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Un passato ancora vivo. La lezione di Camaldoli

01.10.2013
VITA E PENSIERO - 2013 - 4
VITA E PENSIERO - 2013 - 4
autori: Autori vari
formato: Fascicolo digitale
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A 70 anni dalla nascita del Codice, ammiriamo la modernità di idee e azioni che mostrano come il cattolicesimo italiano disponga di un grande patrimonio di risorse culturali. Dobbiamo farne buon uso oggi, per tradurne in realtà l’anima politica.

Esattamente settant’anni fa, presso il monastero benedettino di Camaldoli, dalla domenica del 18 luglio si riunì per una settimana «un gruppo di studiosi amici». Erano più di una trentina, guidati da monsignor Adriano Bernareggi, vescovo di Bergamo e assistente centrale dei laureati di Azione Cattolica. L’incontro si proponeva, alla luce della Dottrina sociale della Chiesa, di diradare – per quanto era possibile – le inquietanti nebbie da cui era fittamente avvolto l’incombente domani. Era il tempo, ed erano proprio i giorni, di quella condizione di attesa che fa alternare o intreccia speranza e timore, moti di audacia e paralizzanti apprensioni o angosce. Ciò che era ormai talmente probabile da apparire certo, ossia il crollo del regime fascista e l’avvicinarsi della fine della guerra, nulla poteva garantire rispetto a quello che si sarebbe dovuto costruire e ricostruire immediatamente dopo.
Questo “dopo” – così vicino, e così pericolosamente aleatorio perché aperto a troppi esiti differenti e contrapposti – è la preoccupazione maggiore per gli amici cattolici che sono convenuti nel cenobio di Camaldoli. Immaginare e disegnare un “dopo” – voler contribuire a costruirlo in quasi ognuno degli ambiti essenziali e più importanti per il futuro dell’Italia: sociale, economico, politico, partitico e istituzionale, culturale – ha bisogno di idee, di riflessioni. Idee e riflessioni, tuttavia, oltre a evitare le tante trappole della retorica e del gregarismo intellettuale, devono anche saper nutrire un’azione concreta, coerente ed efficace, se si vuole che il domani immaginato e disegnato si traduca, per intero o per gran parte, in realtà. Devono nutrirla ben oltre il «gruppo di studiosi amici», così da favorire un agire cristianamente orientato, radicandolo sempre di più in cerchie ampie della società.
Che la Dottrina sociale della Chiesa non sia una prospettiva soltanto teorica, e che invece essa fornisca la base della condotta personale e di quella collettiva indicando di entrambe le principali finalità, è convinzione salda nel gruppo riunitosi a Camaldoli. Altrettanto chiara, del resto, è anche la consapevolezza del crinale storico rispetto al quale il cattolicesimo italiano, contribuendo a disegnare e costruire il “dopo” di tutto il Paese, al tempo stesso disegna il proprio futuro e costruisce le possibilità del proprio rilievo pubblico. Proprio per questo motivo, il Codice di Malines – stilato nel 1927 dall’Unione Internazionale di Studi Sociali quale sintesi dei principi costitutivi della Dottrina sociale, e poi ripubblicato nel 1933 – viene a rappresentare la traccia utile di avvio dei lavori del gruppo di Camaldoli, il punto da cui partire per comprendere dove, e in quale modo, un tale crinale storico renda ormai impossibile o dannoso ogni sforzo di prolungare nel domani ciò che si è definitivamente concluso o svilito nel recente passato.
A quasi due anni di distanza da quella settimana del luglio 1943, presso l’Editrice Studium apparirà un agile testo, sotto un titolo assai eloquente nella sua precisione concettuale e nella voluta semplicità: Per la comunità cristiana. Principi dell’ordinamento sociale, a cura di un gruppo di studiosi amici di Camaldoli. La Presentazione, firmata dall’Istituto Cattolico di Attività Sociale e datata Pasqua 1945 (si è dunque alla vigilia della conclusione della guerra), dà conto minuziosamente sia del principale intendimento operativo della settimana di Camaldoli, cioè quello di «concordare un programma per il lavoro da svolgere in seguito, e di stabilire il metodo da seguire», sia delle ragioni e delle modalità con cui si è giunti, dopo due anni, al documento presentato.
Sebbene le pagine di presentazione espressamente dichiarino che non si tratta di un Codice, o di un catechismo, l’opera diventerà rapidamente nota come il Codice di Camaldoli. E così verrà unanimemente chiamata.
