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Cessato lo sgomento, anche il cinema

Cessato lo sgomento, anche il cinema
Cessato lo sgomento, anche il cinema
autori: Ermanno Olmi
formato: Articolo
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di Ermanno Olmi

Un discorso sul «cinema e i valori della Resistenza» richiede, se non vuole essere un'analisi «scolastica» di film impegnati o di costume, un ampio preambolo per informare dei presupposti coi quali s'intendono poi fare determinate considerazioni. Infatti, l'intenzione non è quella d'indagare e sentenziare sul passato al solo scopo di catalogare il bene e il male, i buoni e i cattivi, ma soprattutto di capire meglio il significato di certe scelte di ieri a vantaggio di una maggior conoscenza e comprensione della realtà presente.

Due sono gli interrogativi ovvii a cui si deve in qualche modo rispondere. Primo: quali sono stati gli ideali della nostra Resistenza, sia quelli dichiarati sia quelli silenziosamente sentiti (si potrebbe dire, quelli ideologici e quelli umani). Secondo interrogativo: cosa ha rappresentato il nostro cinema di questi ideali e come li ha rappresentati (si potrebbe dire, cosa ha capito e a quali scopi se ne è servito). Ho sotto gli occhi un elenco di film italiani sulla Resistenza e una sintesi delle critiche di allora: come sempre l'importanza delle opere valide cresce col tempo; la qualità della loro sostanza morale e anche formale acquista significati sempre più vasti e attuali. Altri film invece, rimangono, nel migliore dei casi, nell'ambito delle curiosità d'epoca. Non voglio qui citare titoli ne fare nomi: finirebbero per essere più o meno sempre gli stessi. Preferisco fare considerazioni generali perché ognuno poi tragga le proprie conclusioni, tenendo conto che il cinema è soltanto una componente (importantissima) ma non l'ottica critica privilegiata attraverso la quale osservare e giudicare una società e la sua storia.

Corresponsabilità, premessa necessaria
Infatti, se il cinema è senza dubbio il mezzo più corrosivo e condizionante è anche vero che, alla fine, il cinema stesso ne subisce le conseguenze rimanendo :molto spesso corrotto dal costume che ha contribuito a generare. Voglio dire insomma che anche il cinema non può essere né solo giudice né solo vittima, ma è il risultato della responsabilità di tutti. Almeno così dovrebbe essere in una società evoluta e democratica dove i suoi componenti, sia che vengano chiamati a decidere o ad eseguire, sono responsabili di tutto: degli errori e dei giudizi. Il diverso livello di responsabilità non diminuisce né tanto meno esime quelli più bassi: ognuno è responsabile verso gli altri per quello che sa e può fare. E le colpe degli altri, anche le più gravi, non giustificano le nostre.

E qualsiasi giudizio che siamo chiamati a dare, perché diventi in qualche modo utile agli altri, deve prima di tutto essere utile a noi stessi. E ancora: da qualsiasi parte venga il giudizio, non lo dobbiamo accettare come se fosse assoluto e definitivo; ha bisogno invece del contributo critico di ciascuno di noi, senza soggezioni, proprio come dovere verso gli altri e verso noi stessi. Tutto questo per dire che, a mio avviso, è proprio qui che comincia il discorso sugli ideali della Resistenza, di tutte le resistenze: infatti, è nel momento in cui nascono le piccole e grandi responsabilità che mettono le loro radici anche la pigrizia, l'indifferenza, l'egoismo, la paura, l'ipocrisia. E poiché l'uomo teme e si vergogna delle proprie debolezze, si difende cori la forza dell'intelligenza; ed ecco che si dà da fare per formalizzare ogni cosa con teorie fisse, elenchi di valori; regolette attraverso le quali potrà programmare con astuzia o l'esercizio del potere o la comoda rinuncia.


