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Doveri politici del cittadino

di Luigi Sturzo

I diritti dell’uomo e del cittadino sono più noti dei doveri; se non altro, se ne parla di più, e si fanno valere con maggiore efficacia. Ma dei doveri non si ha un’idea chiara, al di là di quelli di obbedire alle leggi e di pagare le tasse, cosa di cui molti farebbero volentieri a meno, se non ci fossero multe e prigioni. Questo mio foglio è diretto ai credenti, non perché essi abbiano più doveri di ogni altro cittadino, ma perché essi per la loro fede sono convinti che l’adempimento dei doveri verso il prossimo è allo stesso tempo un atto di ubbidienza e di onore verso Dio. Essi quindi, per i loro principi, danno (o debbono dare) ai doveri politici un significato etico-religioso che altri non dà o non sa dare.

Rapporto fra diritti e doveri
Una delle idee che occorre inculcare nella mente dei giovani è che diritti e doveri sono correlativi; non si dà un diritto senza un dovere corrispondente. L’operaio ha il diritto al giusto salario, ma ha il dovere di far il lavoro bene: le qualità di giusto per il salario e di buono per il lavoro sono anch’esse correlative, perché inerenti al rapporto economico, che implica un rapporto morale.

Il cittadino ha il diritto di essere governato bene, secondo le tradizioni e mezzi che ha un Paese; ma ha il dovere di inviare ai posti pubblici elettivi persone moralmente integre e politicamente preparate. Per questa corrispondenza interiore e razionale fra diritto politico e dovere civico si crea un rapporto fra il cittadino e la società (Municipio, Regione, Stato, Federazione di Stati e Organizzazione Internazionale) che, secondo gli aspetti etici che prende, può caratterizzarsi rapporto di giustizia o rapporto di carità.

Ho più volte ricordato nei miei scritti che Pio XI, ricevendo un gruppo di giovani belgi, disse loro che la politica è una forma di carità del prossimo. Per coloro che stimano la politica una cosa sporca e che parlano dei politicanti come di gente moralmente dubbia, la frase di Pio XI dovette essere una sorpresa. Ma i cristiani che riflettono sui loro doveri sociali debbono ringraziare quel papa che disse una così coraggiosa parola ad un mondo che si trova sotto l’incubo di una politica a-morale, che nel fatto diviene spesso politica immorale: la politica è un atto di carità del prossimo.

Ma non basta; il moralista trova che ci sono certe attività politiche che appartengono alla virtù della giustizia; il che costituisce un rapporto etico più stretto. Basta accennare ai doveri del servizio pubblico per il quale i cittadini eletti o nominati hanno un compenso sull’erario. Ma anche coloro che ricevono un mandato volontario, con salario a titolo di indennità – il Presidente, i senatori, i deputati, i consiglieri e così via – debbono rispondere secondo giustizia degli atti della loro amministrazione verso il popolo che li ha eletti e verso l’ente ch’essi rappresentano. Anche coloro che non ricevono alcuna indennità dalle amministrazioni ed hanno assunto gratuitamente il dovere di un servizio pubblico, non solo hanno l’obbligo di mantenere la promessa, ma debbono rispondere della gestione loro affidata.

Ancora un passo: possiamo dire che l’elettore va a votare solo per adempiere ad un dovere di carità verso la società di cui egli fa parte? Forse che egli non riceve dalla società la garanzia della sua libertà, il mantenimento dell’ordine sociale per cui egli possa vivere da uomo libero? Non c’è forse un rapporto etico fra il cittadino e la società nel suo complesso? E se l’elettore, invece di dare il voto a una persona onesta e capace, lo dà, coscientemente, al disonesto o all’incapace – che perciò recherà danno alla pubblica amministrazione e perfino profitterà del posto a scopi privati – non ha mancato ad un suo dovere?

Lasciamo ai moralisti di rivedere la terminologia corrente, fissare dove nella vita pubblica finisce la carità e comincia la giustizia, definire le varie classificazioni o qualificazioni della giustizia, precisare quegli atti che hanno per effetto l’obbligo del risarcimento dei danni o della compensazione sia pure semplicemente civica o politica, e perfino della riparazione dello scandalo da parte dei pubblici ufficiali e dei capi di amministrazione.

