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De Gasperi e l'Europa

di Romana Maria De Gasperi

Il 25 marzo 1954 Alcide De Gasperi riceveva Conrad Adenauer nella casa di Castel Gandolfo. Quando si salutarono all'ingresso del breve giardino mio padre prese affettuosamente la mano al Cancelliere dicendo: «Noi due dobbiamo vivere ancora due anni. Quando l'Europa sarà unita potremo andare definitivamente a riposo ».

Sono passati ventiquattro anni da allora e l'Europa è ancora alla ricerca della sua unità. Ci possiamo chiedere come due uomini, di cosi lunga esperienza politica e profonda conoscenza delle cose umane, potessero illudersi su un termine tanto breve.

De Gasperi moriva pochi mesi dopo questo colloquio mentre crollava la Ced. Veniva meno all'Italia un uomo di profonda fiducia nell'avvenire europeo, un pungolatore tenace ed insistente negli incontri internazionali. Sono sue le parole: «Parliamo, scriviamo, insistiamo, non lasciamo un istante di respiro: che l'Europa rimanga l'argomento del giorno ». Perdeva quindi Adenauer un forte alleato, mentre l'apporto decisivo di Robert Schuman diveniva più debole per la mutata situazione politica francese.

Oggi potremmo domandare a noi stessi se ha ancora senso rivedere o ripensare le idee di De Gasperi sull'integrazione europea; o se le condizioni economiche, sociali e forse gli egoismi nazionali che hanno turbato l'equilibrio difficile di un nascente interesse comunitario, abbiano sovvertito o accantonato quella costruzione ideale che i padri dell'Europa unita avevano iniziato.

Una fede che parte da lontano
La grande visione di un'unità degli stati europei non fu per De Gasperi un sogno dell'ultima ora, ma una convinzione maturata nelle realtà della sua vita e del suo tempo.
Se andiamo alla ricerca del giovane Gasperi suddito dell'impero austro-ungarico, vediamo innanzitutto che due lingue gli sono necessarie per vivere: l'italiana e la tedesca; e che due civiltà, divise nelle origini, ma intrecciate da avvenimenti storici, gli sono costantemente davanti. La realtà di una giornaliera convivenza con un altro popolo si fa più viva e più profonda quando egli frequenta l'università di Vienna. Alcuni quaderni con appunti di lezioni universitarie uniti a riflessioni personali, ci danno l'immagine immediata di questa continua presenza parallela che anche attraverso i naturali contrasti può coesistere e cooperare.

Nel giugno del 1911 De Gasperi viene eletto deputato trentina alla Camera di Vienna. E questo un pallido esempio di parlamento europeo, dove le nazioni si trovano unite non per pacifica volontà comune, ma per le ragioni del più forte. Dove una questione di interesse generale può per qualche tempo dissimulare conflitti latenti e antagonismi nazionali e l'equilibrio che ne risulta può sembrare anche cooperazione e concordia, ed è invece la risultante di un numero infinito di tendenze diverse.

Questo parlamento non lo porta certo a considerare fattibile una unione europea in senso moderno, ma egli pensa già da europeo, avendo dovuto superare i confini nazionali per mantenere vivo del nazionalismo solo ciò che indichiamo per civiltà specifica di un popolo. Da quel centro di cultura che era il mondo mitteleuropeo gli è più facile vedere con occhio critico le vicende delle nazioni, le guerre, la vita difficile delle minoranze. Egli è un uomo religioso e come tale è contro la violenza. Si alza in parlamento in difesa dei più deboli, contro il silenzio complice dei paesi ricchi, contro le distruzioni e la morte. Le guerre balcaniche fanno da sfondo a questi suoi appelli all'umanità, alla comprensione tra gli europei e ai diritti degli oppressi.

La prima guerra mondiale mette a tacere per alcuni anni le due Camere mentre i deputati dei paesi che fanno parte dell'impero cercano di difendere nella misura che è ancora permessa la propria gente.