Gli ideali della Resistenza
In qualsiasi momento della storia, in una parte o nell'altra del mondo, c'è sempre un popolo (e spesso più di uno) che combatte per la propria libertà. Nel momento della lotta, questo popolo capisce fino in fondo e aiuta gli altri a capire meglio i valori fondamentali della vita. La lotta per la libertà non ha tregue e la resistenza armata è il momento estremo di questa lotta: quando i diritti della persona umana non vengono più riconosciuti, per imposizione o per rinuncia, allora comincia la ribellione, a volte persino inconsapevole, ma che man mano, attraverso la lotta e la sofferenza, diventa coscienza del proprio diritto alla vita. I sacrifici, i patimenti, l'accettazione stessa della morte da parte degli uomini che combattono questa battaglia ancora in atto, non sono facile moneta di scambio, non si affrontano con tanta decisione questi momenti estremi per un qualsiasi « ideale», ma solo in cambio dell'unico valore assoluto: la dignità del proprio essere. Purtroppo la storia « ufficiale » è ricca di pagine gloriose e di sangue « spese » per le conquiste assurde del potere e abilmente mascherate coi motivi più nobili di una ideologia, di una religione, di una razza, di una nazione. Ma la storia ufficiale non racconta, ne può raccontare, la storia segreta di ·tutti questi morti; dei loro dubbi, del loro smarrimento, dell'impossibilità , ad essere « padroni » di se stessi e dire di no ai soprusi.  La storia ufficiale (di quelli che credono di fare la storia perché sono la classe dominante, perché di loro, fino ad ora, si è quasi esclusivamente parlato, anzi, il più delle volte, loro stessi hanno « dettato » la storia) non può certo rivelare gli inganni, le congiure, i tradimenti e tantomeno gli eccidi di cui i potenti si sono resi molte volte responsabili. Costoro, convinti come sono d'essere al sicuro dietro la facciata « ufficiale » della storia, non sanno che un'altra storia scorre segretamente dentro la carne stessa degli uomini in una catena interminabile di sofferenze e di umiliazioni che non si dimenticano. Né hanno la possibilità di leggere dentro questa storia perché non hanno (si può persino dire «il privilegio») di conoscere il codice del dolore.

Il popolo si rivolta e sceglie
È appunto uno di quei momenti della storia in cui gli umiliati si riconoscono tra loro e insieme decidono di non rinunciare più, a qualsiasi costo, alla propria dignità di uomini. Così, nel settembre del '43, quando l'Italia è costretta a chiedere l'armistizio, inizia praticamente la nostra lotta armata. I soldati che scappano dal fronte o abbandonano le caserme, non hanno più ideali: quelli nazionalistici non li hanno mai avuti o sono sfumati da tempo. Vogliono solo tornare a casa. Non ci sono altre ragioni in grado di trattenerli, neppure la forza; al punto che riprendono a combattere contro chiunque tenti d'impedire il loro ritorno. Nasce cosi la resistenza popolare armata. Non c'è alcuna coscienza politica all'inizio ma soltanto la precisa volontà di dire basta. La consapevolezza verrà dopo, durante le battaglie, nelle lunghe marce di trasferimento, nei rifugi di montagna, nelle dure attese della clandestinità, di fronte ai nuovi compagni morti, caduti non per fare la guerra ma per starsene in pace. Allora si comincia a parlare, a chiedersi perché si è lì, a dare un senso e unità alla lotta comune, a capire insomma che la storia si può (si deve) fare con la volontà di tutti gli uomini. Anche le cronache dei vari partiti, che hanno poi organizzato militarmente e ideologicamente la resistenza armata, riconoscono, esclusa una ristretta cerchia di vecchi militanti politici, questa «ignoranza politica » iniziale del popolo combattente. Infatti, tutte ripetono il medesimo motivo: quegli uomini cominciarono a combattere soprattutto per tornare a casa: gli ideali, anzi le ideologie, come le bandiere, verranno dopo. Eppure, la somma di tutte quelle singole volontà, che erano però una volontà comune, quel combattere per se stessi ma uniti in una sola battaglia, era già un primo, fondamentale atto politico perché, finalmente, quegli uomini sottomessi agivano secondo le proprie scelte, diventavano dei protagonisti con cui si doveva fare i conti. Erano un evento nuovo e determinante per una diversa soluzione della storia. Ma era anche un atto politico spontaneo, nato dalla disperazione non da un'ideologia e quindi non «apparteneva» ad alcun partito che invece vuoi avere proprio la funzione storica di focalizzare e organizzare determinati pensieri e azioni allo scopo di promuovere e concretizzare nuove realtà. Tuttavia si può dire che quei primi sbandati riuniti insieme formavano già inconsapevolmente ma concretamente un «partito» e la loro « ideologia » grezza ma essenziale si riassumeva appunto in quelle due sole parole: tornare a casa.