Il problema della moralità nella vita pubblica tende ad abbracciare la maggior parte dell’attività umana, interferendo sempre più intensamente nella vita delle relazioni individuali e dei nuclei locali; e in quanto dall’altro lato, in regime democratico, tutti i cittadini maggiorenni, uomini e donne, sono interessati nella funzionalità amministrativa e politica del Paese.

Il rapporto fra diritti e doveri deve tenersi come fondamentale per la morale individuale e pubblica, riflettendo che quanto più essenziali, inalienabili e numerosi sono i diritti, tanto più obbligatori e pieni di responsabilità sono i corrispettivi doveri. Quando i regimi politici erano basati sull’assolutismo dei monarchi e la cooperazione delle aristocrazie, le classi medie o borghesi reclamarono i diritti politici e li ebbero. L’accento era posto sul termine “diritti” perché una gran parte di cittadini ne erano privi. Ma quando costoro cominciarono a usare dei diritti che loro spettavano, sentirono che i loro doveri erano correlativamente aumentati e le loro responsabilità aggravate. Lo stesso a dirsi oggi di tutti i cittadini uomini e donne, divenuti elettori ed elettrici.

Se ora sono molti quelli che non curano l’esercizio dei diritti politici che loro competono e non si danno pensiero dei correlativi doveri, è che i vecchi ideali di libertà del secolo scorso vanno svanendo di fronte a nuove schiavitù create nel mondo; ma anche perché il sentimento del dovere di partecipare alla vita pubblica, per il bene comune, è poco radicato nelle convinzioni e nelle abitudini anche dei buoni, anche dei fedeli cristiani. Se l’azione politica appartiene alla virtù dell’amore del prossimo, e in molti suoi atti implica il rapporto di giustizia, l’opposto che nega tale amore (e spesso causa la negazione della giustizia) è proprio l’egoismo.

Egoismo e vita pubblica
Se un vero cristiano ha il dovere di partecipare alla vita pubblica del suo Paese, egli non può portare spirito di egoismo, ma spirito di amore. È il punto di differenziazione fra coloro che fanno la politica a loro vantaggio e coloro che la fanno a vantaggio della comunità.

Non c’è Paese dove i cittadini non si lamentino che nelle amministrazioni pubbliche, dalle locali alle centrali e nazionali, si abusi del denaro di tutti a vantaggio di quelli che ne traggono un personale profitto. Oggi viene fuori lo scandalo delle forniture militari, domani quello degli appalti o della collezione delle tasse. Come vi sono i frodatori e i ladri dei privati, vi sono anche i frodatori e i ladri della comunità. L’America non solo non è immune da questa tabe, ma i nomi delle amministrazioni municipali di Chicago, New York e Boston, per la corruttela dei partiti al potere, sono stati famosi per quasi mezzo secolo. Ce ne saranno molte “Tammany Hall”, ma questo nome è conosciuto, a torto o a ragione, in tutto il mondo. Dobbiamo dire chiaramente che l’opinione pubblica reagiva lentamente, sì che la responsabilità della situazione gravava sull’intiero partito al potere e su coloro che apertamente lo sostenevano, non importa se gente di mondo o gente religiosa, protestanti o cattolici.

Uno dei difetti delle democrazie a sistema bi-partito, tipo americano, è quello di creare posti per i propri affiliati, e consentire benefici nelle aziende pubbliche ogni volta che il proprio partito sale al potere, mandando via quegli altri del partito soccombente, senza tener conto degli interessi del pubblico che vengono così subordinati agli interessi del partito. Si forma una specie di egoismo di parte, che per il fatto che è collettivo, non sente di avere vincoli di condotta morale. Ed è strano il fatto che lo stesso individuo il quale nella vita privata e negli affari personali cura l’osservanza delle leggi morali, nell’attività del partito non si senta vincolato e, potendo, salti a piè pari anche il codice penale. Non deriva forse da egoismo la lotta di molti americani, anche buoni cristiani, contro la partecipazione elettorale dei negri e la loro eleggibilità? La discriminazione politica è effetto della discriminazione razziale che turba parte della vita economica, sociale, religiosa e politica dell’America. Ma se si guardasse tutto il problema delle razze inferiori sotto l’angolo morale, si troverebbero soluzioni felici e gradualmente effettive.