Prima ancora dell'ingresso dell'Italia nel conflitto, De Gasperi assume il compito di seguire i campi profughi dove vengono raccolte intere popolazioni di confine. Sloveni, istriani, ungheresi, trentini trasportati da una parte all'altra d'Europa gli passano davanti ogni giorno: egli ne annota i bisogni, i dolori, le necessità. Vede la guerra dietro le frontiere dove è caduto l'entusiasmo ed il coraggio, dove riaffiora la cruda realtà della morte che gli pare unisca vincitori e vinti. E trascinato dal ciclone della violenza non su un fronte ben preciso, ma in mezzo a questa varietà disperata di gente che parla cinque sei lingue diverse e spera solo che tutto abbia fine.
E ciò che gli resterà più vivo nella memoria è, anche qui, l'uomo europeo accomunato da una uguale sofferenza. Visione che sembra egli conservi ancora quando nel 1951 parlerà al Consiglio d'Europa dicendo che dobbiamo difenderci contro «una funesta entità di guerre civili, perché tali vanno considerate le guerre europee dal punto di vista della storia universale...: questo alternarsi di aggressioni e di rivincite, di spirito egemonico, di avidità di ricchezza e di spazio... È contro questi germi di disgregazione e di declino, di reciproca diffidenza e di decomposizione morale che noi dobbiamo lottare ».

Il primo dopoguerra: germina l'integrazione
Dopo la pace, unito il Trentina all'Italia, De Gasperi viene richiamato dagli interessi nazionali italiani alla battaglia parlamentare. È nel 1921, nel breve squarcio di libertà fra la fine della guerra ed il fascismo, che mio padre si trova per la prima volta con Adenauer, sindaco di Colonia. La ragione dell'incontro tra le delegazioni dei due più forti partiti d'ispirazione cristiana doveva diventare nella intenzione dei partecipanti la prima pietra di quell'edificio di pacificazione europea che sembrava già divenire precaria nelle discussioni delle grandi potenze riunite a Versailles.

È bene oggi ricordare che questi partiti furono fra i primi ad avere una visione europea dei problemi. Nel congresso del Pp a Torino nel 1923 i popolari sostenendo, accanto al Centro germanico, l'errore di Versailles di avere indebolito troppo la Germania, riveleranno una visione di politica estera moderna, dove la pace non sia solo premio per il vincitore, ma possibilità di incanalare gli interessi nazionali verso un miglioramento comune di vita sociale ed economica.

Pochi anni dopo viene il fascismo, e per De Gasperi la fine della libertà, la prigione e il lavoro nella Città del Vaticano. Caduto da capo partito alla situazione di impiegato semplice scrive schede per la biblioteca. Egli non perde per questo il coraggio della speranza e scrive la « Quindicina internazionale » sull'« Illustrazione Vaticana » nei cinque anni della maggiore potenza fascista, dal '33 al '38. Questo sarà il suo modo di occuparsi dell'Europa. Mentre cadono uno ad uno i partiti cattolici (quello centrista germanico, i popolati austriaci, i cristiano-sociali cecoslovacchi) De Gasperi non è solo spettatore, come pure si fuma nello pseudonimo « Spectator », ma fa una scelta politica e dà testimonianza. Egli si occupa in centoventi cronache di tutti gli avvenimenti internazionali, con un manifesto disegno morale e didascalico. Questo lavoro di studio e di approfondimento delle varie tematiche europee gli servirà più tardi quando sarà chiamato a dirigere la politica estera e quando si getteranno le basi per una comunità europea.

Il secondo dopoguerra: la sfiorata utopia dell'esercito Europeo
Quella dell'integrazione è quindi un'idea che trova in De Gasperi un terreno già pronto da tempo. Dinanzi alle gravi responsabilità di governo e alla difficile situazione internazionale dopo la sconfitta, la prima spinta all'unità è anche per lui quello smarrimento che ognuno ha sentito quando, cessato il rumore della guerra, si è voltato indietro a vedere cosa era rimasto. È la necessità di trovare una difesa per l'uomo contro l'uomo, per la sua pace contro la sua guerra. Ma a questa unità di popoli già nel 1952 egli non attribuisce una ragione solo difensiva: «è per se stessa, egli scrive, non per opporla ad altri che vogliamo una Europa unita ».

Motivo fondamentale invece sono i principi di fraternità e di unità che sono alla base della fede cristiana e che si traducono sul piano sociale in un'opera di giustizia e di libero sviluppo della personalità umana. « Per unire l'Europa - dice ancora De Gasperi - vi è forse più da distruggere che da edificare, c'è da gettare via un mondo di pregiudizi, un mondo di pusillanimità, di rancori, di egoismi». Tutto ciò, egli pensa, è possibile in un clima di pace che si attua solo in regime di libertà. Ma la libertà per sopravvivere ha bisogno di una situazione economica che sia anche premessa di giustizia sociale. Così il cerchio si completa e si chiude nell'impossibilità di aspirare all'unità se non c'è libertà e giustizia, che politicamente si esprimono in un regime di democrazia.

