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Il mio no al fascismo

di Ezio Franceschini

Sono nato nel 1906. Nel 1928 mi laureai a Padova, avendo per relatore Concetto Marchesi, socialista dal 1895, comunista dal 1921, cioè dalla fondazione del partito. Per sottrarlo alle ricerche dei fascisti e dei tedeschi, nel febbraio 1
del 1944 lo accompagnai in Svizzera ; poi, stando a Milano, gli fui a fianco nella sua opera intensissima - aviorifornimenti, contatti politici e militari, radio, stampa clandestina, assistenza, ecc. - per aiutare in tutti i modi i partigiani del Nord e particolarmente del Veneto.

Fui in contatto con Patri, Longo, Mattei, Meneghetti, Kasmann. Vissi, con Antonio Banfì sgomento, l'ora triste in cui fu ucciso Eugenio Curiel. Fui fra i primi che accorsero il 1O agosto 1944 in Piazzale Loreto (abitavo in via Pecchio, a due passi) sul luogo dove furono fucilati i patrioti e ne vidi i poveri corpi inerti: e vidi anche, poche ore dopo, lo spettacolo incredibile di ridenti e vocianti donne milanesi con le gambe nude accavallate, intente a sorbire un gelato nell'afa di agosto, a pochi metri di distanza da quei cadaveri, lasciati lì per scherno e ammonimento. Otto mesi dopo vidi Benito Mussolini, Claretta Petacci e gli altri - Starace fu unito al gruppo il giorno dopo - solidamente appesi ad un distributore di benzina in fondo al corso Buenos Aires, là dove esso termina, appunto, in piazzale Loreto: e il rimanervi per qualche tempo, malgrado le telefonate insistenti del card. Sçhuster, fu come il colpo di bisturi in un ascesso: l'ira sorda, da tanto tempo accumulata, svanì come per incanto, né vi furono vendette ed eccessi come, ad esempio, a Torino. Quante vite hanno salvato quei morti appesi...

Una comoda resa
Ho scritto questo, con una certa fatica, perché il lettore abbia una visione chiara delle cose che dirò: che sono, naturalmente, personali e quindi discutibilissime, ma sono sempre la testimonianza di uno che fu partecipe degli avvenimenti sui quali fa ora, a più che trent'anni di distanza, qualche riflessione.
Oggi è di moda dire del fascismo tutto il male anche - anzi specialmente - da coloro che noti l'hanno mai potuto conoscere: e per i quali sembra che sia stato il cancro dell'Europa nel quarto di secolo che va, pressapoco, dal 1920 al 1945, un male continentale e particolarmente italiano.
Ma dal 1922 al 1943 il fascismo diede luogo ad un governo ritenuto legittimo, riverito quasi ovunque all'interno, riconosciuto da tutti gli stati esteri, facente parte, fino alla guerra d'Etiopia; della Lega delle nazioni, onorato, temuto, ammirato da uomini della statura di un Churcill.

Dopo i primi inizi burrascosi e violenti - purghe, bastonature, incendi, soprusi, violenze, assassinii - che culminarono col delitto Matteotti (1924), Mussolini, forte del regio consenso, aiutato inizialmente da uomini come Croce , gettò le basi di quella che fu poi la sua dittatura.
Si dice che la colpa massima del regime sia stata quella d'aver abolito la democrazia. È vero. Ma chi sapeva, allora, che cosa era la democrazia? In Italia era stata traballante, incerta, violenta, debole, malsicura: e troppo limitato era stato il tempo perché essa mostrasse ciò che aveva di buono. I governi si succedevano ai governi (Nitti, Giolitti, Bonomi, Facta...), l’uno più incapace dell'altro di dominare la situazione; gli scioperi dilagavano; sélve di bandiere rosse sventolavano sulle fabbriche occupate.

