Il tuo browser non supporta JavaScript!

Il dono di Atena e le sfide per la Cattolica

16.03.2018
VITA E PENSIERO - 2018 - 1
VITA E PENSIERO - 2018 - 1
autori:
formato: Fascicolo digitale
prezzo:
vai alla scheda »
La questione antropologica o, come più precisamente si è espresso il cardinale Ravasi, «le interrogazioni che pone la civiltà contemporanea nell’ambito antropologico» (Adamo, dove sei? Interrogativi antropologici contemporanei, Milano, Vita e Pensiero, 2017, p. 87) non lasciano indenne o estranea l’università, e anzi la investono in pieno, invitandola a ripensare la sua stessa identità e il suo modus operandi in termini più profondi di quanto fino a oggi si sia mostrata disponibile a fare. Nella fattispecie, l’attualità di queste domande radicali, che sarebbe riduttivo riferire soltanto all’ovvia necessità di recepire nei programmi di studio i progressi della scienza, o all’esigenza di orientare la formazione con attenzione alla employability dei laureati, si può tuttavia cogliere osservando l’impatto dell’evoluzione tecnologica sul mercato del lavoro.

Già da tempo si sostiene, quasi a farne uno stilema, che gran parte dei mestieri attuali nel volgere di pochi anni non esisteranno più, e che gran parte di coloro che oggi studiano nelle nostre scuole e università eserciteranno una professione che ora non esiste; sono formule recepite anche nei documenti delle istituzioni internazionali, come il report The future of Jobs del World Economic Forum 2016. Indubbiamente le preoccupazioni più immediate riguardano la velocità e il tasso di rimpiazzo dei posti di lavoro perduti con quelli che chiamiamo nuovi, pur senza sapere quanti saranno e quali caratteristiche avranno. Soprattutto si percepisce che il fenomeno condurrà a una prevalenza del capitale sul lavoro nel processo di creazione della ricchezza e a una polarizzazione verso gli estremi, con una sensibile erosione degli impieghi che oggi vengono assolti dalla classe media. Rimarranno, da un lato, le mansioni per le quali non conviene costruire una macchina che sostituisca l’uomo, semplicemente perché la forza lavoro umana resta più a buon mercato rispetto all’impegno di capitale necessario per sviluppare una tecnologia e per metterla e mantenerla in opera, con le ovvie conseguenze in termini di accrescimento dell’emarginazione, dello sfruttamento e della diseguaglianza; e, dal lato opposto, rimarranno quelle professioni che implicano qualità umane non surrogabili: creatività, adattabilità, inventiva, capacità di relazione. Ciò significa conoscenza e cultura.

Rispetto a simili, drammatiche questioni le istituzioni universitarie sembrano offrire risposte limitate. Una prima limitazione dipende dal fatto che le stesse, istituzionalmente, hanno come interlocutori soprattutto persone che svolgeranno le attività più qualificate (spetta semmai alle istituzioni politiche il compito di organizzare efficienti processi di formazione professionale e affidarli a soggetti appositi); ciò non significa legittimare un’indifferente estraneità verso chi non può neppure ambire a un’istruzione superiore: il ruolo degli atenei si gioca piuttosto su un diverso piano, perché è loro dovere, come ha detto papa Francesco, «contribuire a creare una nuova leadership, attenta alle grandi questioni etiche che interpellano le nostre società e all’esigenza di tutelare e promuovere i più vulnerabili tra i nostri fratelli e sorelle», infatti, «solo servendo uno sviluppo umano integrale la scienza e le discipline umanistiche possono esprimere la loro piena dignità» (Saluto alla delegazione della Tel Aviv University, Roma, 23 ottobre 2017).

La seconda limitazione riguarda le risposte che le università cercano di offrire a tali emergenze. Esse propongono quasi invariabilmente una ricetta: sottolineano che compito dell’alta istruzione non è fornire capacità operative specifiche, ma conoscenza di lungo periodo, sensibilità critica per favorire uno sviluppo intellettuale e culturale che renda le persone capaci di adattarsi ai mutamenti sociali ed economici. Sono verità non contestabili, che in fondo ripropongono concezioni tradizionali circa la funzione dell’università moderna: dal modello tedesco ottocentesco alla idea of a university di John Henry Newman. Una visione ben ancorata nella storia culturale del nostro continente, che sembra recuperare terreno rispetto al progressivo affermarsi del tecnicismo specialistico del quale siamo stati spettatori nei passati decenni e propone di superare, opportunamente, quello che Isaiah Berlin ha definito il «divorzio» tra cultura scientifica e umanistica (The Divorce between the Sciences and the Humanities, 1974, trad. it. a cura di P. Stefani, in AA.VV., Giambattista Vico, Galiani, Joyce, Lévy- Strauss, Piaget, Roma, 1975, pp. 219-265). Fin qui nulla di nuovo.

