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I concili ecumenici nella vita della Chiesa

I concilî  ecumenici nella vita della Chiesa
I concilî ecumenici nella vita della Chiesa
autori: Giovanni Battista Montini
formato: Articolo
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di Giovanni Battista Montini

l. Incalcolabile importanza del concilio ecumenico

La convocazione annunciata come prossima del II concilio vaticano ha scosso la Chiesa, ha interessato il mondo. Pochi avvenimenti sono preceduti da pari interesse. Tutti hanno d'essere alla vigilia d'un fatto straordinario, non soltanto per la sua eccezionale scadenza nel tempo, ma per una sua incalcolabile importanza sul corso della storia. Noi credenti poi avvertiamo oscuramente, ma vivamente, che tale avvenimento ha un rapporto con i misteriosi disegni universali di Dio circa le sorti umane e si pone in relazione particolare con le singole nostre coscienze. L'evoluzione stessa della civiltà, che sotto i nostri occhi precipita i suoi momenti e pare preludere a qualche meravigliosa palingenesi, o minacciare qualche catastrofe apocalittica, sembra offrire un quadro del mondo temporale in attesa d'una ignota risoluzione spirituale. Il messianismo del nostro tempo, che agita e pulsa sotto le grandi correnti, ottimiste o disperate che siano, entra in allarme, e quasi in sintonia con l'annuncio inaspettato del prossimo concilio. Qualche cosa di profetico corre nell'atmosfera del nostro tempo; non si spiega altrimenti perché un tale annuncio abbia suscitato una così viva attenzione e una simile attesa.

Del concilio perciò si è già scritto e parlato moltissimo. Questo stesso convegno s'innesta nella larghissima conversazione sorta dentro e fuori della Chiesa circa tale argomento. Notate: non è propaganda quella che qui ci raduna; è curiosità, è bisogno di saperne qualcosa di più di quanto già l'opinione pubblica abbia acquisito e divulgato.

Così che noi potremo limitarci, all'apertura di questo convegno, che promette relazioni numerose, amplissime e autorevolissime, a fare su l'argomento alcune osservazioni introduttive, con la semplice intenzione di offrire all'uditorio qualche nozione che aiuti a scorgere i vari aspetti del tema e che consenta di classificare poi quelle diverse e sparse, che già fanno il giro delle informazioni comuni o delle trattazioni culturali divulgative, in modo che sia più facile conservarne memoria e misurarne l'importanza.

Prima di tutto: di che cosa si tratta. Conosciamo l'episodio di Cronaca. E' come un improvviso suono di campana nell'immobile silenzio della notte: esso avverte che il tempo correva e maturava destini, che d'un tratto sono proclamati tra cielo e terra. Fra la sorpresa generale, il papa Giovanni XXIII, il 25 gennaio 1959, recatosi alla basilica di san Paolo per celebrare la festa della conversione dell'Apostolo, in una allocuzione, tenuta nell'interno del monastero, adiacente alla basilica, dopo il sacro rito, presenti i soli cardinali intervenuti a quella cappella papale, manifesta il proposito di convocare un concilio ecumenico, con queste parole:

«Venerabili Fratelli e diletti Figli nostri! Pronunciamo innanzi a voi, certo tremando un poco di commozione, ma insieme con umile risolutezza di proposito, il nome e la proposta della duplice celebrazione: di un Sinodo Diocesano per l'Urbe, e di un Concilio Ecumenico per la Chiesa Universale».


Già sappiamo come il Papa abbia mantenuto la parola per il sinodo diocesano di Roma. Ed ora assistiamo al sorgere da quella semplice parola pontificia dell'avvenimento strepitoso, che va prendendo enormi proporzioni nella curia romana e nella Chiesa cattolica e viene a confronto con l'intero panorama del nostro mondo.