A mano a mano, dall’egoismo individuale a quello del partito e a quello di razza, si sale all’egoismo nazionale (che ha generato il moderno nazionalismo, che Pio XI chiamò nazionalismo esagerato); questo ha agitato e agita tutti i Paesi del mondo. Quale Paese può dirsi immune dalla malattia del nazionalismo? Questo può chiamarsi in tante maniere, non è necessario che si chiami nazionalismo. Anche l’imperialismo, nel senso di predominio di una nazione sulle altre già assoggettate, ha caratteri di egoismo e di sfruttamento nazionalistico. C’è anche un egoismo nazionale di natura speciale: l’isolazionismo di quei Paesi che possono aiutare il mondo e non lo fanno per non correre pericoli. L’America nel passato ha avuto questa malattia e le è costata cara, partecipando a due guerre che essa poteva concorrere ad evitare se interveniva politicamente e a tempo. È chiaro che, come non può sopprimersi del tutto l’egoismo personale (che agisce da movente spontaneo nell’attività umana), così non può sopprimersi del tutto l’egoismo collettivo. Lo avremo sempre presente ed esigente. Ma come il buon cristiano deve combattere i propri istinti, vivificando la propria attività con la legge di «amare il prossimo come se stessi», così il buon cristiano vivificherà l’attività pubblica con la identica legge, sia questo prossimo rappresentato dal Comune, dalla Regione, dallo Stato, dalla Nazione: perché tutte le collettività pubbliche sono il prossimo, il vero prossimo di chi agisce in esse e per esse. Quasi a mascherare così lampante verità, ci si abitua a usare l’astratto per tutto ciò che tendiamo a separare da noi, come fuori della nostra attività solidale e comune. Si dice: i negri, gli ebrei, i massoni; o si nota che si tratta di affari della Città, dello Stato, della Federazione, come se non ci appartenessero e non avessimo alcun interesse a occuparcene. È il distacco spirituale, espresso in diversi modi, che ci allontana dalla cooperazione attiva alla vita comune, dove dovremmo trovarci non di fronte al “negro” o all’“ebreo” o allo “Stato” o al “Comune” ma a fratelli, uomini vivi e veri, con i quali cooperare al bene comune.

Democrazia cristiana
Ho voluto accennare al lato morale dell’orientamento politico, per mostrare quanto opportuna sia la rinascita del pensiero e del metodo della democrazia “cristiana” nei Paesi... “cristiani”. Io sostengo una tesi che è creduta azzardata e non provata, ma che è storicamente provabile e molto ragionevole: cioè «che non si dà né si può dare vera democrazia che in Paesi di civiltà cristiana». Questa tesi ha due corollari: 1° «che quanto più una civiltà si allontana dall’ideale cristiano, tanto più la democrazia (se stabilita) tende a svuotarsi di sostanza anche se ne conserva la forma»; 2° «che quanto più la democrazia decade di moralità pubblica, tanto più perde del suo carattere democratico e pende verso la oligarchia».

A coloro che dicono che Atene ebbe un periodo splendido di democrazia, io rispondo che i democratici di Atene erano una frazione, un’élite; essi mantenevano fuori della democrazia gli iloti e gli schiavi. A chi dice che la democrazia francese nacque dalla Enciclopedia e dalla Rivoluzione, che furono anticristiane, io rispondo che la democrazia della Francia, nata nel secolo XVIII, rimase nelle costituzioni: nel fatto si trattò di vari governi oligarchici e demagogici che sboccarono nel Terrore e nella Dittatura Napoleonica.

Conveniamo d’altra parte che il cammino dell’umanità verso la democrazia basata sui diritti della persona umana è lungo e ancora non è compiuto. Ma per quel che nella società moderna si è realizzato di democrazia e per l’altro da realizzare, l’unico principio da cui può derivare è quello morale, che noi chiamiamo cristiano, perché non si dà una morale completa fuori dall’amore e dalla fratellanza cristiana. La qualifica di democrazia cristiana non ha altro significato che quello di una democrazia basata sulla più alta moralità realizzata nel mondo.

