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Primo Levi e il sacro, questione da riaprire?

10.07.2019

A cent’anni dalla nascita, recenti studi mettono in dubbio le definizioni ormai logorate dello scrittore: il laico-ebreo o l’agnostico tardo-positivista.
Il rapporto con la religione ebraica e con quella cristiana: alcuni critici a confronto.



Dio e la preghiera sputata di Marco Belpoliti

Nel silenzio della baracca che segue la selezione degli uomini, Primo Levi sente il vecchio Kuhn che prega. Lo fa ad alta voce e tenendo il berretto dei deportati in testa. Dondola il busto con violenza alla maniera dei vecchi ebrei. Kuhn sta ringraziando Dio perché non è stato scelto. La reazione del giovane chimico torinese finito in Lager e rinchiuso nel medesimo campo è secca: Kuhn è un insensato. Nella cuccetta accanto Beppo, un greco di vent’anni, è stato invece scelto per essere inviato alle camere a gas, cosa che accadrà l’indomani mattina. Se ne sta sdraiato e fissa la lampadina senza dire nulla e senza pensare nulla. Levi si chiede: non lo sa il salvato che la prossima volta toccherà a lui? Non capisce Kuhn che è accaduto un abominio e «che nessuna preghiera propiziatoria, nessun perdono, nessuna espiazione dei colpevoli, nulla insomma che sia in potere dell’uomo di fare, potrà rinascere mai più?». La conclusione di Levi è dura e forte: «Se fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Kuhn».

Non ci sono molti altri passi nell’opera di Primo Levi, comprese le interviste, dove figura Dio e l’atto religioso della preghiera come in questo finale del capitolo Ottobre 1944 inserito nel suo primo libro, Se questo è un uomo, uscito nel 1947 per la prima volta. L’interpretazione di questo brano non è difficile: Levi aborrisce la preghiera come ringraziamento per qualcosa che è accaduto a proprio vantaggio. Tuttavia non è solo questo. Dice chiaramente che nell’anus mundi di Auschwitz la preghiera non può essere un gesto superstizioso o apotropaico per uso personale – la preghiera propiziatoria.
Il brano più che svelare qual è la visione religiosa dello scrittore torinese dice che Dio non può essere in alcun modo, per dirla con Dietrich Bonhoeffer, «il dio tappabuchi». Di più: l’abominio commesso in quel luogo, Auschwitz, non ha nessuna possibilità di essere perdonato o espiato dai colpevoli, e inoltre l’uomo non ha nessun potere di risanare quello che è accaduto. La preghiera è impotente davanti a tutto questo e invocare Dio è blasfemo. Cos’altro vuol dire l’espressione: «sputerei a terra la preghiera», se non questo?

L’autore di Se questo è un uomo non parla spesso della religione, neppure della propria, quella in cui è stato allevato e educato, almeno fino ai dodici anni, ovvero l’ebraismo. C’è un altro momento in cui l’ebraismo entra in scena in modo potente, quando nelle prime pagine del libro racconta la cerimonia funebre della baracca 6A abitata dalla famiglia Gattegno di Tripoli, di professione falegnami. Si tratta del congedo dalla vita prima della partenza per il Lager dove i bambini e le persone inabili per il lavoro saranno immediatamente mandati alla camera a gas e sterminati. Seguendo il costume dei padri, la famiglia Gattegno, famiglia allargata, si siede a terra in cerchio e dà il via alle lamentazioni secondo il rito ebraico: tutti pregarono e piansero, scrive Levi. Una preghiera diversa da quella di Kuhn, perché non è un ringraziamento per la buona sorte, bensì un congedo dalla vita.
Gli altri ebrei rinchiusi nel campo di Fossoli, in cui avviene la scena, si affacciano alla porta della baracca e guardano. Anche il laico Primo Levi è tra loro. Egli conclude la descrizione della scena con queste parole: «Noi sostammo numerosi davanti alla loro porta, e ci discese nell’anima, nuovo per noi, il dolore antico del popolo che non ha terra, il dolore senza speranza dell’esodo ogni secolo rinnovato». Il passo è esplicito: l’ebreo torinese Levi non conosceva sino a quel punto della sua vita il dolore dell’esodo. Primo appartiene alla borghesia della sua città, sono ebrei in gran parte integrati. Molti sono avvocati, medici, commercianti, dei borghesi insomma. Non come gli ebrei orientali la cui esistenza Levi scoprirà nel Lager di Monowitz. Gli ebrei di Torino non appartengono neppure all’ebraismo nordafricano, come i Gattegno.

In un passo de La tregua Primo suscita la perplessità di due ragazze ebree incontrate dopo l’uscita dal Lager: ma che ebreo sei se non sai lo yiddish?, gli dicono. Non lo conosce ancora, ma lo studierà decenni dopo per scrivere un libro, Se non ora, quando?. La famiglia Levi è laica. L’ebraismo è più un’appartenenza sociale che non una fede religiosa – se l’ebraismo può essere considerato una “religione” e non piuttosto un modo d’essere e di vivere. In più di un’intervista lo scrittore oramai adulto ha spiegato che è stato religioso, cioè secondo il parametro di coloro che sono stati educati nella religione cattolica, solo nel periodo tra gli undici e i dodici anni, nel momento in cui ha ricevuto la sua iniziazione, il Bar Mitzvah.
Poi ha cessato di essere credente. In varie interviste ha sostenuto che la fede in Dio, nel Dio dell’ebraismo, se ancora sussisteva, è finita in modo totale dopo l’esperienza del Lager. Come altri ebrei passati per il campo di sterminio, o altri che invece si sono salvati, dopo Auschwitz ha ritenuto impossibile pensare che ci fosse un Dio. Se Dio ci fosse stato, ha detto una volta, non avrebbe certo permesso l’abominio del Lager. In questo senso la frase finale del capitolo Ottobre 1944 è dura, ma non definitiva. Se non c’è Dio, come si può sputare la preghiera di Kuhn a terra?

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Marco Belpoliti, Alberto Cavaglion, Giovanni Tesio, Alessandro Zaccuri

 
Primo Levi e il sacro, questione da riaprire?
autore: Marco Belpoliti, Alberto Cavaglion, Giovanni Tesio, Alessandro Zaccuri
formato: Articolo
A cent’anni dalla nascita, recenti studi mettono in dubbio le definizioni ormai logorate dello scrittore: il laico-ebreo o l’agnostico tardo-positivista. Il rapporto con la religione ebraica e con quella cristiana: alcuni critici a confronto.
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