Tuttavia l’impressione è che il richiamo astratto alla formazione culturale della persona come fine dell’alta istruzione non basti, perché si è ormai giunti all’orlo di un autentico salto culturale, di una discontinuità dalla quale le stesse istituzioni di formazione e di ricerca scientifica non possono pensare di rimanere immuni.

A ben vedere l’attitudine dell’istituzione universitaria sembra essere quella di un osservatore del cambiamento. Nella ricerca l’università promuove un’evoluzione delle conoscenze che avanza con una progressione incrementale, per additamenta si diceva nel Medioevo. Il fenomeno non è figlio del caso, ma di scelte politiche, del modo in cui è amministrata la ricerca scientifica. Si privilegia infatti il finanziamento dei progetti di ricerca in funzione dei risultati attesi e, massimamente, quando si tratta di risultati suscettibili di potenziali applicazioni tecnologiche. Ciò implica la costrizione dell’indagine scientifica nei binari di un processo per passi, per avanzamenti marginali, non favorendo lo scatto dell’intuizione, che potremmo dire “geniale”, la quale sola è capace di aprirsi a prospettive completamente nuove e non implicite nello stato delle conoscenze esistente. Restando in una così ristretta visuale si rischia di sprecare, secondo l’immagine di Joel Mokyr, il «dono di Atena»: un aumento quantitativo degli investimenti in ricerca non basta se non si colloca tale sforzo in un processo di diffusione della conoscenza e di innovazione sociale, e lo si riduce a tensione verso il perfezionamento della tecnologia in uso.

Nella didattica, l’innovazione praticata dalle università si focalizza essenzialmente sui contenuti, all’inseguimento della “conoscenza utile”, cercando di individuare quelle capacità che il mercato volta a volta richiede. Un’attitudine che nasce dall’assunzione di una precisa responsabilità sociale (meritoriamente sviluppata dalle università ormai da tempo impegnate nell’osservazione del mercato del lavoro per cogliere tempestivamente i segnali di nuovi emergenti bisogni formativi e nel coltivare le relazioni con le imprese), ma la cui reattività è purtroppo intorpidita, nel nostro sistema, da vincoli burocratici e tortuosità procedimentali dei quali più volte ci si è lamentati, e sui quali non vale la pena tornare. Insomma l’università, nei suoi schemi operativi essenziali e nel modo di percepire la propria identità e funzione culturale, rimane sostanzialmente identica a se stessa. Pur accreditandosi come propulsore delle grandi novità che si stanno verificando, più frequentemente vi si adatta o le rincorre. Tuttavia in questo atteggiamento sembra sfuggire un dato, e cioè che tra i “mestieri” che cambieranno, e che saranno esposti a una severa selezione, c’è anche proprio quello delle università. E non sappiamo quanto profondamente.  

Scarica e leggi l'articolo completo


 

Array
(
    [codice_fiscale_obbligatorio] => 1
    [coming_soon] => 0
    [fuori_servizio] => 0
    [homepage_genere] => 0
    [insert_partecipanti_corso] => 0
    [moderazione_commenti] => 0
    [mostra_commenti_articoli] => 0
    [mostra_commenti_libri] => 0
    [multispedizione] => 0
    [pagamento_disattivo] => 0
    [reminder_carrello] => 0
    [sconto_tipologia_utente] => carrello
)

Ultimo fascicolo

Anno: 2018 - n. 1

Iscriviti a VP Plus+

* campi obbligatori

In evidenza

Quando la Croce era intrecciata col Loto
formato: Articolo | VITA E PENSIERO - 2018 - 1
Anno: 2018
In Myanmar il Papa ha paragonato gli insegnamenti buddhisti a quelli di Francesco d’Assisi. Un dialogo che si avviò nei primi secoli, quando il continente asiatico fu evangelizzato dai cristiani nestoriani. Una storia da riscoprire.
Gratis
Pinterest