Il testo scritto è il risultato del lavoro che, in prosecuzione diretta delle idee e delle progettazioni elaborate a Camaldoli, dal settembre 1943 ha richiesto il fattivo impegno di studiosi in gran parte presenti, o invitati, alla settimana di luglio. La redazione definitiva si deve soprattutto alle cure di Sergio Paronetto (la cui giornata terrena si conclude mentre il testo è ancora in tipografi a), a Pasquale Saraceno, che ha provveduto al coordinamento di tutto il materiale raccolto, a Ludovico Montini, Ezio Vanoni, Gesualdo Nosengo. In una nota a piè di pagina, la Presentazione elenca coloro che variamente hanno contribuito alla redazione del testo o sono stati consultati su argomenti specifici. La lista non può oggi non colpirci: da Giuseppe Capograssi a Vittore Branca, da Ferruccio Pergolesi a Guido Gonella, Giorgio La Pira, Aldo Moro, Giulio Andreotti, Paolo Emilio Taviani, ai teologi Carlo Boyer, Angelo Brucculeri, Carlo Colombo. In misura certamente non minore colpisce e sorprende, dopo le pagine di “Premessa sul fondamento spirituale della vita sociale”, la successione dei sette capitoli, che uno dopo l’altro declinano i novantanove articoli, o punti, di cui si compone il Codice: 1) Lo Stato, 2) La famiglia, 3) L’educazione, 4) Il lavoro, 5) Destinazione e proprietà dei beni materiali. Produzione e scambio, 6) L’attività economica pubblica, 7) La vita internazionale. Se non fosse che l’ultimo capitolo verrebbe oggi collocato, con ogni probabilità, come primo o fra i primi (con un esplicito richiamo, altrettanto probabilmente, a un vocabolo – “globalizzazione” – allora sconosciuto), l’indice del Codice di Camaldoli sembrerebbe pensato e scritto di questi tempi, nel mezzo di quelle che continuano a essere le pesantissime questioni da cui il nostro presente è immobilizzato in una gabbia di perenne, sfibrante attesa. Le quali questioni, anziché moltiplicare il desiderio e gli sforzi di immaginare, disegnare e incominciare a costruire un “dopo” davvero tale rispetto all’oggi, sembrano ogni volta confermarci l’estrema difficoltà, se non l’impossibilità, di andare oltre la rassegnata accettazione dell’attuale realtà. In tal modo, proprio perché non si può affidabilmente credere nell’imminente e felice conclusione di questo incerto e inquieto presente, l’immediato futuro – sociale, economico, politico, partitico e istituzionale, culturale – sembra condannato a essere una replica non migliorabile di tutto ciò che siamo vivendo e patendo in questi anni.
Leggere o rileggere i novantanove articoli è un modo giusto per celebrare l’anniversario della nascita del Codice di Camaldoli. E anche il compiacimento, nei cattolici, per la straordinaria, forse inaspettata contemporaneità di molti di questi articoli può subito farsi legittimamente affiancare da un comprensibile sentimento di orgoglio.
Che il cattolicesimo italiano disponga di un patrimonio di risorse culturali tuttora grande e vitale, lo si è sottolineato con frequenza in questi anni disorientati e disorientanti. Poterlo verificare una volta di più, e così concretamente, ha un suo valore e una sua specifica utilità. Serve, innanzi tutto, a farci riflettere sul maggiore o minore “buon uso” che di queste risorse è stato fatto nel passato a noi più o meno vicino. Serve, di conseguenza, a resistere alla tentazione di guardare le idee e l’azione dei cattolici di ieri con un’ammirazione direttamente proporzionale all’incertezza, o alla sensazione d’impotenza, che solitamente proviamo di fronte alle tante possibilità (e al dovere) di usare bene, oggi, un tale patrimonio. Ha soprattutto un suo specifico valore, questa verifica della sorprendente vitalità del Codice di Camaldoli, giacché ci consente (così aiutandoci, anche in questo caso, nel non cedere al pessimismo o alla rassegnazione) di considerare più realisticamente e lucidamente quale sia, di necessità, lo spazio e il ruolo della politica nel disegnare e costruire un “dopo”, nel cercare responsabilmente di tradurre in realtà le buone e valide idee della visione cattolica del mondo.