Per arrivare a mettere le basi dell'unità politica egli lavora con una volontà di ferro fìno al suo ultimo giorno. Specchio rivelatore di questa sua tenacia e saggezza nel porre un fondamento politico all’Europa, sono i verbali delle riunioni dei sei ministri degli esteri per la conferenza della Ced a Strasburgo. L'll dicembre del 1951 davanti ad Adenauer, Schuman, Von Zeeland, Sticker ed altri si svolge la discussione sui problemi relativi alla creazione dell'esercito europeo. Sin dalle prime battute De Gasperi cerca di stringere: « Converrebbe eliminare le questioni tecniche e concentrarsi su quelle strettamente politico-costituzionali ».

Si parla di modi di reclutamento delle truppe, della durata del servizio, dell'automatismo, delle eccezioni. Si fa vivo il problema della Nato, delle armi atomiche. Ed ecco di nuovo De Gasperi dire che su ogni caso che si presenta risorge il problema fondamentale e cioè che la creazione dell'esercito europeo non è possibile senza risolvere la questione politica cioè « il carattere della comunità ».

Egli non nega che vi possa essere un periodo transitorio, ma ritiene necessario che nel momento in cui il trattato verrà presentato ai parlamenti, sia già chiaramente affermata la volontà di creare istituzioni politiche comuni, che assicurino la vita dell'organizzazione. Mentre riconosce che l'organizzazione politica e integrata dell'Europa non si potrà realizzare subito, trova necessario avere fin dal principio la sicurezza che questa organizzazione a un certo momento prenderà vita.

L'appello ai giovani
« Comunque sia, egli dice, per riuscire dobbiamo fare qualche cosa che presenti attrattive per la gioventù europea; dobbiamo lanciate un appello a cui questa possa rispondere. Come potremo giustificate il trasferimento a organi comuni di così impattanti parti della sovranità nazionale se non diamo al tempo stesso ai popoli la speranza di realizzare idee nuove? È questa la sola maniera per combattere i risorgenti nazionalismi ».

Mentre egli parla, sia pure dopo lunghe ore di discussioni, tutti incominciano a cedere. Per ultimo Schuman che dichiara di essersi teso conto della necessità di venire incontro alle richieste di De Gasperi; poi Adenauer e gli altri. Sono ore di lotta serrata, senza ascoltare la fatica, il sonno e il richiamo di altri impegni. E alla fine di questo lungo giorno De Gasperi dice: « questa è l'occasione che passa e che è perduta se non la si afferra ».

La politica interna di alcune nazioni ha poi deviato questo progetto. Nell'agosto del '54 quando in altri campi già si era iniziata una qualche realizzazione comunitaria, il trattato della Ced stava naufragando nelle pieghe dei parlamenti nazionali.

Questo, dice mio padre riferendosi al trattato, non è un problema di gioco parlamentare sul quale si possa giungere a compromessi, è una pietra angolare. Se l'unione europea non si fa oggi, la si dovrà fare inevitabilmente fra qualche lustro; ma cosa passerà tra oggi e quel giorno Dio solo lo sa ».

De Gasperi, Adenauer, Schuman, precursori del sogno
Le nostre prospettive sono cambiate. La tecnologia e la scienza hanno fatto gran passi e l'Europa non offre più una soluzione economica interna sufficiente per gli europei. Per rispondere alla domanda del lavoro oggi ci vuole il mondo: l'Europa è diventata troppo piccola. Coloro che pensavano di poter risolvere una unità europea solo con trattati commerciali o industriali si accorgono che è già tardi. Così chi immaginava che l'unità dei paesi europei potesse essere soprattutto un baluardo di forze militari vede che il destino degli europei si gioca altrove anche al di sopra delle nostre volontà.

E allora si fa luce e si riscopre che ciò che resta del progetto unitario di De Gasperi è in fondo ciò che resterà di tutta la sua politica: la fede immutata e profonda nei valori del cristianesimo, ispiratore di ogni sua azione.