La sorpresa è giustificata, anche per chi ha una certa pratica della genesi degli atti pontifici, che hanno le loro radici ministeriali nei dicasteri e negli uffici della curia romana; nelle persone talvolta esclusivamente, che circondano il capo della Chiesa. Per quanto è dato sapere, quest'annuncio, che fa scattare una deliberazione di smisurata importanza, trae la sua origine dall'unica e personalissima volontà del sommo pontefice. Nessuno gli è stato collaboratore, nessuno consigliere. Nessuno ha esercitato pressioni, nessuno ha promesso risultati. E non siamo neppure davanti ad una volontà dispotica, e marcata dai caratteri d'una psicologia dominatrice e prepotente, ma piuttosto nativamente educata alla bontà pastorale, che cerca il bene negli altri e per gli altri, e lo promuove con spontanea dedizione. Così che scopriamo con edificazione donde un simile atto tragga la sua sicurezza e la sua felicità: dal cuore profondamente umano e paterno del papa, mosso da una urgenza trascendente, quella dell'ufficio di supremo pastore e maestro, proprio del vicario di

Cristo, in quanto tale. Senza ricorrere alla supposizione d'un impulso carismatico preternaturale, possiamo sicuramente dire, anche per le confidenze che Giovanni XXIII non ci ha risparmiate in proposito, che egli sapeva e sentiva d'esercitare, con la virtù profetica del suo ufficio, quella suprema potestà, a cui fa garanzia l'assistenza dello Spirito Santo, prozione, della cui spontaneità sentimmo nell'umiltà della nostra anima messa da Cristo. Egli stesso ci avverte d'aver obbedito ad una «ispira- come un tocco, improvviso ed inatteso»:

Questo primo inizio, scoperto nel cenacolo interiore dell'anima del Papa, è già di per sé bellissimo e notevolissimo. ·

«Novità nella storia della Chiesa: -: scrive padre Bevilacqua- quel concilio per secoli tenuto a Roma, perché il conciliarismo ne aveva fatto un'arma antipapale, viene improvvisamente convocato dal pontefice senza pressioni, né incitamenti di imperatori, di prelati, di popoli. Quel concilio, che ancora quattro secoli fa si radunò più per volontà di un imperatore forte che di un papa debole, si realizza oggi, in gioia ed unanimità di consensi per il semplice invito d'un pontefice mite».

Sarà da ricordare questa forma singolare assunta dalla origine del concilio per modificare, se pur fosse bisogno, l'opinione, suffragata del resto da tante esperienze, che le grandi riforme, i grandi atti di vitalità nella Chiesa di Dio nascono dapprima dalla base e salgono al vertice, e poi dal vertice prendono definizione, autorità ed espansione e ritornano alla base. Qui invece l'atto innovatore parte spontaneamente e unicamente dal capo e scende alle membra. Lo Spirito veglia dall'alto.

La sorpresa è giustificata anche per altre ragioni. Del concilio ecumenico si parlava, sì, come d'una delle tante possibilità della storia; ma nessuno osava attribuire a questa possibilità alcun grado di prevedibile e concreta realizzazione. Anzi un dubbio era rimasto iri alcuni se sarebbe stato ancora possibile la riunione d'un concilio ecumenico, dopo la proclamazione, fatta al termine dell'interrotto concilio vaticano, dell'infallibilità pontificia. Doellinger, il grande avversario di questo dogma, aveva sostenuto che i poteri di governo e di magistero riconosciuti al vescovo di Roma, secondo lui in misura indebita ed eccessiva, avrebbero assorbito ed annullato le funzioni universali del corpo episcopale. E la solenne definizione dogmatica dell'assunzione di Maria santissima parve avvalorare praticamente questo dubbio, per il fatto che Pio XII, di venerata memoria, volle, sì, prima di procedere a tale atto di supremo magistero, consultare l'episcopato per sapere se la verità da definire apparteneva alla fede della Chiesa; ma lo fece per via epistolare, interrogando i singoli vescovi, non l'intero corpo episcopale in forma collegiale. Invece la previsione, che l'epoca dei concilii fosse definitivamente chiusa, è stata smentita per spontanea iniziativa del papa stesso, per un segreto motivo di coerenza con la propria, ora più definita coscienza di capo supremo della Chiesa: quanto più il capo si riconosce tale, e tanto più ha bisogno di sentirsi unito alle membra e di celebrare insieme il mistero della vita unitaria dell'intero organismo ecclesiastico.

