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Il Vaticano II: un Concilio come nessun altro

di Godfried Danneels

Il Vaticano II si aprì cinquant’anni fa. Nella maggior parte dei casi i padri conciliari non sono più in vita. I credenti che lo hanno vissuto dall’esterno ne ricordano soprattutto l’entusiasmo dei media e l’atmosfera ottimista in cui ha avuto luogo questa grande assemblea della Chiesa. Per loro, il contenuto dei testi conciliari, anche se spesso non lo si legge, suona assolutamente normale: oggigiorno, molte persone non sono nemmeno consapevoli della novità dei suoi contenuti. I giovani si ricordano solo vagamente l’evento o non ne sanno niente. Raramente ne hanno letto i testi, nella maggior parte dei casi non li hanno letti mai. Eppure i documenti del Concilio Vaticano II hanno plasmato la vita della Chiesa degli ultimi cinquant’anni. Sedici documenti, incluse, in particolare, le quattro costituzioni (sulla liturgia, sulla rivelazione, sulla Chiesa e su Chiesa e mondo), hanno guidato il pensiero e l’azione della comunità ecclesiastica. Altri decreti, come quelli sull’ecumenismo e sulla libertà di religione, oggetto di lunghe discussioni, hanno ispirato nuove idee e nuove pratiche, mentre i testi sui mezzi di comunicazione e sull’istruzione sono ormai quasi inutilizzabili.

Per comprendere l’originalità del Vaticano II è indispensabile guardare al Concilio e ai suoi documenti nell’ottica della storia e della cultura dell’epoca. Il Vaticano II ha certamente plasmato una parte di quella storia. Vale, però, anche il contrario: la storia e la cultura hanno a loro volta plasmato il Vaticano II. Benché sia vero che il Vaticano II è pienamente radicato nella nostra tradizione cattolica, è altrettanto vero che esso ha lanciato un processo di sviluppo e di approfondimento di questa tradizione che qua e là manifesta una discontinuità con il pensiero e le pratiche del passato. Non hanno forse osservato in molti (Karl Rahner, per esempio) che il Concilio ha segnato la fine del periodo costantiniano della storia della Chiesa, collocandosi piuttosto nella scia dei Concili di Nicea e di Trento?

Il Concilio era stato preparato con anni di anticipo: il seme era già stato gettato e stava già germogliando quando Giovanni XXIII lo indisse. I raggi diffusi dal Concilio hanno generato una crescita e hanno dato molto frutto. La preparazione conciliare è stata particolarmente evidente nel movimento liturgico, negli studi biblici (di esegesi moderna) e nella rinnovata attenzione posta sulla patristica. Un ruolo influente è stato giocato anche dal pensiero protestante e dalle nuove correnti filosofiche.

Dal punto di vista generale, i temi principali affrontati dal Concilio sono stati il valore, il ruolo e la responsabilità del laicato in seno alla Chiesa in ogni campo. Tuttavia, grande impatto ha avuto anche l’introduzione della lingua volgare nella liturgia, un’innovazione apparentemente di poco conto, che in realtà ha dato l’avvio a una grande dinamica che si è ripercossa su molti altri ambiti, mostrando, ad esempio, la capacità di cambiare cose che per secoli erano sembrate immutabili. Il Vaticano II ha dimostrato che ciò che da sempre si pensava e metteva in pratica non necessariamente deve sussistere per l’eternità. Forse l’introduzione della lingua volgare è stata la prima applicazione dell’«aggiornamento» voluto da papa Giovanni, ossia della sua azione tesa a mettere la Chiesa «al passo con i tempi». Questa novità ha scatenato ripercussioni che vanno ben oltre le novità linguistiche. I cambiamenti di culto e di rituale toccano infatti molto in profondità il cuore dei credenti. Di grande importanza è stato anche il riposizionamento della Scrittura, della Tradizione e del Magistero quali fonti della Rivelazione, così come l’avere accolto i nuovi metodi esegetici nello studio delle Scritture.

Malgrado una discussione lunga e puntuale e il carico aggiuntivo delle pressioni politiche, Nostra aetate, il documento sul rapporto con gli ebrei, ha finito per suscitare un consenso sorprendente. Il testo sulla libertà di religione e sul rapporto fra Stato e Chiesa non ha pari nei Concili precedenti e nei documenti pontifici. La Gaudium et spes, sul rapporto fra la Chiesa e il mondo, si è rivelata una completa novità. La Chiesa ha assunto un atteggiamento di ascolto, dichiarando di voler aiutare il mondo prendendo le distanze dall’atteggiamento di rifiuto del mondo che aveva prevalso prima del Vaticano II.