Il divorzio della politica dalla morale è stato fatale all’umanità, come il divorzio dell’economia dalla morale e il divorzio della religione (o religiosità) dalla morale. La democrazia cristiana vuole porre la morale come base della politica, si tratti della piccola politica dell’amministrazione della città e del villaggio o di quella dello Stato o della Federazione di Stati, o di quella internazionale: la morale è unica e indivisibile. Non vi sono due morali: una per i rapporti privati e altra per quelli pubblici; c’è una sola morale per tutta l’attività umana. Se un’azione è immorale per l’individuo, è anche immorale per il Sindaco della città, per il Senatore dello Stato, per il Presidente della Nazione, per tutti i cittadini uniti insieme.

Questo principio è valido per tutti, tanto per la politica fatta dai re assoluti e dittatori totalitari, quanto per la politica fatta dai cittadini e loro rappresentanti in un Paese democratico.

 C’è però una differenza fra i sudditi dei Paesi a regime assoluto e i cittadini dei Paesi democratici; i primi non partecipano alla vita pubblica perché sono tenuti come minorenni, e quindi ne hanno solo la responsabilità indiretta che può esplicarsi in via di resistenza al male. Mentre i secondi, partecipandovi direttamente, possono farsi valere come elettori, come opinione pubblica, come gruppi dirigenti, come eletti alle cariche della città e dello Stato, sia nelle forme ordinarie, sia in quelle straordinarie di resistenza alle ingiunzioni ingiuste.

Se la democrazia moderna ha delle grosse tare, la colpa va direttamente a coloro che, pur vedendole, non si sforzano di rimediarvi. In prima fila metto coloro che hanno le convinzioni cristiane (e quindi morali) e se le tengono ben conservate nel cervello o nell’ambito delle loro case, come il servo dell’Evangelo che ebbe un talento e l’andò a nascondere per paura di perderlo: il Signore lo chiamò serve nequam, servo cattivo.

Individualmente si può far poco in democrazia. Non tutti possono essere capi e condottieri, scrittori e giornalisti, oratori e consiglieri, deputati e ministri; ma tutti possono essere qualche cosa se uniti insieme ad un nobile fine. Molte sono le buone associazioni a scopo morale e sociale; poche, invero, sono quelle a scopo politico. Sia per combattere le discriminazioni di razza o di partiti; sia per educare a essere buoni cittadini; sia per difendere i diritti politici di tutti; sia per illuminare il popolo sugli affari dello Stato e interessarlo alla politica del Paese, occorre che ci siano gruppi, corsi di educazione, mezzi di allenamento alla vita pubblica. In un Paese col sistema fisso dei due partiti, un terzo partito non può avere posto, a meno che non miri, con grandi mezzi e con idee sociali avanzate, a scalzare uno dei partiti esistenti, così come fece il partito laburista in Inghilterra, che prese il posto del partito liberale. La democrazia cristiana promuove i partiti dove ce n’è il bisogno e la possibilità; altrimenti si contenta di portare dentro la formazione dei partiti esistenti il flusso riformatore delle sue idee sociali e della sua funzione moralizzatrice. Si tratta di principi teorici e di direttive pratiche, che a poco a poco debbono generalizzarsi, facendo rivedere le posizioni prese e tentando di portarvi una rinnovazione progressiva.

Non è qui il caso di formulare un programma pratico a nome della democrazia cristiana. Ogni partito in Europa, e tutti i gruppi di People and Freedom esistenti nel mondo, hanno i loro particolari programmi adattati alle condizioni politiche, economiche e sociali di ogni singolo Paese. Ci sono però i principi comuni: quelli che derivano, nel campo etico e sociale, dalle Encicliche papali, specialmente la Rerum Novarum (1891) e la Quadragesimo Anno (1931); nel campo politico del sistema della democrazia attuata nei vari Paesi secondo le proprie tradizioni e con quelle modifiche che sono rese necessarie dallo sviluppo moderno della vita pubblica.

Il punto centrale è quello del rispetto dei diritti della persona umana, diritti spirituali e materiali, diritti inalienabili, basati sul binomio di libertà e giustizia. Chi può attuare una democrazia veramente libera e giusta senza la moralità cristiana? Il positivista che dirà di poterla attuare mentisce, perché a lui mancano principi etici e ideali superiori stabili; il positivista, col suo materialismo pratico e col suo relativismo etico, ha dato le basi ai totalitarismi moderni, che sono la negazione della democrazia.