La carica rivoluzionaria del tutti a casa
Il popolo si è sempre espresso coi mezzi della povertà e quindi il suo linguaggio è semplice e sintetico. Così, se non ci si ferma troppo semplicisticamente al primo apparente significato del « voler tornare a casa », si potranno rintracciare dietro queste parole tutte le motivazioni morali, civili e persino politiche che questo appello contiene. Infatti, «tornare a casa », non vuoi dire soltanto tornare alla propria abitazione, agli affetti dei familiari o degli amici, alle strade e ai luoghi dove si è vissuto, ma vuoi dire soprattutto tornarci in un certo modo, per trovarci ciascuno il proprio spazio di libertà e viverci in pace. Questa è la casa: il posto dove si vive. Gli ideali. della resistenza popolare, di tutti i popoli e di tutti i tempi, sono sempre gli stessi. Cambiano i modi e i motivi della lotta perché cambiano i sistemi e le cause della schiavitù, ·dell'oppressione. C'è ancora nel mondo chi combatte per liberarsi dalla schiavitù del bisogno, della paura, dell'ignoranza; altri invece dovrebbero combattere (e già si combatte) contro l'oppressione del benessere, del formalismo, della massificazione. La resistenza è dunque una lotta per tutte le libertà e per la libertà di tutti, in ogni momento e luogo. Ma purtroppo, come avviene spesso, ci si rende conto della mancanza di libertà solo quando non se ne può più fare a meno al punto che si è costretti alla ribellione armata perché il male è già così grave che per sconfiggerlo bisogna ricorrere ai mezzi estremi. Poi, quando finalmente la battaglia è conclusa e si depongono le armi soddisfatti, ci si illude che tutto sia definitivamente risolto. Il momento della liberazione è esaltante, denso di emozioni e di speranze. Si sono eliminati i responsabili, si sono distrutti i simboli, i palazzi e qualsiasi traccia degli oppressori e ci si convince così che anche le cause del male sono sconfitte per sempre. Ma il male della prepotenza o dell'indifferenza ha radici profonde. Sembra impossibile: persino fra coloro che l'hanno combattuto ha le sue ramificazioni e a volte trova il modo di rispuntare proprio lì, quasi beffandosi degli uomini e della storia. È questo il momento delle formalizzazioni della libertà, di « quella determinata libertà », per cui si è combattuto e vinto. E la cultura « ufficiale » (con questo termine « ufficiale » intendo sempre « consacrata dal sistema ») ha colpe gravissime di complicità in questi processi di formalizzazione. Senz' altro le più gravi perché la libertà, condizione necessaria all'uomo come la cultura, non ha traguardi fissi che una volta raggiunti sono acquisiti per sempre. La libertà e ·la cultura vanno perennemente difese e verificate ma soprattutto portate avanti perché sono sempre di più nel futuro come la crescita dell'uomo, senza fine. Chi tenta di conservarle, determinandole, le uccide. Il potere, invece, di qualsiasi natura esso sia, vuole proprio questo: un ordine stabilito, una gerarchia fissa di valori a copertura e garanzia dei propri privilegi. Un'ultima considerazione: non solo il movimento di liberazione non avrà mai fine, ma predilige la condizione della clandestinità proprio perché una qualsiasi libertà acquisita esige, per essere tale, la ricerca e la conquista di nuove libertà. Non si vive con modelli ideali fissi di libertà e di cultura; invece, la costante originalità del vivere e del rispetto della vita sono libertà e cultura.

