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Régis Debray: Per una pedagogia dell’umorismo

12.11.2015
Per una pedagogia dell’umorismo
Per una pedagogia dell’umorismo
autori: Régis Debray
formato: Articolo
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La nostra ultima Festa della Federazione [l’autore evoca la Festa della Federazione del 1790, intrisa dei valori repubblicani della Rivoluzione francese, e traccia un paragone con le gigantesche manifestazioni di piazza del 10 e 11 gennaio 2015, nella scia dell’ondata di attentati jihadisti dei giorni precedenti a Parigi, NdT] ha risvegliato una certa sacralità repubblicana. Buon per noi. Ma si dà il caso che questa sacralità, per tanta gente attraverso il mondo, è sacrilega. Il che è spiacevole. Cominciamo dal nostro gaudio, legato a una comunione laica. Questa sacralità ritrovata non è stata confessata, ma vissuta nell’emozione simbiotica che rappresenta il suo segno distintivo. La parola “sacralità” avrebbe probabilmente scandalizzato i buontemponi di «Charlie Hebdo». Fa paura a una classe dirigente dalla vista corta che rifiuta di pronunciarla poiché assimila, con uno spirito falsamente positivo (quando l’illustre sconosciuto chiamato Auguste Comte ha già detto tutto sulla questione), sacralità e bigotteria, autorità e oppressione, trascendenza e soprannaturale. Eppure, capita ai non credenti di emanare sacralità senza accorgersene, come capitava a monsieur Jourdain, protagonista del Borghese gentiluomo di Molière, di prosare. E tanto meglio. Essa dà il meglio allo stato selvatico, senza pose, senza uniformi, berrette o colli inamidati. Agglutinante, trascendente, fuori commercio, inderogabile e indivisibile: proprio tutti i parametri della sacralità sono saltati all’occhio nel corso di questa settimana non del luglio 1790, ma del gennaio 2015, ricordandoci fi no a che punto la sua emergenza, epifania secolare, costituisce un aspetto invariante nella storia dei collettivi umani. La sacralità non è una sostanza trascendente che ci cade addosso dal cielo. Siamo noi, rasoterra, che la inventiamo e reinventiamo nel momento del bisogno, quando cedono le cuciture e c’è panico a bordo. È il riflesso vitale di un’anima collettiva in debito di spirito di corpo. Così, nel vuoto simbolico scavato dal culto delle cifre, il massacro in piena riunione di una redazione che simbolizza più di altre il genio nazionale, o una delle sue componenti più note, ha innescato il salubre ritorno alle origini. Un dentro aggredito da un fuori si rivolge istintivamente verso un sopra o un al di qua. Questi risvegli di soprassalto gonfi ano di gioia gli autoctoni – sacralizzare equivale a creare, come dice il filosofo Robert Damien – e invece d’inquietudine gli allogeni rimasti dietro la porta. Non senza ragione. Una rifondazione del noi ha per natura un carattere bellicoso: di fronte, per loro, il dovere di rigare dritto. Lo choc scatenante suscita una voglia di guerra, tanto per esorcizzare la paura, quanto per ricomporre ciò che rischiava di finire a pezzi. Guerra a Saddam Hussein, guerra al Califfo. Al terrorismo, ai barbari, alla quinta colonna. Tutti sul ponte. Così, allo stesso intimo comando, ogni società offre una risposta conforme al gene fondatore che trae dalla sua storia. Dopo l’11 settembre, i democratici nordamericani ammainano le vele riempiendo templi e chiese, oppure con preghiere collettive in strada: ritorno alle sorgenti teologiche di un popolo eletto in virtù del suo manifest Destiny. Dopo il 7 gennaio, i repubblicani francesi rispolverano Voltaire, la salacità e la Bastiglia, tirandosi su il morale sotto la statua della Repubblica della Libertà-Uguaglianza- Fratellanza: ritorno alle origini ideologiche di un popolo che si è staccato da Dio tagliando la testa del Re. Ognuno può secondo le proprie capacità e il suo punto.

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