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La religione di Leonardo

di Augusto Marinoni

Nel 1896 Gustavo Uzielli nella prefazione alle sue Ricerche intorno a Leonardo da Vinci scriveva: «Allorché il sentimento sublime dell'armonia vincerà il fariseismo religioso che oggi lo soffoca, tre grandi figure giganteggeranno nella storia degli uomini: - Aristotele alla cui scienza s'inchinano tanto l'Antichità greca e romana quanto il Medio evo cristiano e maomettano ... - Cristo che terrifica la corruzione umana facendo balenare agli oppressi il sublime ideale della fratellanza universale, faro di luce e di amore ... - Leonardo che pone, in modo più logico, esatto e chiaro di quello che abbiano fatto tutti i filosofi mai apparsi nel mondo, i teoremi fondamentali della ricerca del Vero, del Vero da cui verrà, attraverso guerre e paci, l'accordo che oggi s'inizia fra le armonie naturali, le aspirazioni ideali e le leggi scientifiche ».

Colla vaghezza dei suoi concetti e la gonfiezza dei sentimenti basta questa pagina per rivelare il clima di accesa glorificazione della figura di Leonardo, artista, filosofo e scienziato, quando i suoi manoscritti non erano ancora interamente pubblicati e ancora poco studiati. Per secoli le carte vinciane erano rimaste quasi ignorate in varie biblioteche dopo che Francesco Melzi aveva posto in circolazione il Trattato della Pittura da lui costruito con brani estratti dai manoscritti di Leonardo in suo possesso. Vivo restava il bisogno di conoscere se in quelle carte esistessero dei veri libri d'altro argomento e di possibile pubblicazione. Inchieste di vari letterati, tra cui Ludovico Antonio Muratori, si erano concluse negativamente. Il Muratori aveva definito quelle carte come « un campo sterile », altri supposero che i veri libri di Leonardo erano andati perduti o smarriti. Il disordine e l'estrema frammentarietà dei testi vinciani apparivano inconciliabili colla forma o idea di libro fissata da una lunga tradizione. Quel modo di scrivere per aforismi, definizioni, ricette, rapide descrizioni di oggetti o aspetti del mondo naturale, senza mai rileggere il già scritto, con insistenti ripetizioni e continue interruzioni del discorso, proveniva dall'ambiente delle botteghe artigiane, dal mondo delle arti meccaniche a cui i dotti del tempo non riconoscevano il titolo di scienza o filosofia che si esprimeva in forme diverse. Più tardi, nel secolo XIX, le carte di Leonardo vennero esaminate non più da letterati, ma da uomini di scienza, pei quali la forma letteraria aveva importanza minore. Una semplice frase, un periodo che esprimesse per la prima volta una verità scientifica, suscitava interesse e ammirazione più di una serie di capitoli formalmente impeccabili. Fu appunto l'attenzione richiamata da uomini come il Venturi e il Libri sui manoscritti vinciani a determinare l'esigenza della loro pubblicazione. Quando apparvero le prime edizioni dei codici di Parigi e di Milano, la loro caotica frammentarietà che aveva spaventato col Muratori i letterati dei secoli precedenti, apparve invece come il frutto di un'insaziabile avidità di conoscenza, estesa a tutti i campi dello scibile.

I miti e le deformazioni
Il carattere sovrumano attribuito dal Vasari a Leonardo artista, come «cosa largita da Dio e non acquistata per arte umana», venne nuovamente confermato e applicato a Leonardo scienziato, filosofo, ingegnere, inventore, matematico, anatomista, idraulico, lessicografo, grammatico, poeta, musico, e via dicendo e inventando. Si potrebbe scrivere un libro ameno e amaro sugli aspetti deliranti degli studi vinciani. Anche in tempi più recenti si è continuato e si continua ad attribuire a Leonardo la lettura abituale e diretta di codici medievali in difficilissimo latino, irti di compendi abbreviativi che avrebbero richiesto una pratica costante. Si è volutamente ignorata l'autodefinizione di Leonardo come « omo sanza lettere », senza latino e per dò impossibilitato a leggere e citare gli autori latini senza l'aiuto di volgarizzamenti o di amici letterati.