 

2. Il concetto di concilio ecumenico.
Questa considerazione ci porta a chiarire brevemente il concetto di concilio ecumenico. Le nozioni acquisite del diritto canonico non ci lasciano dubbio in proposito, e sebbene il codice non ci dia la definizione del concilio ecumenico, ci fa comprendere ch'essa si desume principalmente dalla composizione dei suoi membri; così che sappiamo che il concilio ecumenico è la riunione solenne dei vescovi di tutto il mondo; questo per diritto divino, in quanto il corpo episcopale succede al collegio apostolico, a cui Cristo ha affidato specifici poteri ecclesiastici. Ai vescovi, per diritto ecclesiastico, sono aggregati altri ecclesiastici bene specificati e cioè i cardinali che non fossero vescovi, gli abati e prelati nullius, i superiori generai! degli ordini religiosi clericali e gli abati primati e generali delle congregazioni monastiche. Si potrebbe fare questione circa la misura della totalità richiesta perché l'assemblea abbia carattere universale; ed è questione ricorrente nella travagliata storia dei concili, che i canonisti risolvono insegnando che per conferire tale carattere di ecumenicità ad un concilio occorre che i prelati presenti bastino a rappresentare la Chiesa universale in seguito ad una generale e regolare convocazione.

Qui si connetterebbero molte altre questioni subalterne: vi sono altri membri di diritto d'un concilio? I sacerdoti ed i diaconi non sono stati anch'essi presenti ad alcuni concili? E i laici, non hanno fatto parlare talvolta anch'essi dell'assemblea conciliare? le autorità civili, a cominciare dall'imperatore Costantino, che convoca il primo concilio ecumenico, quello di Nicea, e vi esercita la presidenza, di protezione e d'onore, se non effettiva, non hanno posto ed autorità in questi grandi consessi, che pur toccano anche tanti interessi della vita civile? Tutte questioni che hanno nella storia dei concili larga, varia e vessata documentazione; ma che hanno trovato nella graduale elaborazione della legge canonica la loro soluzione, fino a raggiungere quella definitiva, che vi dà il codice di diritto canonico.

Ma il concetto di concilio ecumenico si precisa con due altri elementi, formale l'uno, finale l'altro. Perché si abbia un concilio ecumenico è necessaria l'autorità del Papa, elemento che informa, cioè vivifica il concilio. Poiché Pietro è stato fatto capo del collegio apostolico, ed il corpo episcopale succede a tale collegio, è chiaro che il corpo episcopale non può sussistere senza il successore di Pietro, ch'è appunto il Papa. Scultorea la definizione che san Leone Magno dà del Pontefice Romano, in occasione del concilio di Calcedonia, dove si sono riuniti, egli dice, numerosi vescovi per jussionem Leonis Romani Pontificis, qui est caput episcoporum. Il Pontefice Romano è il capo dei vescovi.
La questione è stata sempre del massimo interesse, impegna gli storici, impegna i canonisti, impegna i teologi; è quella cioè che determina la posizione del Papa rispetto al concilio; e, in un senso anche più largo, la posizione della gerarchia rispetto alla comunità ecclesiastica, questione che riduce alla ricerca della fonte dell'autorità nella Chiesa, e investe perciò in pieno il diritto costituzionale della Chiesa stessa. Per noi è questione risolta, sia in linea storica dalla prova dell'intervento dell'autorità pontificia nel dare validità a quei concilì che chiamiamo ecumenici, 'cioè impegnativi per tutta la Chiesa, e dotati, per quanto riguarda le definizioni delle verità di fede, del carisma divino dell'infallibilità; e sia in linea dogmatica, mediante le varie definizioni, con cui papi e concili hanno sentenziato in proposito
quale ha nel codice di diritto canonico espressioni altrettanto semplici che categoriche: «Non vi può essere Concilio Ecumenico che non sia convocato dal Romano Pontefice. Spetta al medesimo Pontefice Romano, personalmente o mediante suoi delegati, presiedere al Concilio Ecumenico, stabilirvi le cose da trattarsi e l'ordine da osservare, come pure trasferire, sospendere, sciogliere il Concilio stesso e confermare i suoi decreti ».