Infine, dal Concilio uscì anche una chiara tendenza di allontanamento dal ruolo meramente consultativo dell’episcopato, mediante la promozione, in alcune aree, di una partecipazione deliberativa. In linea di massima, la questione della collegialità ricevette un deciso consenso in termini di sostegno in seno al Concilio; ma non fu stabilita nessuna procedura pratica e legale in merito alla sua attuazione. A eccezione della forma dei periodici sinodi romani, di cui parlerò più avanti.


Un pensiero nuovo e un modo nuovo di parlare
Prima del Concilio era cresciuta l’importanza di un nuovo genere di documento pontificio: l’enciclica. Sempre di più era solo il papa a parlare alla Chiesa, tanto da diventare il grande maestro universale. Le encicliche andavano assumendo crescente autorità. Talvolta somigliavano a dichiarazioni dogmatiche (e infallibili?). Il magistero sembrava sempre più concentrato nelle mani del papa. Con l’enfasi posta sull’autorità papale, si sviluppò immediatamente un forte apparato burocratico, la Curia, che fungeva da autorità ecclesiastica centrale. La sua voce simbolica ed effettiva era espressa particolarmente dal Sant’Uffizio, la suprema Congregazione per la Dottrina della Fede che era la voce stessa del papa.

Malgrado ciò, soprattutto nel XX secolo, andò sviluppandosi un nuovo modo di concepire la Chiesa come “popolo di Dio”, che vedeva un modo di relazione più orizzontale rispetto al precedente modello autoritario verticale. Intendere la Chiesa come popolo di Dio significava intendere la Chiesa come una grande familia Dei dove erano tutti fratelli e sorelle. Assieme a questa concezione orizzontale emersero l’importanza e l’influenza del mondo in via di sviluppo, un approccio che valorizzava la democrazia e la partecipazione. Nei movimenti dell’Azione cattolica che all’epoca andavano germogliando un po’ ovunque, era come se i laici fossero considerati alla stregua di dipendenti remissivi e generosi dell’episcopato. Oltre al ministero gerarchico, però, si cominciava a parlare sempre di più dei carismi: i liberi doni dello Spirito a tutti i battezzati, senza distinzione. “Chiesa” non erano soltanto i ministri ordinati, ma tutte le persone. Si sviluppò così un nuovo vocabolario: carisma, partecipazione, dialogo, cooperazione, amicizia. Questi termini sono disseminati in tutti i documenti conciliari e hanno trovato posto nel linguaggio della Chiesa contemporanea.

Sino a quel momento, il linguaggio dell’autorità ecclesiastica era stato prevalentemente giuridico e legislativo, razionale, concettuale, conciso e netto. Il Vaticano II ne scelse uno di taglio più pastorale: suggestivo, non risoluto, pacato e serenamente dialogico. Il Concilio parla in modo invitante, partendo da ciò che oratori e ascoltatori hanno già in comune. Adotta uno stile personale e gradevole: «Il nostro messaggio è vero, buono e pulito. Vieni. Il vecchio linguaggio determinava e imponeva. Il nuovo linguaggio suggerisce e invita».

Infine, si direbbe, ricordando le parole di Karl Rahner, che la Chiesa sia entrata in una nuova era. Alla Chiesa giudeo-cristiana era seguita la Chiesa dell’ellenismo. Ora è la volta della Chiesa del mondo reale: dalla dimensione europea si è passati a quella globale, dal tomismo e dalla scolastica a un’assimilazione del pensiero e della pratica filosofica e culturale del XX secolo.

Poi è arrivato Giovanni XXIII...
Poi è arrivato Giovanni XXIII. Egli non è stato soltanto il papa che ha deciso di indire il Concilio e che lo ha annunciato: è stato anche il principale catalizzatore della transizione dal vecchio al nuovo. Un papa che aveva non soltanto un nome nuovo. Era un uomo spontaneo, che parlava e pensava con grande libertà e una sana dose di umorismo: un papa che non si prendeva mai troppo sul serio. Le modalità con cui egli annunciò il Concilio al suo segretario di Stato supplente sono tipiche. Alcuni mesi dopo l’inizio del suo pontificato, durante la loro riunione quotidiana, egli disse: «Facciamo un piccolo Concilio». Ai suoi occhi, per avviarlo e completarlo potevano bastare pochi mesi. Un aneddoto curioso su un papa senza esperienza! E tuttavia esso somiglia anche a un’ispirazione dello Spirito Santo. «Dalla bocca dei bambini e dei piccoli...».