A questa grave deformazione dello stesso oggetto di studio si aggiunga la volontà di scoprire un alleato delle proprie ideologie in un gigante che qualche giornalista continua a definire come il più grande genio della storia umana. L'Uzielli lo oppone al fariseismo religioso e gli attribuisce la rivelazione dei teoremi fondamentali della ricerca del Vero, rimasti sconosciuti « a tutti i filosofi mai apparsi nel mondo »; il Saitta vede nelle pagine di Leonardo contro la credulità nei fantasmi (probabilmente pensava a Ludovico il Moro, superstiziosissimo) una chiara negazione dell'immortalità dell'anima, trascurando altri testi molto importanti; altri ancora vedono nella ricerca sperimentale di Leonardo solo un aspetto deterministico e materialistico negando ogni componente idealistica. I riferimenti o si rivolgono a un passato remoto (il Dio di Leonardo, secondo l'Uzielli, « s'identifica con quello di Anassagora ») o più volontieri al futuro (Leonardo precursore, secondo il Troilo, di Kant, di Schopenhauer e perfino di Beethoven). Anche libri molto recenti si compiacciono di riferire un giudizio mostruoso di Sigmund Freud che paragona Leonardo a un uomo che si svegliò troppo presto· nella notte quando gli altri uomini dormivano ancora.

Contro i negatori di ogni rapporto colla cultura medievale il Duhem cercò di mostrare la ricchezza di un retroterra culturale allora troppo , ignorato. Vi fu chi protestò contro ogni tentativo di medievalizzazione di Leonardo; ma il compito dello storico non consiste nello spingere in avanti o indietro, ma di lasciare Leonardo dove sta, riconoscendo però i suoi legami colla cultura del suo tempo. Ciò è possibile non sulla base di pregiudizi ma solo dopo un'accurata lettura dei suoi scritti. Compito non facile sia per la rarità e il costo delle edizioni disponibili (.ln facsimili e copie numerate), sia per la dispersione del pensiero vinciano in decine di migliaia di frammenti di cui bisogna ricostruire la parentela logica e cronologica.

I primi scritti
Gli scritti di Leonardo anteriori alla sua venuta a Milano, ossia ai suoi trent'anni, sono pochissimi e rivelano una scarsissima abitudine alla scrittura. Sappiamo dal Vasad che egli era pronto a cominciare mille cose, ma anche ad abbandonarle appena cominciate. «Nella erudizione e nei principii delle lettere arebbe fatto profitto grande, se egli non fusse stato tanto vario e instabile». Unica passione costante, il disegno. Perciò il padre. notaio rinunciò a dargli un'educazione aristocratica, letteraria, e lo affidò al Verrocchio che lo istruisse e addestrasse nei lavori manuali o « arti servili ». Dunque anche scarse letture.

Solo verso i trantacinque anni, a Milano, Leonardo decide di scrivere, si fa avido di letture e comincia a raccogliere libri. D'ora in poi i suoi scritti non saranno mai diari a cui confidare i più intimi pensieri o le vicende della sua vita privata. Sono appunti accumulati in vista di trattati scientifici, vagheggiati e non mai attuati. Solo per cenni del tutto incidentali appare qualche spiraglio su temi estranei alla ricerca scientifica. Chi ha voluto esplorare i suoi rapporti affettivi o amorosi, ha dovuto inventare, fraintendendo documenti non suoi, immagini femminili del tutto ipotetiche o ricadere nell'ipotesi non mai provata dell'omosessualità. Anche per il pensiero religioso la documentazione è scarsa, se per religione intendiamo la pratica del culto, la partecipazione alla preghiera liturgica. Abbiamo in proposito da un lato la testimonianza di una morte accompagnata dai sacramenti della Chiesa, dall'altro qualche accento polemico contro il clero e certe forme liturgiche, confinato nell'ambito scherzoso delle facezie e degli indovinelli. La documentazione si fa invece più ampia se cerchiamo nel suo pensiero filosofico l'idea di Dio e dell'uomo nel suo rapporto colla realtà totale dell'Essere.

