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Radici cristiane ed eredità moderna

15.11.2018
Radici cristiane ed eredità moderna
Radici cristiane ed eredità moderna
autori: Franco Giulio Brambilla
formato: Articolo
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La cultura occidentale possiede dei valori intrinseci, comunemente riconosciuti. Ma essi sono ancora tali anche a prescindere dalla loro origine religiosa? Un test attorno a cinque parole chiave: grazia e libertà, creazione, persona, comunità, futuro.

La questione delle “radici cristiane” della cultura moderna e contemporanea può essere formulata così: «Che cosa eredita la cultura occidentale dalla sua radice cristiana?». Alla fine arriverò a porre una contro-domanda: «È possibile ereditare dal cristianesimo alcune nozioni e alcuni valori, acquisiti al consenso comune nella cultura occidentale, dimenticando la loro radice cristiana?». La prima domanda sarà la questione guida del nostro percorso, la seconda sarà la prospettiva critica del nostro cammino.
Quali valori, dunque, la fede cristiana ha trasmesso alla cultura occidentale, col rischio che se ne perda la radice religiosa e trascendente?
Per rispondere procederò in due tappe: la prima cercherà di mostrare come questi valori emergano dall’incontro del cristianesimo con la cultura ellenistica, sul cui ceppo il cristianesimo si è trapiantato quando ha preso la strada di Atene e di Roma; la seconda esprimerà in cinque parole chiave questa eredità culturale, ormai passata nel linguaggio e nel sentire comune dell’Occidente, ma che sovente ha perso il suo riferimento alla radice ebraico-cristiana.

Il cristianesimo nell’incontro con l’ellenismo
La Rivelazione biblica parla dell’uomo e del mondo secondo una visione religiosa, nel senso che parte non dalla natura dell’uomo e delle cose, ma da Dio. Dio è visto come Signore della storia, che attua un disegno salvifico nella cui luce prendono consistenza l’uomo e il mondo.
Tale disegno salvifico è il Cristo, visto nell’incarnazione e nella glorificazione. L’incarnazione ci presenta il Cristo come uomo esemplare: egli è colui che Dio ha creato come il diverso da sé per congiungerlo a sé nell’amore. Nel Verbo Incarnato la comunione con Dio del diverso da Dio si attua in un modo perfetto ed esemplare. La glorificazione, nella quale il Cristo diventa una cosa sola col Padre e riceve quindi dal Padre il potere di comunicare lo Spirito a tutti i fratelli, ci presenta il modo in cui tutti gli uomini si uniscono al Cristo, diventano filii in Filio, sono in quanto diversi da Dio congiunti con Dio nell’amore.

Questa fondamentale visione teologica si può precisare in alcune prospettive secondo cui la Bibbia parla della realtà creata nel suo complesso (uomo e mondo). La fede biblica ha una visione unitaria di uomo, mondo e peccato. Unitaria è la presentazione della creazione: non c’è nella Bibbia un discorso cosmologico (l’origine delle cose) accanto a un discorso soteriologico (la creazione in Cristo). Il fatto che Dio possa creare, cioè possa far esistere qualcosa di diverso da sé, e che dipende da Dio totalmente nel proprio essere, è visto come un momento della realtà più globale che Dio voglia comunicare la sua vita divina nell’azione salvifica che accade in Gesù e nello Spirito.

Unitaria è inoltre la visione dell’uomo: non c’è nella Bibbia una visione dell’uomo composto di anima e corpo accanto a una visione dell’uomo come figlio di Dio in Gesù Cristo. L’uomo, di cui la Bibbia parla, è il figlio di Dio, in quanto diverso da Dio (di qui la sua creaturalità e la sua connessione col mondo materiale) e in quanto chiamato alla comunione con Dio in Cristo (di qui la dimensione spirituale dell’uomo intesa come libertà). Unitaria è ancora la visione che lega insieme cosmo e uomo: non c’è nella Bibbia una visione cosmologica accanto a una visione antropologica, bensì il mondo è visto come partecipe del destino dell’uomo, il luogo concreto in cui l’uomo si attua come libero accoglitore della gratuita interpellanza d’amore che Dio, nella storia, gli rivolge. E l’uomo è, a sua volta, partecipe del mondo e questo è l’orizzonte di un’«ecologia integrale» (Laudato si’).

Unitaria è infine la visione del peccato, nel senso che storia del peccato e storia della salvezza non sono semplicemente due momenti successivi (Cristo viene dopo e a causa del peccato), ma trovano una più profonda unità in Cristo. Il peccato è rifiuto del piano di Dio attuato in Cristo e Cristo è il salvatore dal peccato perché è il fi ne e il senso dell’esistenza stessa dell’uomo. Su questo sfondo prendono significato le affermazioni bibliche circa il rapporto dei singoli peccati personali con una storia umana di peccato di cui sono componenti la solidarietà degli uomini nel bene (a cui sono chiamati) e la complicità nel male (il peccato in Adamo) sino dal momento originario della storia.
L’ambiente culturale ellenistico è il contesto in cui si va ad acclimatare la fede biblica trasponendosi gradualmente dalla cultura giudaica e semitica alla cultura ellenistica greco-romana. Rispetto al quadro biblico la tradizione patristica ha sviluppato solo alcuni punti e anche questi punti sono stati trattati entro prospettive diverse. Se vogliamo capire perché la loro trattazione ha avuto un certo svolgimento logicolinguistico, dobbiamo rifarci ai problemi posti dall’ambiente culturale ellenistico.

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Franco Giulio Brambilla

Franco Giulio Brambilla è dal 2011 vescovo di Novara e dal maggio 2015 vicepresidente della Conferenza episcopale italiana. Sacerdote della diocesi di Milano, ha perfezionato i suoi studi alla Pontifi cia Università Gregoriana di Roma, con un lavoro su «La cristologia di Schillebeeckx» (1989). Dal 2006 al 2012 è stato preside della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale. Fra i suoi libri più recenti Adamo, dove sei? Sulla traccia dell’umano (2015) e Liber pastoralis (2017).

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