Il movimento di rinnovamento era stato lanciato: il celebre “aggiornamento”. Più tardi, persino i non cattolici sarebbero stati invitati al Concilio in qualità di osservatori. Giovanni avrebbe esteso il ventaglio degli argomenti trattati, con un atteggiamento positivo davanti al “mondo”, e si sarebbe accostato alle altre Chiese e confessioni cristiane con una visione ecumenica ampia. Non era forse stato nunzio proprio nei luoghi in cui era collocata la maggior parte delle Chiese orientali?

 E persino i venti culturali contemporanei stavano soffiando in questa direzione. Dominavano l’apertura e l’ampiezza mentale. A ciò si accompagnava il grande potere dei media. Ogni velleità di segretezza andò immediatamente in frantumi: ogni discussione, ogni doloroso scontro e dibattito facevano il giro del mondo nelle edizioni serali dei telegiornali. Grazie ai media, gli eventi conciliari ebbero una grande risonanza mondiale. Alcuni testi conciliari, come quello sulla liturgia, furono adottati prima che il Concilio giungesse al termine. Il Concilio, inoltre, raggiunse molti non cattolici, puntando la propria attenzione su tutti gli uomini. “Aggiornamento” divenne una parola quasi magica: aggiornare la tradizione. Ci furono anche altri mutamenti profondamente nuovi: l’ecumenismo e l’atteggiamento verso gli ebrei, il rapporto fra Stato e Chiesa e la questione della libertà di religione. Infine, la necessità di “risalire alla fonte”, ossia il ritorno alla grande tradizione, a quell’epoca in cui i cristiani non avevano ancora imboccato strade diverse.

L’atmosfera del Vaticano II è ben riassunta nelle parole del discorso inaugurale di Giovanni XXIII: le prime parole, Gaudet Mater Ecclesia, la dicevano già lunga sul fatto che il Concilio avrebbe portato gioia alla Chiesa.

Lo spirito del Vaticano II
La novità del Vaticano II si riflette anche nel genere letterario scelto per i documenti. I Concili precedenti erano stati in grande misura una sorta di tribunale che condannava alcune cose e ne legittimava altre, esprimendosi in termini legali. Sin dall’inizio, questo modello venne scartato dai padri del Vaticano II. Essi scelsero, infatti, un genere letterario diverso e un linguaggio differente. Non ci furono nette prese di posizione o giudizi, né severe formulazioni di principi e di disciplina, bensì un linguaggio molto poco normativo. Gli insegnamenti dei Concili precedenti erano stati raccolti prevalentemente in “canoni” (il Concilio di Trento ne aveva formulati ben 325), succinte linee guida che mostravano scarsa considerazione per eventuali altre posizioni e che si rivolgevano principalmente ai dissenzienti. Il linguaggio usato mirava a intimorire, era minaccioso e punitivo.

Il Vaticano II scelse testi più lunghi, affermazioni più pacate che ricordavano lo stile del panegirico adottato dai Padri della Chiesa. Testi che generano stupore e stimolano il coinvolgimento del lettore, che propongono l’ideale e muovono all’entusiasmo. Il loro spirito è reso bene dal termine “pastorale”: un termine “conciliante”, dialogico e invitante, capace di sottolineare lo scopo della conversione comune, che non si impone, bensì invita. Sono assenti termini di minaccia, punizione ed esclusione. I testi sono scritti seguendo un livello più orizzontale: il rapporto fra il popolo di Dio e il mondo. L’orizzontalità deriva anche dalla nozione dell’eguaglianza di tutti i battezzati: il sacerdozio dei credenti, la collegialità, la reciprocità, la cooperazione e il dialogo, il ministero dell’autorità del popolo.

Spesso si perde di vista la grande attenzione che il Vaticano II prestava all’interiorità, alla santità e al pentimento (si veda il capitolo V della Lumen gentium: la vocazione alla santità del popolo di Dio). Nei documenti del Vaticano II, la Chiesa è «buona, paziente, misericordiosa», come aveva già dichiarato papa Giovanni nel discorso inaugurale del Concilio, con parole che caratterizzano lui stesso e l’intero Concilio.