Questione risolta, dicevo, ed è da questa risoluzione che deriva in gran parte alla Chiesa cattolica la chiarezza, la solidità, l'equilibrio, la capacità d'azione, e, starei per dire, la testimonianza interiore, la coscienza cioè d'interpretare e realizzare il pensiero di Cristo, che distinguono la sua vita storica e spirituale dalle altre confessioni Ma la questione è ancora aperta rispetto a queste confessioni, sempre tormentate dalla ricerca della vera ecclesiologia.

L'altro elemento è quello finale. Perché si abbia un concilio, e non una semplice conferenza, o una riunione qualsiasi, è necessario che il convegno dei vescovi col Papa abbia lo scopo di esercitare l'autorità di cui Cristo ha dotato il collegio apostolico, sia di magistero, sia di governo. Vengono così allora allo studio i motivi, per cui i concili sono convocati, ed è insieme delimitato il campo della loro competenza. Vi possono essere molti motivi dei sinodi ecclesiastici, maggiori o minori che siano, «ma lo scopo principale - scrive lo Hefele - di tutti i concili è sempre la ricerca del bene della Chiesa mediante una deliberazione comune dei suoi pastori.

Ecco, ad esempio, con quali parole Pio IX convocava il I concilio vaticano: «Quando i Pontefici Romani lo hanno creduto utile, soprattutto nei periodi di gravi perturbazioni e di calamità per la nostra santa religione e per la società civile, non hanno tralasciato di convocare dei Concili generali, allo scopo di discutere con i Vescovi di tutto l'orbe tolico, i quali sono stati posti dallo Spirito Santo per reggere la Chiesa di Dio, di raccogliere le energie, di deliberare con prudenza e saggezza tutto ciò che potrebbe contribuire a definire i dogmi della fede, a denunciare i nuovi errori, a difendere, illustrare, sviluppare la dottrina cattolica, a conservare e a rialzare la disciplina ecclesiastica, a rassodare i costumi rilassati delle popolazioni ». Potremmo continuare l'analisi del concetto di concilio ecumenico ma ci basta ora figurarcelo nel suo perimetro solenne e straordinario. Diremo che è un atto di diritto divino , tanto direttamente deriva dall'ordinamento primogenito dato da Cristo al collegio apostolico; e allora meglio lo diremo un atto d'istituzione apostolica stabilita sotto l'ispirazione di Cristo; un atto perciò collegiale dei pastori, preposti al governo delle singole diocesi, i quali si riuniscono intorno al pastore universale della Chiesa; un atto quindi che risponde al genio unitario, comunitario e organizzativo della Chiesa visibile e che ne mette in evidenza la costituzione monarchica, gerarchica e collegiale del governo ecclesiastico; un atto di giurisdizione straordinaria, che, di fronte a gravi necessità della vita della Chiesa e della società, dispiega la massima autorità, quella del Papa, che sarebbe di per sé sufficiente a regolare ogni questione concernente la direzione della Chiesa, che però in questo caso si associa l'autorità del corpo episcopale e la fonde con la sua dando più evidente splendore all'aspetto universale della potestà ecclesiastica, accrescendone l'interiore capacità di animazione soprannaturale (Mt. 18, 20), e aumentando la possibilità della divulgazione rapida ed omogenea delle norme conciliarmente stabilite.

3. La funzione del concilio ecumenico
Ma ciò non ostante il concilio non è un istituto come un parlamento; non ha scadenze fisse di convocazione, come voleva che fosse il concilio di Costanza, col famoso decreto Sacrosancta (1417); non è la sintesi di tutta la Chiesa indistintamente, come insinuava il Gerson con la sua equazione « Ecclesia vel generale concilium »; non trasforma la Chiesa in una corporazione rappresentata e diretta da un'assemblea sovrana, a cui il Papa stesso dovrebbe soggiacere. Il concilio è un episodio della vita della Chiesa, un momento particolare, che interessa, sì, l'autorità somma della Chiesa; ma non crea l'autorità, la esercita. Questa stessa sua singolarità lo rende estremamente interessante. La sua funzione nella vita della Chiesa, dicevo, rappresenta un momento supremo e straordinario. E' legittima, è spontanea perciò la domanda, che dà il titolo a questa, prolusione: qual è stata e qual è questa funzione del concilio ecumenico nella vita della Chiesa?

La risposta, per breve che voglia essere, obbliga a considerare il concilio ecumenico sotto diversi aspetti: giuridico, teologico, pratico. E primo, quello storico.

