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Carriquiry: La lezione del Sudamerica

17.05.2018
VITA E PENSIERO - 2018 - 2
VITA E PENSIERO - 2018 - 2
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Mentre gli Stati Uniti si chiudono e l’Europa vede sempre più forti spinte alla disgregazione, l’America Latina affronta la sfida dell’integrazione contro i nazionalismi. La lotta dei cristiani per l’inclusione, l’equità e uno sviluppo globale e solidale.

Non ho la benché minima pretesa di dissertare con i dirigenti politici su quali siano le priorità, le sfide e i compiti della politica nell’attuale situazione latinoamericana, né tantomeno di insegnare qualcosa a loro che sono i massimi esperti in materia, perché per esperienza diretta sono particolarmente competenti al riguardo. Mi propongo invece di affrontare il tema alla luce del magistero di papa Francesco e dell’episcopato latinoamericano. Questa è l’ottica a partire dalla quale affronto la questione. Cosa dicono, cosa insegnano, cosa propongono il Papa e i vescovi riguardo alla gestione della cosa pubblica in America Latina? E cosa dicono e raccomandano ai politici, e in particolare a quelli cattolici, su cui ricadono importanti responsabilità politiche?

Il mio intervento parte da due premesse. Innanzitutto desidero sottolineare che la valutazione delle priorità, delle sfide e dei compiti a carico della politica secondo il magistero della Chiesa prende le mosse da una concezione cristiana della realtà e da uno sguardo pastorale. Siamo tutti consapevoli di quanto siano importanti le prospettive economiche, sociologiche, culturali, così come la necessità di un’accortezza politica nell’affrontare l’analisi della realtà, ma, alle prese con tale compito, non possiamo di certo mettere Dio tra parentesi. Nel Concilio Vaticano II si è parlato della lettura cristiana dei “segni dei tempi”, così come avviene anche nel Documento di Aparecida (n. 33) quando si afferma che «come discepoli di Gesù Cristo ci sentiamo sollecitati a discernere i “segni dei tempi”, alla luce dello Spirito Santo, per porci a servizio del Regno annunciato da Gesù, che è venuto affinché tutti abbiano la vita e “l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10)». Questo sguardo cristiano si combina con uno sguardo pastorale, lo sguardo dei pastori che si propongono di guidare il loro popolo in mezzo alle congiunture e alle circostanze determinate da tale realtà.
La seconda premessa, insita già nella prima, è il dover tenere ben presente che siamo discepoli e testimoni di Gesù Cristo nella vita della Chiesa e delle nostre nazioni, oggi profondamente interessate da ripercussioni e implicazioni derivanti dal pontificato di papa Francesco, il primo successore di Pietro proveniente dall’America Latina, un avvenimento che suscita nei nostri popoli una grande empatia, allegria e speranza. La Provvidenza di Dio ha posto dunque le nostre Chiese, i nostri popoli e le nostre nazioni in una situazione molto particolare. L’attenzione alla testimonianza e al magistero di papa Francesco deve perciò assumere un’estrema importanza nell’impegno dei cattolici all’interno della vita politica. E non bisogna dimenticare che fu proprio l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio a presiedere la commissione di redazione del documento finale della V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida, un testo che sta alla base del suo orientamento pastorale. E se quest’ultimo è molto importante per i cattolici, va segnalato che anche la politica tout court se ne è interessata in modo significativo, come dimostrano le numerosissime visite alla Santa Sede dei capi di Stato e di governo dei Paesi latinoamericani o di svariate altre personalità pubbliche del nostro subcontinente.

A partire da tali premesse, segnalo subito quanto ripetuto più volte da papa Francesco: più che in un’epoca di cambiamenti, siamo entrati in un “cambio d’epoca” (cfr. Documento di Aparecida, n. 33 ss.). Il mondo intero sembra destinato a una convulsa e difficilissima transizione. Come non rendersene conto di fronte al crollo dei regimi totalitari del messianismo ateo, alla conclusione di un mondo bipolare, all’impressionante accelerazione delle innovazioni tecnologiche, al diffondersi della globalizzazione con tutte le ambivalenze connesse, al cambiamento culturale marcato da tendenze relativiste e individualiste con ricadute nella vita di persone, famiglie, Paesi e nazioni? Lo sfaldamento delle narrazioni ideologiche – prima del marxismo-leninismo e, dopo una breve rinascita, dell’utopia liberal-capitalista retta sull’autoregolazione del mercato – ha reso obsoleti parecchi schemi mentali di giudizio storico e ha accresciuto le difficoltà di individuare parametri e criteri per giudicare e orientare la politica dei giorni nostri, spesso ridotta a lotta quotidiana per il potere, a un pragmatismo a breve termine, quando non a semplice confusione.