C’è qualcosa da fare cinquant’anni dopo il Concilio?
Le idee del Concilio sono note. Pensiamo alla Dei verbum: un documento straordinario, benché oggi sembri ampiamente dimenticato e non venga letto. Quest’opera conciliare, che ha condotto a molte accese discussioni già durante il Concilio, resta il culmine di tutto l’ampio lavoro condotto dagli esegeti e dai teologi prima del Concilio.

Ma, più in generale, che ne è dei risultati? C’è ancora del lavoro da svolgere dopo tutti questi anni? È chiaro che la duplice ermeneutica, quella agostiniana e quella basata sull’incarnazione, continuerà a esistere, i due elementi vivranno uno di fianco all’altro, ciascuno con la sua verità. E la ricerca di un equilibrio fra i due non sarà mai completamente risolta. Con questo paradosso, la Chiesa convive e va avanti. E poi c’è la questione cruciale: in quale misura il Vaticano II ha rotto con il passato o, al contrario, presenta una continuità profondamente radicata con il passato? In quale misura il Concilio è uno sviluppo e una continuazione del passato? Che cos’è la Tradizione? Solo quella del pensiero medievale e scolastico? In che misura, per esempio, il decreto sull’ecumenismo è un approfondimento o uno sviluppo del pensiero e di un modo di parlare precedenti? O è invece del tutto nuovo? E la libertà di religione? In che senso il primato del papa (Vaticano I) e la collegialità dei vescovi devono essere considerati insieme e realizzati?

Senza dubbio, la costituzione sulla liturgia è quella che ha avuto maggior seguito e che più è stata messa in pratica fra tutti i documenti conciliari. La riforma del culto ha esercitato un’influenza profonda sulla vita dei battezzati. Alla riforma liturgica è stata riservata ovunque una buona accoglienza. In certi Paesi, è vero, sono stati condotti esperimenti avventati; ma i frutti positivi di questo testo conciliare sono evidenti ovunque. I libri liturgici sono stati rinnovati e in tutto il mondo abbiamo assistito all’introduzione della lingua volgare. L’attenzione alla Parola di Dio è aumentata e il contatto con la Bibbia si è ampliato. Ciononostante, rimane molto da fare perché la Bibbia diventi maggiormente accessibile al popolo di Dio: ci vogliono più studi biblici e una maggiore conoscenza dell’esegesi moderna; il che solleva anche problemi nuovi.

Di frequente, il linguaggio impiegato nei testi liturgici e nelle preghiere non è all’altezza della situazione. Non basta tradurre gli scritti in lingua volgare. La liturgia esige ben più del semplice linguaggio di tutti i giorni. Il linguaggio liturgico è pur sempre qualcosa di sacro, che trascende il linguaggio popolare. Per parlare del “mistero della fede”, abbiamo bisogno di qualcosa di più elevato del linguaggio della conversazione quotidiana. Ci sono parole che appartengono al linguaggio della cristianità e meritano un’interpretazione profonda e riverente. Il linguaggio liturgico non può semplicemente coincidere con quello comune.

È vero, d’altro canto, che i riti e i rituali sono presenti e seguiti in tutte le religioni. Spesso al giorno d’oggi c’è una certa resistenza nei confronti della ripetizione protratta e stereotipata delle medesime parole e degli stessi gesti. Inoltre, essi risultano non sempre di immediata comprensione e non muovono all’azione. Il rituale, d’altra parte, non è utilitaristico, ma costituisce uno scopo di per sé. L’eucarestia, per esempio, è, sì, un alimento, ma lo è in senso sacrificale e legato al culto, non destinato a soddisfare la nostra fame fisica. La banalizzazione o l’omissione di certi aspetti rituali svuota la celebrazione del suo riferimento al mistero sottostante.

Inoltre, la “partecipazione attiva”, di cui il documento liturgico parla così spesso, deve essere intesa come partecipazione generale. Non si limita alle azioni esteriori del fare, parlare, cantare e muoversi. Essa concerne anche l’interiorità dell’anima. La Bibbia è ricca di testi che parlano del credere o pregare con il cuore e non soltanto con la bocca e con le labbra. Il silenzio è una componente essenziale della partecipazione attiva: esso collega la dimensione esterna con quella interna. Il linguaggio del cuore va oltre il linguaggio della bocca e delle labbra.