Il popolo, dopo la guerra che lo aveva visto vittorioso ma stremato (1918), chiedeva pace, ordine, tranquillità, lavoro: e la democrazia non era in grado - o almeno pareva - di dargli niente di tutto questo. Così il fascismo- stato, regime, partito- prese l'avvio e, soppressa totalmente la stampa di opposizione (1926), si affermò e si consolidò con soddisfazione di tutti quelli che potevano esprimersi: eccettuati, cioè, coloro che furono costretti all'esilio o finirono in prigione. L'Accademia d'Italia - con uniforme, feluca, spadino e stipendio - ebbe uomini come Marconi, Pirandello, Bontempelli, Panzini, Francesco Severi e Giovanni Gentile. L'esercito, onore, decoro, rispetto. L'aviazione, il prestigio di grandiosi voli collettivi e di primati individuali. L'agricoltura, l'aiuto di macchine modernissime. L'ingegneria, la costruzione di strade, ponti, edifici maestosi che erano i più belli d'Europa. La stampa non riportava più le notizie di cronaca nera, di suicidi, di delitti, di sozzure. Purché si ubbidisse, tutto era ordinato, tranquillo, pulito: e gli italiani, spossati dalla guerra e stanchi di liti, prima si adattarono poi furono felici di ubbidire. Questo fu il fascismo, come lo vidi e lo vissi io, fra il 1930 e il 1940.

Esangue opposizione interna
Quale meraviglia, dunque, se - imposto ai professori di ruolo universitari il giuramento di fedeltà al regime (1931) - si ebbe un plebiscito? Su milletrecento docenti - alcuni già firmatari del manifesto Croce (1925) - solo undici furono i no; il che fa scrivere, nel 1975, all'allora fascistissimo prof. Giacomo Devoto: «Non avrei mai rinunciato ad una possibilità di viaggio o di passaporto all'estero per non cedere a un'imposizione di questa natura... Gli undici hanno commesso un grosso errore politico perché per la dittatura è stato molto più vantaggioso avere una maggioranza di 1289 di quel che non sarebbe stata una cartacea unanimità ». Il nemico principale di quegli anni era, in Italia come dovunque in Europa, il comunismo che tutti combattevano: lo stato, con le galere, il confino, il domicilio coatto; la Chiesa con le scomuniche e gli anatemi al suo ateismo; i privati, con l'ostracismo.

L'antifascismo in quegli anni fu quasi interamente sostenuto dai comunisti: i quali, nonostante gli smarrimenti del '36 al momento del massimo consenso anche delle masse (smarrimenti che sfociarono nella tesi di Montagnana: «non ci proponiamo di abbattere il fascismo, ma di migliorarlo perché non possiamo fare di più» e nell’« appello » deliberato dal comitato centrale ) non piegarono e pagarono sempre di persona. Cattolici antifascisti non mancarono, in un primo tempo, e furono vittime (un nome per tutti, alle origini, don Minzoni); ma che cosa volete che facessero quando il fascismo divenne stato, governo, autorità legittima, ordine costituito e la Chiesa, quindi, era tenuta a rispettarlo e parecchi ecclesiastici ne benedicevano i gagliardetti?
Tutta l'Italia appàriva dunque fascista fino al luglio 1943; e l'essersi il regime fatto sempre più opprimente, la guerra da esso voluta senza la partecipazione del popolo - che fu disciplinato e ubbidiente, ma senza quell'entusiàsmo di essere nel giusto con cui le guerre si vincono - le privazioni gravi dallo stato di guerra imposte, i rovesci militari invano camuffati, l'ansia di tante famiglie che avevano lontano mariti, figli, parenti, fecero accogliere da tutti con un respiro di sollievo e con manifestazioni di esultanza la fine del regime (25 luglio 1943) che cadde senza combattere - dopo vent'anni - roso dall'interno come una pera marcia:

Una vita
E tu - chiederà il lettore, giustamente curioso - in quegli anni che cosa facesti? Cercai di essere con la Chiesa, sempre; quando la Gioventù cattolica, nella quale militavo dal 1924, fu sciolta (1931) misi in salvo, camuffato da contadino, gli archivi del circolo. di Este (dove allora insegnavo), uno dei più antichi d'Italia; sospettato, fui per un mese sottoposto a sorveglianza speciale dalla questura; imposta poi l'iscrizione al partito come condizione per poter continuare ad insegnare - ero professore di scuola media e contemporaneamente incaricato, dal 1934, all'università di Padova - dopo molte titubanze (venne apposta, per vincerle, a Padova, mons. Olgiati, povero e caro monsignore, di cui ricordo ancora le parole: e allora capii quanto l'essere responsabili di una famiglia possa vincolare e violare la libertà di una persona) mi iscrissi al partito.
Anch'io presi la tessera: fui chiamato camerata, salutai col braccio teso, ebbi la camicia nera, anche se alle adunate solenni andavo vestito da ufficiale degli alpini.
Nel 1938 vinsi un concorso a cattedra per l'università cattolica, ma non potei essere nominato perché risultavo celibe. Fortunatamente v'erano quell'anno, fra i vincitori di altri concorsi consimili, molti grossi gerarchi celibi (alcuni dei quali si affrettarono a « sposare » qualche vecchia negli ospizi): e non essendovi quella clausola - il matrimonio - al momento del bando, fecero ricorso al Consiglio di stato. Così, anche se con ritardo, sulla loro scia entrai nei ruoli anch'io.
Poi venne la guerra (10 giugno 1940). Non vi partecipai perché tutti i professori non più giovanissimi furono dichiarati indispensabili all'insegnamento in base ad una legge che, emanata subito dopo, durò in pratica fino al 25 luglio 1943. Poi, come in cinematografia, seguirono: il governo Badoglio, la fuga del re a Brindisi, 1'8 settembre, la dichiarazione di guerra alla Germania, l'invasione tedesca quasi senza colpo ferire (troppo forte fu lo shock del passaggio dall'alleanza alla guerra), il ritorno di Mussolini, la Repubblica sociale di Salò, la Resistenza.

Le ragioni delle scelte
Spesso mi chiesi, dopo e a freddo (a caldo non si ragiona), quali furono i motivi per cui divenni partigiano combattente. E mi sembra - ora che quei fatti sono, diventati storia e ora che, settantenne, non sono più come il nuotatore che vede soltanto la cresta dell'onda che batte per avanzare, ma abbraccia contemporaneamente, ormai di fuori dal fiume, la sorgente il corso e la foce - che si possano riassumere così.

1) Il potere del sedicente governo di Salò era chiaramente illegale e illegittimo. Il re e Badoglio, fuggendo da Roma e dai tedeschi, rappresentavano la legalità e la continuità del potere; non li amavo né l'uno né l'altro, anzi li disprezzavo (quanti innocenti erano morti per loro!) ma questo era un fatto privato. Ero ufficiale. C'era una guerra. L'esercito si era penosamente dissolto o era stato fatto prigioniero dagli ex-alleati: e non era certo quello che Salò cercava di costituire, con bandi forzosi e minacce di morte, che lo sostituiva. Graziani urlava minacce con voce stentorea, ma quelli che raccoglieva erano soldati a servizio del risorto Mussolini - prima del 1943 capo legittimo, ora illegittimo - e della così detta Repubblica. Il vero esercito italiano si andava, fra lentezze, faticosamente ricostituendo al sud. Poiché non lo potevo raggiungere, fui partigiano; e poiché avevo trentasette anni ed ero rimasto solo, senza famiglia, lo fui sul serio, « a tempo pieno » come si direbbe oggi.
Questa incrollabile certezza di lottare per la libertà e la giustizia fu sempre la mia forza e la mia serenità.


2) Le ingiustizie atroci che vedevo compiete (processi, persecuzioni, fucilazioni di partigiani; deportazioni di patrioti; dèlazioni ignobili, per vendetta o denaro) e particolarmente quelle contro gli ebrei, per il solo fatto di essere ebrei. Fin dal 1938 i docenti erano stati espulsi dalle università; ma ora si cercavano gli ebrei in massa per chiuderli entro carri piombati e mandarli nei campi di sterminio a lavorare e a morire. Proteggerli era un problema di solidarietà umana e un dovere di carità cristiana: che l'anonimo popolo italiano più che ogni altro sentì.