Quanti sono stati i concili ecumenici nella storia della Chiesa? Si sa che gli storici cattolici contano chi diciannove, chi venti concili ecumenici, ed anche chi ventuno. Dipende dalla diversa considerazione che si dà ai concili di Costanza e di Basilea. almeno per quella parte che ebbe il riconoscimento rispettivamente da Martino V e da Eugenio IV
il Denzinger, nel famoso Enchiridion Symbolorum1 come il Wernz, fanno posto nella numerazione solo a Costanza, mentre altre liste autorevoli la escludono. Potremo perciò dire che il prossimo concilio vaticano secondo sarà il ventesimo, ovvero il ventunesimo della serie cronologica dei ecumenici.

Interessante è ricordare che i primi otto concili ecumenici furono celebrati in Oriente, senza la presenza personale dei Papi. Fin dai primi secoli della Chiesa, ancor prima che finisse il periodo delle persecuzioni, concili di varie proporzioni sono riuniti in diverse regioni dell'area a cui era arrivato il cristianesimo. Ricordiamo tutti il capo decimoquinto degli Atti degli Apostoli, che ci narra la celebrazione del primo concilio, quello di Gerusalemme, per dirimere la controversia fra la « Ecclesia ex gentibus » : fu là che il concilio manifestò la sua investitura trascendente: «è parso bene allo Spirito Santo e a noi... » (Act., 15, 28), e che subito affermò la vocazione universale della Chiesa nascente. «Il momento era solenne - scrive il Prat. Si doveva vedere se la società cristiana avrebbe rivendicato l'universalità che il suo fondatore le aveva promesso; o se ostinandosi a rimanere setta giudaica, essa sarebbe scomparsa nell'oblio dopo qualche anno di sterile agitazione. Mantenere la circoncisione, con l'osservanza integrale della legge ch'essa implica, sarebbe stato rinunciare alla speranza di conquistare il mondo. Non mai il mondo si sarebbe

fatto giudeo».
E dopo questo altri particolari sinodi, per questioni sia locali che generali. Gli storici ricordano quelli contro i montanisti in Asia Minore alla metà del II secolo, e quelli relativi alla data della festa di Pasqua.

Ma ora vedere il fenomeno conciliare nelle sue linee generalissime. Otto concili ecumenici, dicevo, sono celebrati in oriente. Potremmo classificarli sommariamente i concili dogmatici le dottrine fondamentali della nostra religione: Nicea, su la divinità di Cristo (325); Costantinooolitano I. sulla divinità e la consustanzialità dello Spirito Santo (381); poi Efeso (431) e Calcedonia (451) su l'unica persona e le due nature di Cristo. Sono questi i primi quattro concilii ecumenici, che acquistano nella tradizione ecclesiastica un'autorità senza pari. San Gregorio Magno, un secolo e mezzo più tardi, annunciando ai patriarchi orientali la sua elezione pontificia, non esita a dire che come accetta e venera i quattro vangeli, così considera i quattro concili (Lib. I. En. 25).

Succedono due altri concili costantinopolitani, uno voluto da Giustiniano per la condanna dei cosiddetti tre capitoli, cioè di tre vescovi sospettati di nestorianesimo (553), l'altro contro il monotelismo per affermare l'esistenza delle due volontà. divina ed umana, in Cristo (680). Il Niceno secondo condanna gli iconoclasti - e il Costantinopolitano quarto (870) depone il patriarca Fazio.

Qui ]a divisione fra Oriente e Occidente si fa profonda e secolare, e Dio non voglia indefinitamente duratura, dopo che due altri concili, quello secondo di Lione (1274) e quello di Firenze tentarono invano una solida e vera riconciliazione. Chi vorrà esplorare la questione dello scisma orientale dovrà rifarsi a concili, che segnano nella vita della Chiesa una storia complicata e tuttora dolorosa, che attende il suo epilogo risolutivo nel ristabilimento dell'unità.