Se e in che misura il cinema
Ecco che per me la domanda, per difetto di ingenuità o di pudore, ne nasconde un'altra: cosa ha capito il nostro cinema degli ideali della Resistenza? Come e a quali scopi se ne è servito? Non è per facile polemica ma se ci mettiamo a sfogliare le pagine degli spettacoli sui nostri giornali, con una certa fatica riusciremo a trovare tracce consistenti del « glorioso » cinema della Resistenza. Leggo un brano di una critica, a un film di allora, firmato da Mino Caudana e apparso sulla rivista « Quarta parete » il 20 dicembre del 1945: « ...Ora che l'ansia è finita, noi rimpiangiamo quei mesi. Fu uno dei pochi momenti in cui... milioni di litigiosi italiani riuscirono a parlare lo stesso linguaggio. La contessa monarchica dava ospitalità al comunista, il socialista nascondeva il prete, il carabiniere portava le munizioni all'anarchico ... Inutilmente, forse, cercheremo negli anni futuri di ritrovarne lo spirito. Furono tremendi e meravigliosi. Ci sentimmo, una volta nella vita, buoni ed onesti. Una volta, nella vita, ci parve che la solidarietà umana non fosse un'espressione priva di significato. La grande occasione per affratellarci tutti per sempre venne, forse offerta da Dio; ma non sapemmo coglierla che per un istante ». Gli ideali della Resistenza nel cinema li abbiamo visti e riconosciuti soprattutto nel momento in cui anche il cinema viveva la resistenza di tutti e la sua specifica sopravvivenza. Poi, come sempre, è cominciata la lunga fase celebrativa, al punto che ognuno finisce col celebrare se stesso: cinema e cultura compresi. Ma per fortuna, come per tutte le lotte di liberazione, anche il cinema non è soltanto quello celebrato nelle grandi sale, nei festival, sui giornali a rotocalco o d'opinione, con tutte le complicità dei soliti cortigiani del potere e della vanagloria. C'è ancora, e sempre, un cinema clandestino per destinatari quasi clandestini, un cinema che continua a lottare contro tutte le convenzioni e formalizzazioni comode a chi vuoi trarne risultati utilitaristici; un cinema, appunto, che vive il suo presente, che non si accontenta di « rappresentare lo spettacolo » della vita ma che vuole prima di tutto interrogare la realtà perché ognuno ritrovi in qualche modo la propria misura di responsabilità. Purtroppo però, e molto spesso, guardiamo la storia come un grande spettacolo (proprio come si fa al cinema e chi fa del cinema) dove soprattutto la punta drammatica (il colpo di scena) cattura la nostra attenzione facendoci quasi sempre dimenticare le ragioni e poi trascurare le conseguenze di un certo nodo drammatico. È vero che nei momenti tragici i nostri occhi acquistano come una lente d'ingrandimento e vediamo così, con maggior chiarezza, il bene e il male, le cose essenziali e quelle effimere, la verità e la menzogna; ma è anche vero che appena passato il momento del conflitto inevitabile ecco che ci sentiamo appagati dai grandi sacrifici compiuti e rinunciamo alle piccole lotte quotidiane contro le mille insidie di ogni forma di potere e di rinuncia. Forse troppo ingenuamente crediamo che i dolori e le vittime della Resistenza siano una garanzia inesauribile di libertà, quasi bastasse il loro ricordo a preservarci da ogni pericolo. Eppure sappiamo che le celebrazioni, anche se utili, non bastano a risolvere tutte le nostre responsabilità di sopravvissuti. L'aver combattuto non giustifica alcuna rinuncia a combattere. E le nuove generazioni, infatti, che non hanno visto, non hanno provato, non « sanno », ci chiedono conto soprattutto di quello che si fa oggi, mentre invece, molto spesso, ci giustifichiamo parlando loro delle nostre lotte di ieri. Il passato, anche sublime, non può essere la sola risposta al presente. La storia aiuta a vivere ma non si vive di storia. Ma ecco che ancora una volta invece di parlare di Resistenza nel cinema non faccio che buttar giù considerazioni cosiddette generali quasi volessi sfuggire a un discorso specifico sul tema che mi è stato assegnato. Mi accorgo però che ad ogni passo il mio interesse e la mia curiosità vengono attratti soprattutto dalle condizioni di fondo: dal terreno e dallo stato d'animo in cui sono nate certe scelte politiche e culturali; perché sta proprio sempre lì il nodo di tutte le questioni: il risultato di qualsiasi manifestazione dell'uomo contiene sempre la sostanza del «presupposto» che l'ha determinata.