L’influsso di Marsilio Ficino
Se le sue letture giovanili sono contenute in limiti ristretti, le sue meditazioni sulla realtà del mondo e sul valore della vita sono vaste e profonde anche se non tutte originali. Originale sarà la sintesi personale delle idee acquisite e la loro espressione per la mano dell'artista. Egli ha trascorso la giovinezza in una Firenze satura di interessi culturali, artistici e filosofici, dominata per qualche tempo dalla passione filosofica di Marsilio Ficino. Questo nome per molti rappresenta il polo opposto del pensiero vinciano, ma è quasi troppo facile rinvenire nelle pagine di Leonardo l'eco o addirittura le precise parole del Ficino tradotte in volgare. Testi ficiniani in volgare circolavano per la città e i più dotti dovevano ripeterli e discuterli nelle loro conversazioni. A titolo d'esempio si consideri il problema estetico. Per un certo tempo anche per il Ficino la bellezza è proporzione di parti, ma in una certa pagina egli ripete da Platino la critica a quel concetto di proporzione o rapporto tra una pluralità di elementi. Come potremmo allora definire bello un elemento semplice quale una voce o un colore? E non sembra assurdo far nascere la bellezza dall'unione di elementi per sé non belli? La bellezza è altro, è « actus vivacitas et gratia quaedam in fluxu ipso refulgens ». È dunque la rivelazione di un moto interno, il palpitare' della vita, purché questo moto fluisca con grazia, senza improvvise durezze, con andamento ritmico e curvilineo. Anche Leonardo nella prima parte del Trattato insiste sul « dolce concento », su «l'armonia proporzionale delle parti che compongono il tutto», ma nella terza parte l'accento si sposta decisamente sulla rivelazione del moto interno della figura disegnata o dipinta, che non sarà apprezzata « se non esprimerà coll'atto la passione dell'animo suo », che è morta due volte «se non le si aggiunge la vivacità dell'atto». La presenza del testo ficiniano rivela la presenza influente del suo autore.

Anima, mente quintessenza
Coincide col Ficino anche il suo pensiero sulla materia, sulle « virtù spirituali» o energie incorporee, sulla figura generale del Cosmo. La materia è distribuita nelle sfere concentriche dei cinque elementi. Essa è assoluta passività, da essa non deriva il movimento che la anima, che genera la vita e il divenire delle cose. Il moto ha le sue ultime origini nel Primo Motore, che investe la materia col soffio delle sue incorporee virtù. Nella sfera dell'aria accende la luce, in quella dell'acqua muove le onde e i vortici, la spinge dalle radici alle cime dei monti, dalle radici ai rami delle piante e alle foglie; all'elemento terra dona, oltre allo splendore della luce, il calore che fa germogliare la vita. Sul quarto e sul quinto elemento le idee di Leonardo sono meno chiare e meno distinte di quelle del Ficino. Per questi la quintessenza colla sua levità e incoruttibilità è termine medio tra anima e corpo. Per scendere nella terra e generare i corpi viventi le anime si rivestono di quintessenza, che ne diviene il « vehiculum » o « currus ». In un campo dove le verifiche sperimentali sono orinai impossibili, Leonardo rifiuta le distinzioni troppo sottili e identifica semplicemente la mente, l'anima colla quintessenza. Anzi dichiara essere impossibile per l'uomo definire esattamente la natura degli elementi e, assumendo la posizione del moderno sperimentatore, afferma che l'uomo può solo descrivere il comportamento o le funzioni degli elementi senza penetrarne l'essenza. Il suo noto discorso sull'anima si riduce a constatare il diverso comportamento degli elementi nei confronti del moto.