Poi si dovrebbe parlare degli altri concili, celebrati in Occidente. Ma altri lo farà nel corso di questo convegno. Non possiamo omettere nello sguardo d'insieme che stiamo dando ai concili ecumenici nella vita della Chiesa il rilievo su l'importanza caratteristica di due momenti storici, nei quali l'azione conciliare fu al centro degli avvenimenti; accenniamo cioè al periodo dei concili di Costanza e di Basilea nel decimoquinto secolo; e del concilio di Trento nel decimosesto.

I concili di Costanza e di Basilea succedono, com'è noto, al periodo infelicissimo di una triplice crisi nella Chiesa generata dall'infausto scisma d'occidente: crisi d'unità, crisi di autorità, crisi di santità. L'assemblea conciliare, che cerca rimedio a queste crisi, tenta di avocare a sé la somma potestà della Chiesa, di erigersi in istituto permanente, di trasformare il governo della Chiesa in un parlamento arbitrario ed esposto a tutti gli influssi degli avvenimenti e degli interessi temporali. I nazionalismi si affermano in seno alla Chiesa, e solcano divisioni che sarà poi ben difficile superare. Ma la prova terribile non è senza frutto, perché, in fondo, si risolve in una conferma che unità e autorità nella Chiesa di Cristo non possono che coincidere alloro vertice nel pontificato romano Poi Trento; il più lungo concilio ecumenico, durato, con interruzioni, diciotto anni, dal 1545 al 1563; il concilio della riforma, che salva il dogma e la disciplina della Chiesa, ma segna la separazione fatale di interi popoli cristiani, designati ormai col triste nome, di protestanti. La nuova eresia, scrive uno storico contemporaneo, « poteva riassumersi nei due punti: l) unilateralità della fonte della fede (solo la Scrittura);2) concezione della Chiesa puramente spirituale e quindi soggettivistica, e unilateralità nella determinazione del processo religioso: soltanto Dio, nulla l'uomo. A questi errori il concilio rispose proclamando: l) la Tradizione è, accanto alla Scrittura, fonte legittima della fede; l'interpretazione della Bibbia spetta unicamente alla Chiesa; 2) la Chiesa possiede un sacerdozio sacramentale e sette Sacramenti, che sono canali autentici della Grazia: suo centro è il santo sacrificio della Messa. La giustificazione è un mutamento interiore, non solo un ricoprimento esterno... L'importanza più profonda del concilio di Trento non sta nelle singole dottrine che esso definì, o nelle riforme da esso disposte; ... l'importanza sua sta soprattutto nel fatto che quel concilio fu una vera e propria concretizzazione della concezione cattolica della Chiesa».

Passeranno più di trecento anni prima che un nuovo concilio ecumenico si avesse a radunare: e avremo il concilio vaticano, inaugurato il giorno 8 dicembre 1869, e interrotto, dopo l'entrata in Roma delle truppe italiane, con decreto del 20 ottobre 1870, col quale Pio IX « dopo matura deliberazione sospendeva la celebrazione dello stesso ecumenico concilio vaticano fino ad altro tempo più opportuno e più comodo». Questo concilio, che non ha potuto esaurire il suo programma, ha segnato tuttavia un momento assai importante nella vita della Chiesa, portando al termine della definizione la dottrina sull'infallibilità del Papa in materia di fede, e sul primato di giurisdizione del Pontefice Romano su tutti i vescovi. Sotto questo aspetto il concilio vaticano conclude un processo colare, giuridico e dogmatico circa il capo della Chiesa, e apre una nuova storia nell'esercizio, ormai stabilito e tutelato, della potestà pontificia. Però scrivevano, dieci anni fa, teologi eminenti: « Il problema della conciliazione di diritti divini dell'episcopato con i diritti divini del Papa non ha purtroppo potuto venire in discussione. Una teologia bene equilibrata della Chiesa reclama tuttavia che questa questione sia posta, così come la vita pratica richiede che ne siano regolate le applicazioni. Sarà questa l'opera d'un II concilio vaticano? E' il segreto dell'avvenire»
Forse questo segreto sarà aperto nell'auspicato II concilio vaticano, a cui non ci prepariamo.
Ma un altro aspetto rilevante del concilio vaticano II dev'essere notato: esso viene in discussione con una serie di errori del secolo scorso, che sono in gran parte il sustrato negativo della mentalità moderna. Su due punti specialmente il concilio vaticano prende posizione e alimenta con le sue affermazioni il nostro pensiero cattolico contemporaneo: su la fede e su la ragione, difendendo ovviamente l'una e l'altra umana, e dando alla nostra cultura la difesa fondamentale per conservarsi e svilupparsi cristiana.