Un’altra sfida consiste nel trovare un equilibrio fra la parola e il sacramento. Il Concilio ha riassegnato alla Parola la sua giusta collocazione. Tuttavia, a volte, la cura e la grande attenzione prestata alla Parola hanno condotto a una svalutazione del sacramento stesso. Dal punto di vista della durata e dell’attenzione a esso dedicate, il servizio della parola nell’eucarestia viene spesso celebrato a spese del servizio della mensa. Ci vuole equilibrio. Un problema simile è quello del bilanciamento fra la dimensione orizzontale e quella verticale. Talvolta, c’è il pericolo che l’eucarestia venga ridotta alla mera dimensione del cibo, dimenticando che si tratta anche di un pasto sacrificale. Di tutto ciò non restano altri esempi nella nostra cultura attuale. La celebrazione che si svolge con il sacerdote rivolto ai fedeli suggerisce principalmente la comunità locale e pone minore enfasi su Dio. L’eucarestia, però, è entrambe le cose: un pasto conviviale e un atto di adorazione e di sacrificio. Molto dipende dall’atteggiamento del celebrante. Il contatto visivo dovrebbe essere rivolto, sì, alla comunità che celebra, ma prima di tutto a Dio.

Il Concilio ha sottolineato con chiarezza l’eguaglianza di tutti i fedeli in virtù del battesimo. Questa uguaglianza, però, non può essere considerata alla stregua di una mera uguaglianza democratica, livellatrice. Il popolo di Dio è molto particolare: è un insieme di gerarchia e di persone. Nella sua uguaglianza c’è varietà. Anche questo è un elemento che ormai non fa più parte della nostra cultura, in cui tutto il potere proviene dal basso: le persone scelgono i loro rappresentanti. Nella Chiesa, l’autorità viene da Dio. Tale rapporto fra popolo e gerarchia, inoltre, deve avere una sua identità giuridica. Anche questo è stato un problema nel corso della storia, che ha assunto varie vesti legali collocate fra la centralizzazione e una qualche forma di democrazia.

Un problema correlato è quello del rapporto fra il primato pontificio e la collegialità dei vescovi. La ricerca della soluzione migliore si è protratta lungo tutta la storia della Chiesa. Ci sarà mai un contesto legale perfetto e definitivo per questo problema? O lo si deve semplicemente risolvere attraverso una sorta di rapporto d’amore: il papa ama i vescovi e viceversa? Solo l’amore domina il paradosso. Malgrado questo, ci si può domandare se non sia utile procedere con una specie di “Consiglio della Corona” di vescovi e cardinali raccolto intorno alla figura del papa [al riguardo, si veda l’iniziativa recente di papa Francesco, NdR]: un consiglio ristretto e rinnovato regolarmente, composto da rappresentanti di tutti i continenti, che si riunisca regolarmente con il papa, a mo’ di organo consultativo, per discutere dei problemi principali della Chiesa, un “forum” in cui papa e vescovi possano scambiarsi pareri e raccogliere orientamenti atti ad assistere il papa stesso.

Per conferire alla collegialità una qualche forma legale, la Chiesa ha optato per i sinodi romani che si tengono con cadenza periodica intorno alla figura del papa. Essi constano di membri eletti in seno all’episcopato in tutto il mondo. I sinodi hanno il loro valore, se non altro come luogo in cui i vescovi possono incontrarsi con i loro fratelli provenienti da tutta la Chiesa. Dal punto di vista sociale, i sinodi sono molto utili. Essi promuovono una collegialità affettiva. Di contro, sul piano dell’efficacia, si rivelano molto meno utili. Sono privi di una vera cultura del dibattito. Per dirla in termini tecnici, mancano l’obiettivo. E ci si potrebbe chiedere se è realmente possibile che circa trecento vescovi riescano davvero a discutere e raggiungere delle decisioni, anche solo consultive. Gli interventi dei vescovi ormai assumono più di frequente la forma di informative che ragguagliano sulla situazione nelle diverse Chiese. Esse sono certamente interessanti; di fatto, però, hanno spesso poco o nulla a che vedere con il vero tema trattato nell’ambito del sinodo. Così, il loro contributo alla discussione è limitato. Sono interessanti, ma non vanno al nocciolo delle questioni. Dopo mezzo secolo, i sinodi sono ancora alla ricerca di una metodologia efficiente, ma restano l’unico ambito in cui la collegialità assume una qualche veste legale. Del resto, non dovremmo dimenticarci il sinodo del 1985, in cui sono stati valutati i venticinque anni trascorsi dal Concilio. Da questo sinodo deriva l’idea di communio intesa come concetto per pensare alla Chiesa. Si tratta di una preziosa comprensione di tipo patristico, il nome è evocativo, ma resta il fatto che non propone un preciso schema canonico circa il progetto di collegialità.
Non è forse tempo di ripensare la condizione meramente consultiva dei sinodi?