« De anima. Il moto della terra contro alla terra ricalcando quella, poco si move le parte percosse. L'acqua percossa dall'acqua, fa circuii dintorno al loco percosso. Per lunga distanzia la voce infra l'aria. Più lunga infra 'l foco. Più la mente infra l'universo. Ma perché l'è finita non s'astende infra lo 'nfinito ». Anima, mente, quintessenza si identificano. La loro qualità è rilevata dal moto, che nella terra densa e pigra subito si soffoca, negli elementi fluidi si espande con ampiezza e rapidità crescente, fino alla quintessenza e allo spirito dove il moto si fa fulmineo e quasi extratemporale. Il concetto dell'immortalità dell'anima è legato a quello della quintessenza. Nella pagina non meno nota in cui Leonardo si chiede la ragione di quell'ansia che fa desiderare all'uomo sempre le prossime primavere e nuovi mesi e nuovi anni senza accorgersi di affrettare col desiderio la « disfazione » della sua vita, la risposta è che quel desiderio è innato nella quintessenza. « Ma questo desiderio éne in quella quintessenza, spirito degli elementi, che trovandosi rinchiusa per anima dello umano corpo, desidera sempre ritornare al suo Mandatario »; è la « speranza e 'l desiderio del ripatriarsi e ritornare nel primo Caos ». Anche qui siamo in presenza di espressioni ficiniane, come «per quintam essentiam quae ubique viget tamquam spiritus ». Se vogliamo sapere chi è il Mandatario e il Primo Caos, risponde il Ficino che i Caos sono tre e « primum omnium est Deus ».

Il regno del nulla
In un'altra questione molto sottile Leonardo assume una posizione che si giustifica con la filosofia medievale e ficiniana piuttosto che con più moderne dottrine. I suoi trattati devono avere come punto di partenza alcuni « principi » o definizioni, che per la pittura sono quelli di punto, linea, superficie. Così hanno già fatto l'Alberti e Piero della Francesca, distinguendo però due tipi di discorso, uno per i filosofi, l'altro per i pittori che richiedono una « più grassa Minerva », un linguaggio più grossolano.

Leonardo vuoi dimostrare che la Pittura è scienza, è « discorso mentale » e perciò respinge con sdegno la posizione dei suoi predecessori: «Nessuno mi legga che non è matematico nei miei principi », e combatte una dura battaglia per trovare una definizione che sia assolutamente vera, rivivendo la questione degli universali. Il punto è soltanto un concetto della mente, un «nome che non ha essere» oppure esiste « in re », si trova fuori di noi nello spazio?

Dopo lunghe ambagi Leonardo decide per la soluzione realista: «il punto è in sito sanza occupazion di sito ». È una definizione sostenuta da ripetute e sottili argomentazioni. Considera ad esempio il centro del cerchio da cui si diramano infinite semirette. In esso si accumulano gli infiniti punti terminali di quelle semirette senza disturbo reciproco non occupando lo spazio dove si collocano. Dunque uno eguale infinito. In ogni punto dell'aria sono presenti le « spezie » di ciascun punto di ciascuna superficie visibile e dette « spezie » attraversano lo « spiraculo » della pupilla, perché sono « potenzie spirituali », prive di corpo e tali da non occludere lo « spiraculo ».

Il punto è un nulla dinamico. L'Alberti considerava la linea come insieme di punti accostati al modo dei fili d'una tela. Leonardo ha una concezione più moderna, perché le sue parole si ritrovano quasi identiche in Newton. La linea nasce dal moto del punto, la superficie dal moto della linea; il corpo dal moto della superficie. Se nulla è il punto, nulla è la linea, la superficie e la forma stessa dei corpi. Vastissimo dunque è il regno del nulla. « Infra le magnitudine delle cose che sono infra noi l'essere del nulla tiene il principato ». Un nulla che è non può coincidere né col vacuo. né coll'antitesi assoluta dell'essere. La sua nullità è riferibile esclusivamente alla materia, alla « res extensa ». Infinite sono le cose che non hanno quantità dimensiva e non occupano spazio. Non solo le forme delle cose sono incorporee, lo sono pure le energie o « virtù spirituali » che animano il mondo e ne modellano le forme: la forza, la gravità, lo splendore, il calore e via dicendo.