 

Previsioni intorno al prossimo concilio ecumenico.
Siamo così alle soglie del nuovo concilio ecumenico, e siamo naturalmente tentati di prevedere che cosa esso sarà. Difficile dire. Ma legittima la proiezione della nostra attesa verso questo avvenimento, che può assumere proporzioni spirituali e storiche incalcolabili. Questa curiosità corrisponde all'atteggiamento raccomandato da Cristo di saper distinguere « i segni dei tempi» (Mt., 16,4). Grandi cose si preparano intorno a noi; dobbiamo essere vigilanti, dobbiamo cercare di comprendere i disegni di Dio, i movimenti della storia, le correnti dello Spirito, l'ora delle responsabilità.

Ma è difficile dire che cosa sarà il prossimo concilio ecumenico. Basti notare che ciascuno di noi ha in sé qualche fantasia di riformatore della Chiesa, e naturalmente sogna che sia venuta l'occasione buona per veder realizzati i suoi sogni. Se il concilio risponde ai piani di Dio, è difficile, per quanto bravi noi ci crediamo, che corrisponda ai nostri precisi desideri. Il suo disegno è quanto mai oggettivo e trascendente, e sovrasta certamente le nostre innumerevoli vedute soggettive. E basti dire che tutti i vescovi e tutte le università caùoliche sono state già invitati ad esprimere le loro singole vedute, con piena libertà. Non mancano alla Santa Sede i buoni consigli. Non manca al Papa la consultazione preventiva del pensiero della Chiesa. Il « sensus Ecclesiae » non può avere più ampia c più libera espressione. Ed è da questa coscienza che la Chiesa esprime di sé che le grandi assise conciliari trarranno i loro argomenti; è in questa atmosfera di esperienza vissuta e concreta della Chiesa che essa pronuncerà i suoi oracoli. Interessanti riforme possiamo aspettarci sul regime interno della Chiesa, la sua liturgia, il suo diritto canonico, la sua ascetica e così via.
Ma se è impossibile fare previsioni concrete, non sembra impossibile

presagire alcune linee di svolgimento del futuro concilio. Esse sono, in qualche maniera, già predisposte da certe premesse, a cui sembra che il II concilio ecumenico vaticano voglia attenersi. Innanzi tutto: riprenderà questo nuovo concilio i temi interrotti dalla sospensione del primo concilio vaticano? E' probabile, anche se si presenta non come la ripresa di quello, ma come autonomo e a sé stante. I postulati del primo arriveranno certamente al secondo concilio per quei problemi che non hanno trovato conclusione nei novant'anni che intercedono fra l'uno e l'altro. La definizione dell'assunzione della Madonna, auspicata per quel primo concilio vaticano, ha avuto nel frattempo la sua definizione; così molte questioni di quel tempo sono state riassunte e trattate dall'ampio e magnifico magistero di Leone XIII e dei papi successivi. Così il codice di diritto canonico ha dato pratica risoluzione a non poche dibattute questioni. Ma altre rimangono: abbiamo già accennato al desiderato complemento della dottrina della Chiesa su ciò che riguarda l'episcopato. Uno studioso scrive: « Pare proprio che il prossimo concilio insisterà in modo particolare sull'elemento collegiale della Chiesa. E' nel pensiero meditato del Santo Padre di rimettere in valore questa verità così profondamente evangelica».

Parimenti moltissimi auspicano che siano riveduti i rapporti canonici delle Famiglie religiose, ancor oggi tendenzialmente autonomiste e pluraliste, nei confronti con la gerarchia per una più armoniosa complementarità della loro specifica funzione, specialmente nel campo pastorale.

E così la posizione dei laici nella Chiesa e la loro partecipazione attiva alla sua vita organicamente intesa nell'unità disciplinare e spirituale della gerarchia e del clero avranno probabilmente qualche chiarimento nella dogmatica e nella legislazione del concilio.