La politica, quale strumento naturale e indispensabile nel perseguire il bene comune della comunità, è presente nel Codice di Camaldoli quasi in ogni pagina, anche se il nome e la nozione di politica vengono usati con una parsimonia (o un rispettoso ritegno), che può persino apparire oltre misura. Non vi è né un’elaborata teorizzazione di che cosa la politica dovrebbe o potrebbe essere nell’imminente “dopo”, né, tantomeno, la sua trasfigurazione in un’attività salvifica dell’uomo e della società. La politica è un’attività pratica. E, come tutte le attività pratiche, essa è “strumentale”. Diversamente dalle altre attività pratiche, tuttavia, il suo fondamentale scopo ha una specifica e maggiore nobiltà. Nel cercare in ogni circostanza di assicurare la sicurezza presente e futura della propria comunità, la politica deve soddisfare i bisogni attuali di tutti gli appartenenti alla comunità (o, almeno, del maggior numero possibile), offrendo nel contempo una risposta a quelli che si pensa che nell’immediato futuro saranno i loro bisogni più importanti e le loro aspettative ragionevolmente più diffuse. La politica è necessaria al miglioramento della vita dell’intera comunità. Lo è anche, e forse soprattutto, per rimuovere o rovesciare le condizioni che ostacolano o senza fine rallentano un simile miglioramento.
A settant’anni di distanza, il lascito prezioso del Codice di Camaldoli riguarda proprio il perché e il come la politica serve a disegnare e costruire il “dopo”, particolarmente quando un tale “dopo”, di cui si avverte ormai l’incombere, resta quasi del tutto imprecisabile nei suoi lineamenti costitutivi, oltre che imprevedibile quanto alle scansioni temporali e ai piccoli o grandi fatti che ne segneranno l’apparire e diffonderanno la consapevolezza che esso si è ormai affermato.
Se ci possiamo compiacere e inorgoglire della vitalità della maggior parte dei suoi novantanove articoli, è dell’anima politica del Codice di Camaldoli che oggi abbiamo soprattutto bisogno. Ne abbiamo bisogno, certo, quale modello (o, almeno, quale esempio di successo) del metodo con cui la cultura può anche oggi farsi architrave di una visione e di un’azione politica. Senza lasciarsi troppo sviare, bisogna aggiungere, né dalla pressione degli eventi più contingenti, né dall’abnorme quantità di immagini o rappresentazioni della politica che – ideologiche nelle loro conseguenze programmate o inintenzionali, quando non già nel loro punto di partenza – finirebbero con il persuaderci definitivamente che le stesse istituzioni democratiche altro ormai non siano se non le quinte di una lotta senza esclusione di colpi per posizioni di potere e privilegio, personale o di ristretti gruppi. Dell’“anima di Camaldoli”, però, abbiamo bisogno anche per non giungere impreparati, o amareggiati da qualche deludente tentativo di questi ultimi anni, al “dopo” cui ci sta spingendo, con velocità sempre maggiore, il combinarsi e reciproco rafforzarsi della perdurante crisi economica e della crisi irreversibile, al termine di un ciclo ventennale, dell’attuale sistema partitico.
In molti di quelli che saranno i suoi caratteri iniziali, questo “dopo” che va disegnato e costruito – lo sappiamo – è già condizionato da ciò che avviene oggi. Lo è rispetto alle soluzioni più o meno parziali e soddisfacenti (o alle mancate risposte), che si daranno alle pesanti questioni sociali ed economiche. Lo è anche, in misura non inferiore, rispetto allo scompaginamento in atto nelle aggregazioni partitiche e ai loro sforzi di ricomporsi in modo nuovo sotto la guida di leadership differenti, dietro i vessilli di idee e ideali da troppo tempo assenti dalla politica.
Neppure a quest’ultimo appuntamento bisognerebbe giungere senza preparazione o tardivamente. O, peggio, convinti che il “dopo” – inevitabile, anche perché atteso e voluto dal Paese – sia soltanto l’ulteriore fase di un eterno presente politico, da affrontare secondo i consueti schemi e gestire con le logiche sin qui dominanti.
C’è davvero un vasto campo di lavoro per i cattolici italiani, per tutte le loro associazioni, per ogni loro movimento e organizzazione. In un’età in cui gli effetti finali della tarda secolarizzazione si sovrappongono e mescolano alle pericolose spinte verso una vita sociale che non sarà migliore, più giusta e libera, bensì stagnante e precaria perché sempre più non equa e illiberale, l’azione e la responsabilità politica dei cattolici devono anch’esse incominciare subito la stagione del proprio profondo rinnovamento. D’altro canto, è appunto il Codice di Camaldoli a continuare a insegnarci – dopo settant’anni – che, per preparare e costruire bene il futuro, occorre pensare e agire secondo i tempi lunghi della vita sociale e politica, essendo però attivi e sapendo operare efficacemente rispetto alle necessità dei tempi brevi o brevissimi.

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Lorenzo Ornaghi

 

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