Le « virtù » che plasmano la materia
Limitata è la funzione delia materia in questo sistema. Riempie le forme e oppone una resistenza passiva alle forze « spirituali » che la piegano e la muovono. ·Concetti che si trovano chiaramente espressi dal Ficino, per il quale la « sostanza » può essere materiale o immateriale: « substantia... altera corporea, incorporalis altera ». Il termine « sostanza » in Leonardo equivale a materia, ma l'opposizione tra realtà corporea e incorporea è netta. « La linia non ha in sé materia o sustanzia alcuna, ma si può nominare più presto cosa spirituale che sustanzia e per essere così condizionata essa non occupa loco ». Altrove parla di « corpo spirituale.

E il Ficino aveva precisamente scritto: « Lineas quae latitudine profunditateque careant, quis corpora dixerit? Termini vero superficies sunt lineaeque et puncta: quae cum profunditatis crassitudine careant, corpora non putantur ».

Nello spettacolo della vita mondiale l'elemento dinamico non proviene dalla materia; ha un'origine invisibile e remota. Il fascino misterioso delle immagini dipinte o disegnate da Leonardo è nella rivelazione di un moto interiore che affiora sulle superfici e sempre fluisce con grazia anche nella violenza del diluvio. Miracoloso sembra a Leonardo il comportamento delle « virtù » che plasmano la materia e muovono il mondo. Gli appaiono come un fiume uniforme, ma investendo e penetrando nella materia si diversificano e si piegano all'obbedienza di una legge matematica, compendiata nel termine « Necessità, freno e regola eterna » imposta da Dio alla Natura. Così il Caos diventa Cosmo. « Questi sono i miracoli » esclama Leonardo, ravvisando in questo processo l'impronta divina. È meraviglioso che una energia smisurata e uniforme rispetti con tanta precisione le leggi matematiche e le forme geometriche ideate nel pensiero divino. « Quale lingua fia quella che displicare possa tal maraviglia? ... Questo dirizza l'umano discorso alla contemplazione divina ».

L'artista che ha ideato il Cosmo
Leonardo si sente chiamato a un duplice compito: come uomo di scienza deve scoprire le leggi razionali della divina Necessità; come artista deve cogliere e rivelare l'interno vibrare dell'anima che vivifica la materia. Dio non è solo il Primo Motore che muove il mondo, è detto da Leonardo anche sommo Maestro e Altare (autore), ossia l'artista che ha ideato la forma del Cosmo, suo capolavoro. Penetrando nel pensiero divino, scrutando il suo modo d'operare « la mente del pittore si trasmuta in una similitudine di mente divina » e gareggia col Maestro nel creare nuove forme.

Il Vasari nella prima stesura della sua biografia vinciana aveva scritto che « filosofando de le cose naturali » Leonardo « fece ne l'animo un concetto si eretico che e' non s'accostava a qualsivoglia religione, stimando per avventura assai più lo essere filosofo che cristiano ». Può darsi che Leonardo abbia sentito con orgoglio la differenza tra il suo modo di conoscere, amare, imitare l'opera divina e la fede ingenua delle anime semplici. Alle sue carte egli non affidava tutti i suoi pensieri, ma in un momento assolutamente eccezionale egli scrisse questa semplicissima preghiera, preziosa anche se formalmente non ben rifinita: « Io t'ubbidisco, Signore, prima per l'amore che ragionevolmente portare ti debbo, secondariamente che tu sai abbreviare le vite a li omini ». Amore come rationale obsequium e timore come initium sapientiae.

 

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