Recidivo inganno
E anche il cinema, che è una delle tante manifestazioni, rivela il comune stato d'animo e il livello culturale della società che lo produce e lo consuma. Qual è dunque il «presupposto» del cinema in generale? Per conto mio è ancora l'inganno: il cinema e tutti i suoi derivati sono oggi la convenzione più accettata e subita dell'inganno. Se fossi un pubblicitario lancerei questo slogan: « con il cinema ci si inganna meglio». Perché, in generale, noi lo vogliamo questo inganno: non ci interessa vedere la vita ma lo spettacolo della vita. «Vedere» significa capire le ragioni e le conseguenze degli avvenimenti e quindi esserne coinvolti. Lo spettacolo invece ci lascia tranquillamente seduti sulla nostra poltrona di spettatori, protetti da qualsiasi pericolo ma informati quel tanto per sentirei a posto con la coscienza. È il nostro atteggiamento quindi a determinare in gran parte un certo tipo di cinema. Durante la resistenza e appena finita la guerra credevamo davvero al valore della libertà e della verità: e il cinema rispose puntualmente alle nostre esigenze. Al di là del valore di ogni singola opera s'intravedeva un comune desiderio di solidarietà umana. Il cinema di quegli anni aveva capito i valori della resistenza perché noi tutti li avevamo capiti, fino al punto di combattere e anche morire per riconquistarli e difenderli. Ognuno di noi fu costretto a scegliere fra libertà e sottomissione perché, in quel momento della storia, libertà significava sopravvivere e sottomissione morire. E il cinema corrispose, con opere altissime, a quel nostro stato d'animo di allora. Così, al di là di ogni inutile giudizio formale od estetico, il cinema di oggi corrisponde al nostro stato d'animo presente.

Quali sono oggi le nostre scelte? Sono ancora per la libertà? Cos'è rimasto dunque degli ideali della Resistenza? Certo: anche il cinema come ogni altra attività, ha capitalizzato quegli ideali secondo la propria convenienza. Mi viene in mente qui la parabola dei talenti: chi li dissipò, chi li nascose e chi li fece fruttare. Sono passati trent'anni e ci tocca fare il nostro bilancio: come abbiamo fatto fruttare quegli ideali di libertà e di giustizia? Sono beni preziosi che sono costati dolore e morte: ognuno di noi deve render conto per quello che ha avuto. Anche il cinema, certo. Ma il cinema è di tutti: di chi lo fa e di chi lo va a vedere.

Ermanno Olmi

Ermanno Olmi (Bergamo, 24 luglio 1931 – Asiago, 5 maggio 2018) è stato un regista, sceneggiatore e scrittore italiano. Nel 1978 ha vinto la Palma d'oro per L'albero degli zoccoli e nel 2008 il Leone d'oro alla carriera.

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