Moralità internazionale
Spetta ai papi Benedetto XV e Pio XII di avere insistito sul principio della moralità nei rapporti fra le nazioni e di avere sollecitato i popoli o i capi di Stato a fondare la Società degli Stati (o delle nazioni) sui principi del diritto naturale, del diritto delle genti e della moralità cristiana. Se la Lega delle nazioni fallì, si deve alla intrusione del principio della ragion di Stato nei rapporti internazionali, che soppiantò quello della morale internazionale. E se l’Onu va a fallire, è perché il principio della ragion di Stato, presentato dal diritto di veto delle cinque grandi potenze, è divenuto prevalente sopra ogni formulazione di principi.

La Carta dell’Atlantico, che conteneva alcune proposte di Pio XII, e che in sostanza rispondeva a sani criteri di riorganizzazione internazionale, fu affondata per sempre; mentre gli accordi di Teheran, Yalta, Potsdam e Mosca sono in molti punti fondamentalmente immorali. La responsabilità di questo fatto non grava solo su Churchill o Attlee, su Roosevelt o Truman e loro consiglieri, ma sul popolo americano e inglese e per le conferenze successive anche sul popolo francese. Naturalmente Stalin o Molotov sono anch’essi dei responsabili, ma si tratta di gente che non fa professione di cristianesimo, né si preoccupa affatto della moralità internazionale. Non metto però fra i responsabili il popolo russo perché, essendo in regime totalitario, non potrebbe avere che una ben lontana responsabilità indiretta, responsabilità che cessa dall’essere tale per quella ignoranza invincibile di cui parlano i moralisti, che è il fatto reale di un Paese distaccato, per tradizione e per censura politica, dalla comunità dei popoli. Invece l’America ne porta il peso maggiore per due ragioni: primo, perché è il Paese più forte e più ricco del mondo che è emerso dalla guerra; secondo, perché, essendo il Paese che non ha subìto la guerra sul proprio suolo, ha avuto maggiore possibilità di resistere alle pressioni che venivano dalla Russia e anche dall’Inghilterra, per atti contrari al diritto delle genti, alle leggi internazionali e alla morale cristiana.

Invece l’America ha consentito alla scomparsa dei popoli liberi, quali l’Estonia, la Lettonia e la Lituania; ha sottoscritto alla spartizione della Polonia; ha assunto la responsabilità della evizione delle popolazioni polacche, germaniche e sudete (più di dodici milioni); sta proseguendo una politica di schiavizzazione della Germania. La lista è lunga. Non parlo di quel che è stato fatto all’Italia col trattato di pace; bastano gli articoli di Sumner Welles, Dorothy Thompson, Anna McCormick e altri; bastano le promesse di Roosevelt, non mantenute affatto, a rendere testimonianza della giustizia con cui si è trattata l’Italia. Non sono sbagli di politica; sì bene è l’abbandono di principi etici, sotto la scusa che bisogna intendersi con la Russia.

Con una sana politica, non si cadeva nella trappola del veto; nessuno obbligava Stettinius a Dumbarton Oaks di accettare un tale principio (e lo accettò perché lo credeva utile per gli Stati Uniti d’America a difendere i suoi interessi nel Pacifico). Del resto, non c’era nessuna fretta a conchiudere una Carta, che poi a nome di Tre Grandi fu imposta a San Francisco a tutte le altre nazioni. Nessuno al mondo può essere obbligato a far del male al prossimo, con la scusa che è la Russia che lo domanda. A parte che finora la Russia non ha mostrato alcuna gratitudine all’America per le sue condiscendenze, il fatto vero si è che si va creando un’organizzazione internazionale basata sui principi anti-democratici e sui metodi immorali.

Chi potrà prendere l’iniziativa politica contro un tale sistema che corrode alla base le democrazie occidentali se non la democrazia cristiana? E in nome di quale altro principio può essere sostenuta la campagna revisionista, se non in nome del primato della moralità nella vita pubblica? A questo punto, il mio lettore mi dirà: «L’avversario è troppo grande (l’immoralità nella vita pubblica) e il campione è troppo piccolino (la democrazia cristiana)». È vero: ma lo stesso accadde a Golia e a Davide. «Questi confidano nei carri, quelli nei cavalli; ma noi nel nome del Signore Dio nostro invochiamo vittoria». Non importa se la via sia lunga e difficile: è l’unica via che oggi ci si presenta possibile anche sul piano politico.

 
VITA E PENSIERO - 1947 - 3
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