La Chiesa e il mondo
La Gaudium et spes presenta necessariamente dei limiti temporali: il mondo si è evoluto e sono sorti molti nuovi problemi. Questa costituzione, dunque, necessita di un aggiornamento. Anzi... c’è bisogno di un documento nuovo. Dai tempi del Concilio, la nostra società e la nostra cultura sono diventate molto più pessimiste e cariche di ansia: dove è finita la Weltfreudigkeit... la gioia del Vaticano II? Oggigiorno, si avvertono ovunque inquietudine e preoccupazione, malgrado gli importanti e numerosi progressi scientifici e tecnici.

Ciononostante, il Concilio ha dato un forte impulso; e in molte aree ha avuto un notevole impatto sociale, particolarmente in America latina. Ed è innegabile che la voce della Chiesa e quella del papa vengano ascoltate con attenzione per quanto riguarda le questioni di carattere globale. Certamente è degna di nota l’iniziativa del cardinale Gianfranco Ravasi, il quale ha parlato della necessità di un dialogo più profondo con i non credenti nell’ambito di un progetto cui è stato dato il nome di “Cortile dei Gentili”. Condotto in diverse grandi città, questo progetto è assolutamente in linea con la Gaudium et spes: esprime la disponibilità della Chiesa ad ascoltare e a parlare della cultura e della filosofia contemporanee.

Occasionalmente, viene da più parti avanzata l’idea dell’auspicabilità o persino della necessità di un Vaticano III. In effetti, occorre spendere due parole al riguardo. Nella Chiesa e nel mondo sono emersi molti problemi nuovi rispetto ai quali la Chiesa è chiamata a prendere posizione. Il nuovo alito di Pentecoste di cui parlava Giovanni XXIII ha davvero iniziato a spirare? E l’“aggiornamento”? Esiste ora un vero dialogo con il mondo? Non assistiamo forse a una mancanza di collegialità e alla tendenza verso un maggior centralismo in seno alla Chiesa? Quali sono il significato e la ragione delle tendenze “tradizionaliste” nella Chiesa e del ritorno alla vecchia liturgia? E per quale motivo ci sono gruppi che non accettano le decisioni del Vaticano II? È vero che attualmente la visione minoritaria del Concilio permane e cresce, mentre la visione maggioritaria di quell’epoca perde di coesione? Un nuovo Concilio sarebbe forse la soluzione?

Il mondo è cambiato. Ci sono l’islam, la spettacolare fioritura di alcune Chiese evangeliche, la presenza di altre religioni, la mancanza di sacerdoti, la crisi della pedofilia, il femminismo, i nuovi movimenti, la profusione delle nuove tecnologie di comunicazione, la paura nei confronti del futuro del pianeta stesso. E via di seguito. Alcuni problemi affrontati durante il Vaticano II e che hanno portato a un consenso teorico sono ancora sul tavolo. Il rapporto fra il centro e la periferia, la collegialità dei vescovi e la conseguente forma legale, la possibile creazione dei patriarcati, la natura deliberativa di un processo decisionale condiviso in alcune aree, la trasparenza amministrativa, i dibattiti aperti al pubblico: una quantità di problemi più che sufficiente!

Tuttavia un nuovo Concilio sarebbe davvero la risposta migliore? Organizzarlo è una questione logistica complessa e pesante. Le spese di viaggio e alloggio per molti vescovi dovrebbero essere sostenute direttamente dalla Chiesa. Inoltre, l’episcopato mondiale attuale è immenso: si tratterebbe di cinquemila vescovi, per non menzionare gli esperti e gli ospiti! Sul piano tecnico, come si potrebbe organizzare la comunicazione per un’assemblea del genere? Non sarebbero meglio dei sinodi continentali? Oppure, in realtà, la piena realizzazione delle decisioni del Vaticano II non costituisce già di per sé un vero e proprio Vaticano III?

(Traduzione di Laura Majocchi)

 
Il Vaticano II: un Concilio come nessun altro
autore: Godfried Danneels
formato: Articolo
A cinquant’anni dalla sua apertura, una riflessione sulle novità portate alla Chiesa e al mondo dall’evento voluto da papa Giovanni. Un Vaticano III? Sarebbe sufficiente la piena realizzazione delle decisioni del Vaticano II. La questione della collegialità.
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