Questa è sempre stata l'illuminazione del suo mondo interiore, la forza della sua vita, che gli fece scorgere al di sopra delle utilità umane, anche in questo progetto di unificazione europea, un disegno più grande. « La tendenza all'unità», diceva in una tavola rotonda promossa da storici e politici, « è una delle costanti della storia. Dapprima embrionali, appena abbozzati, gli aggregati umani entrano in contatto fino a formare un insieme più vasto e omogeneo poiché più la società umana si dilata più si sente una. Nel loro istinto oscuro, ancora prima che si faccia luce nei loro cuori, gli uomini portano già ciò che Dio desidera da parte loro: ut unum sint, finché siano una cosa sola ».

Anche Adenauer parla di De Gasperi mettendo soprattutto in rilievo il lato ideale che riuniva le loro politiche: «Abbiamo affrontato i nostri problemi partendo dalla stessa base spirituale e iniziato la nostra carriera politica in un partito nel contempo democratico e cristiano ed abbiamo operato in modo che ciò fosse chiaro nella nostra azione ».

Schuman, anch'egli padre dell'Europa, gli scrive: «Ci siamo incontrati tardi nella vita ma la nostra amicizia è stata profonda e senza riserve. Vi eravamo, senza dubbio, predestinati in un momento in cui veniva definita una nuova politica per i nostri paesi ».
Tre uomini arrivati alle più alte cariche dello stato da tre uguali esperienze. Il segreto del loro successo fu la fede nella propria linea politica, la loro grandezza fu l'avere sopportato la lunga attesa della libertà senza cedimenti, la loro forza fu il restare modesti e poveri pur avendo il potere nelle mani, il loro coraggio l'aver lavorato e sperato al di là di ogni realtà del momento che il mito della fratellanza, dell'unità nella concordia, dell'avvenire di sicurezza e di pace meritasse tutta la loro fatica e il loro impegno.
Ma come tutti coloro che sono sospinti da una grande forza ideale, essi camminavano avanti al loro sogno.

Europa, non evitabile futuro
Oggi nel clima di un'angoscia che è di sopravvivenza del sistema democratico, della libertà e dell'esistenza delle nostre famiglie, noi cerchiamo ancora forza negli uomini che ci hanno preceduto. Se l'unità europea sembra non toccare più il cuore dei giovani nella misura nella quale aveva toccato il nostro, quella ricerca di fratellanza umana, quel bisogno di unirsi contro le ingiustizie, di non comprendere più i vecchi conflitti nazionali, fa dei giovani di questo tempo, non solo degli europei ma dei cittadini del mondo. De Gasperi proponeva l'esperimento europeo non come soluzione di tutti i nostri mali, ma come inevitabile realtà della storia.

« Il popolo vuole le cose semplici, chiare, tranquille, ordinate », diceva nel 1953. « E forse a taluno può sembrare che un dominio comunista che si imponga, se occorra, qualche volta, con il terrore, potrebbe dare quella quiete, tranquillità, quell'ordine necessari perché possa svilupparsi una vita di giustizia distributiva e di giustizia sociale. E chissà se non esistesse avanti a tutto una preoccupazione morale, una questione dello spirito, chissà se anche noi non potremmo soggiacere a questa seduzione. Ma abbiamo l'esperienza della storia. Sappiamo bene che accanto alle formiche che costruiscono ci sono anche le termiti che rodono le radici dell'albero, distruggono le sostanze nutritive della pianta. Esistono termiti che rodono nello spirito e nella sostanza spirituale del popolo, che gli tolgono la speranza e gli ideali, che lo costringono ad una legge di materiale passaggio, senza speranza nell'al di là.

Così ritorna la questione morale, la questione della nostra anima, della nostra storia; ecco che al problema sociale si aggiunge il problema dello spirito e del sentimento... In Europa non esiste altra alternativa che questa: o i popoli stanchi, amareggiati, risentiti, per sentimento patrio o per sentimento di reazione si getteranno verso una soluzione qualsiasi, anche comunista, o invece si avrà una ricostruzione europea ».

Maria Romana De Gasperi

Figlia primogenita dello statista trentino De Gasperi, fu anche sua segretaria personale vivendo al suo fianco, giorno per giorno, i primi anni dell’Italia repubblicana e del progetto europeista.

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De Gasperi e l'Europa
autore: Maria Romana De Gasperi
formato: Articolo
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