 3) La presenza dei tedeschi invasori, soldati di uno stato al quale l'Italia aveva dichiarato guerra, a sostegno e puntello di un governo illegale. Debbo, ad ogni modo, dire che ogni volta che ebbi contatto con i tedeschi - soprattutto per scambi di prigionieri, e per interposta persona - li trovai gentilissimi e di parola. Tuttavia sostenevano armati un governo illegittimo: perciò erano nemici e dovevano essere combattuti.

4) Il futuro destino dell'Europa e dell'Italia secondo Hitler. Nei suoi discorsi egli diceva che, dopo la vittoria, per mille anni l'Europa sarebbe stata dominata dai tedeschi, razza superiore, destinata al potere. Tutti gli altri popoli, servi. L'Italia alleata, avrebbe potuto occuparsi del settore tessile, in cui sarebbe stata padrona, e di quello agricolo-turistico... Questa superbia razzista, questa teoria del popolo guida, questa delega ai tedeschi della difesa dell'Europa, mi facevano orrore e rabbia. Per il pochissimo che dipendeva da me, dovevo appormi.

Coraggio delle armi e pazienza democratica
Questi furono i motivi del mio NO al nazifascismo.
 Soltanto ora, a distanza di tempo, dopo trent'anni di democrazia, appare chiaro l'ultimo, il più impattante, ma che allora io e quelli della mia generazione non potevano capire per la poca età e la molta inesperiénza: e cioè che fra dittatura e democrazia c'è incompatibilità assoluta, che la libertà è il più grande bene dell'uomo: e perché - salva la grazia - senza di essa la vita non vale la pena di essere vissuta.
 Perciò ai nostalgici dell'ordine, della disciplina, della tranquillità, della pace stessa, la mia risposta fu ed è sempre uguale: sì, purché nella libertà. E davanti alle insofferenze per evidenti limiti sul faticoso procedere della vita democratica (congressi e convegni visibilmente inutili, discussioni interminabili, vita parlamentare dispersa per mille vie nella ricerca del bene comune che accontenti tutti, ritardi enormi per la soluzione di problemi che a noi sembrano semplici, scioperi palesemente ingiusti, e via dicendo) la mia osservazione, pur nella deprecazione, è semplicissima: « O così, o un duce...».

E accanto alla pazienza democratica un altro grande insegnamento m'è venuto dalla Resistenza: i cattolici (all'inizio assai timidi) hanno finalmente superato l'istintivo orrore delle armi; hanno imparato a combattere - non più inermi - l'illegalità e l'ingiustizia; a battersi senza odiare; ad amare, pur uccidendolo per ristabilire la legge e la giustizia, l'avversario ingiusto. Ormai la mia parte, quale che sia stata, è fatta. Vorrei soltanto che i giovani, leggendo le pagine di questo fascicolo, che parla di rovine e di morte, ma anche di eroismi e di sacrifici, potessero dire: ecco degli uomini che hanno amato, più che la vita, la libertà e la giustizia. E che hanno saputo, anche dando la morte, restare nella carità.

Ezio Franceschini

Ezio Franceschini (1906-1983) nacque nelle montagne della Valsugana, studiò a Padova e insegnò per quarant'anni a Milano, all'Università Cattolica. Dell'Università Cattolica fu Rettore dal 1965 al 1968. Studioso di latino e del Medioevo, fu conosciuto in Europa e nel mondo per le sue ricerche sulla tradizione di Aristotele e Seneca, sul teatro latino medioevale, su san Francesco e santa Chiara d'Assisi. Fuori dal campo scientifico, scrisse molti testi di spiritualità. Fin dalla gioventù coltivò anche una vena narrativa, pubblicando racconti e novelle su quotidiani e settimanali. Da ultimo scrisse racconti per bambini, in cui dominano le storie delle sue montagne, dei grandi ghiacciai, dei boschi e dei torrenti, abitati da animaletti, uccelli e pesci: pubblicati per lo più su «Giovani Amici», furono riuniti nel volume postumo La valle più bella del mondo. In provincia di Milano una scuola elementare è intitolata a Ezio Franceschini per scelta degli alunni che avevano usato questo volume come libro di lettura.

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