il “caso Corona” è emblematico. Il suo stile ha sicuramente legittimato tanta gente a sentirsi in diritto di avere le sue stesse aspirazioni. Senza capire che Corona, se ha quello che ha – posto che quello che ha abbia qualche valore – è perché è un figlio di papà. È entrato presto in un certo giro e, una volta entrato, ha pensato bene di “arraffare l’argenteria”. Attenzione: non è mia intenzione fargli la morale. Quello che considero triste è il fatto che venga preso a modello o se ne cavalchi il successo con la scusa, magari, di fare approfondimento. Alla fine sono tutti complici: le trasmissioni televisive che lo ospitano, i giornali che gli dedicano le copertine, le discoteche che lo chiamano per le serate. Insomma, il problema non è Corona, piuttosto quelli che lo legittimano parlandone e ospitandolo. Inutile dire che viviamo in un’epoca dove per arrivare al successo vince la strada della scorciatoia e dei piccoli trucchi contro quella fatta di fatiche e di impegno.

Alla ricerca di nuovi talenti. Nei miei programmi non ospiterei mai giovani esordienti. Non è il mio mestiere. Eppure nel mio piccolo mi sento un talent scout. Cerco i talenti perché mi servono, e periodicamente ho bisogno di un vivaio per rinnovare la prima squadra. Credo sia più bello inventarsi un personaggio che non prenderne uno già super affermato. Ma seguo logiche differenti da quelle dei talent show televisivi. D’altronde, è pretestuoso voler affidare a programmi come Amici o XFactor il compito o la missione di inventare nuovi personaggi. I miei talenti preferisco coltivarli in casa.

(Testo raccolto da Katia Biondi)

 

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