La Chiesa continua a proporre il patrimonio dei suoi insegnamenti sociali come principi fondamentali di orientamento: 1) la conservazione e la salvaguardia della dignità trascendente della persona, fatta a immagine di Dio e redenta dal suo sangue, mai ridotta a cosa, numero, strumento, manodopera, produttore o consumatore, e nemmeno a mero cittadino soggetto all’amministrazione statale; 2) la promozione di uno sviluppo integrale, sostenibile e solidale di ogni uomo e di tutti gli uomini; 3) la globalizzazione della carità e della solidarietà per combattere l’enorme bolla dell’indifferenza e dell’egoismo; 4) la realizzazione della fraternità come principio regolatore del sistema economico; 5) la diffusione della sussidiarietà come partecipazione libera e responsabile a partire dalle basi di una società democratica; 6) la destinazione comune dei beni della terra; 7) la cura della casa comune, in seno a un’ecologia naturale e umana improntata alla convivenza.

Il mandato di carità invita alla solidarietà, in maniera specifica e preferenziale nei confronti dei poveri, dei vulnerabili e degli esclusi. Questa è la «dimensione sociale dell’evangelizzazione» di cui parla papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (cap. IV) e che divulga nel corso del suo pontificato. Eppure, il magistero di papa Francesco e dell’episcopato latinoamericano in particolare in occasione delle Conferenze generali di Medellín, Puebla, Santo Domingo e Aparecida offrono criteri ancor più concreti di lettura della realtà latinoamericana, che non possono venire ignorati da chiunque desideri il bene del popolo e della nazione a cui appartiene.
A stupire fin da subito è il senso di appartenenza all’«originalità storico- culturale che chiamiamo America Latina»; frutto del «Vangelo incarnato nei nostri popoli», la cui identità «viene simbolizzata luminosamente dal volto meticcio di Maria di Guadalupe» (Documento di Puebla, n. 446). «La dignità di riconoscerci come una famiglia di latino- americani e caraibici» hanno scritto i vescovi ad Aparecida «implica un’esperienza singolare di prossimità, fraternità e solidarietà. Non siamo solo un continente, non siamo una semplice espressione geografica, mosaico inintelligibile di contenuti. Neppure siamo una somma di popoli e di etnie che si giustappongono. Una e plurale, l’America Latina è la casa comune, la grande patria di alcuni popoli fratelli che come affermò Giovanni Paolo II a Santo Domingo «la geografia, la fede cristiana, la lingua e la cultura hanno unito definitivamente nel cammino della storia» (n. 525). Proprio per questo motivo, quando papa Francesco riceve i capi di Stato dei nostri Paesi di frequente si riferisce alla «Patria Grande», rifacendosi oltretutto a una tradizione che viene dai nostri padri fondatori, specialmente da Simón Bolívar che sognava di costruire una «grande Nazione» concepita come una «confederazione americana».
La varietà di regioni, popoli e culture in America Latina è una ricchezza evidente, ma quel che importa è, soprattutto, che tale diversità possa convergere nella sintesi di un «destino storico comune» (Aparecida, n. 43). È l’armonia del poliedro, come piace dire a papa Francesco: una sola figura composta da linee molto diverse tra loro. È come se la Chiesa ci esortasse a vivere in maniera molto partecipe e sentita nelle nostre singole patrie natie ma senza cedere alla tentazione dell’isolamento, di un nazionalismo chiuso, di un cammino che conduce soltanto a una superba impotenza.

Per ragioni storiche, dovute a un sostrato culturale e di religiosità popolare, c’è una sorta di alleanza tra la Chiesa e l’America Latina. Si può persino affermare che l’indebolirsi della fede cattolica sia una tremenda perdita e un grave segnale di impoverimento per i nostri popoli. Persa la coscienza della filiazione da un Padre comune, vengono meno le esperienze e gli ideali di fraternità. La speranza diviene incertezza e insicurezza. Prevalgono gli idoli del potere, del denaro, del piacere effimero, alla base di schiavitù e oppressione. Aumenta ovunque la violenza. Svanita la nostra originalità storico-culturale, rischiamo di rimanere schiacciati e di venir assimilati dall’uniformità di una globalizzazione unidimensionale, tecnocratica, relativista e libertina. Come possiamo commemorare il bicentenario dell’indipendenza se non siamo in grado di sostenerla e di proiettarla in una forte identità, fonte di indipendenza spirituale, definita da un profilo e da un protagonismo storico specifici?

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