Cioè: questo concilio, a differenza di molti precedenti, si riunisce in un momento pacifico e fervoroso della vita della Chiesa; non ha problemi negativi interni da risolvere; ha incrementi positivi interni da promuovere. Non eresie, non scismi, non difficoltà drammatiche in seno alla Chiesa invitano l'episcopato intorno al Papa, ma piuttosto un desiderio di gustare la propria interiore unità, un dovere di dare maggiore efficienza alla sua sana vitalità, un bisogno di santificazione e d'approfondimento interiore chiamano la Chiesa docente a raccolta; è per celebrare un'ora di pienissima e mistica spiritualità ch'essa si riunisce; è per dare a se stessa migliore coscienza della misteriosa corrispondenza fra la realtà interiore della Chiesa - la fede, la carità - e la sua realtà esteriore, gerarchica e comunitaria che l'ora fatidica si avvicina, ed è certissimo che in quel sublime momento Cristo Gesù, il Signore; il Salvatore, il Maestro, il Figlio di Dio incarnato sarà in mezzo ai suoi nel suo nome radunati.

Un grande apologista e teologo tedesco del secolo scorso, se pure non sempre esatto e completo, ha avuto però, in una sua celebre opera su l'unità della Chiesa, una visione sublime, che legge nel passato e profetizza il futuro. Egli dice che fu nel momento in cui l'unità della Chiesa si affermò col più grande vigore « che la divinità di Cristo fu riconosciuta nel modo più formale, e ciò avvenne al concilio di Nicea, dove, per la prima volta, tutti i cristiani erano visibilmente riuniti nelle persone dei· rappresentanti del loro amore. Fu allora ch'essi furono capaci di riconoscere Cristo in tutta la sua grandezza: erano essi stessi diventati grandi. Oh! siamo sempre grandi e liberi: amiamo senza tregua e conserviamo intatta l'unità nel vincolo della pace! Allora la vera grandezza di Cristo non ci potrà sfuggire, perché i nostri occhi sono puri e capaci di contemplarlo in tutta la sua purezza». Penso che se oggi il Moehler vivesse esulterebbe di gioia e di speranza all'annuncio del prossimo concilio, che appunto si riunisce nel vincolo della pace.

Ma il concilio sarà solo ad uso interno della Chiesa cattolica, ovvero i pastori del mondo guarderanno anche fuori della casa paterna, sul mondo appunto che li circonda e che offre la problematica più varia, più interessante e più drammatica al loro apostolato?

Certamente il concilio guarderà anche di fuori. E come! Il Papa stesso ce ne dà argomento. E sopra un duplice quadro guarderà il concilio, pregherà e parlerà: il quadro dei cristiani separati e il quadro della vita moderna.

E cioè dapprima la questione su la ricomposizione nell'unità della Chiesa dei fratelli dissidenti. Difficilissima, complicatissima. Non è il momento di dire perché. Sarà certamente allo studio del concilio ecumenico. Sarà fatto ogni sforzo per darvi qualche felice soluzione; ogni sacrificio anche; Ma umanamente parlando non si può prevedere che il concilio arriverà come quello secondo di Lione {1274) e di Firenze (1439-1445) con i bizantini separati a sancire un'unione meno fragile di quella dei due citati concili. La storia delle separazioni è purtroppo una storia lunga ed acerba. Le distanze che si sono create sembrano oggi incolmabili. Anche il movimento ecumenico, al quale guardiamo con grande riverenza e con immenso interesse, sotto certi aspetti, più che favorire, può ritardare ed anche ostacolare la intesa con Roma. Grande ventura sarà se l'invito di Roma alle Chiese separate non avrà la triste sorte dell'invito rivolto da Pio IX alla vigilia del concilio vaticano primo e degli altri, che di tanto in tanto partono dalla sede apostolica. Grande progresso sarà se in occasione del prossimo concilio si potranno avere, auspice il cardinale Agostino Bea a ciò espressamente preposto, preventivi ed amichevoli accostamenti con i dissidenti, e si potranno stabilire quelle premesse di chiarezza dottrinale e di carità vicendevole che acuiscono il bisogno della riconciliazione e ottengono da Cristo la grazia della sua futura celebrazione.

Ad ogni modo la storia dei dissidi fra cristiani col prossimo concilio riafferma decisamente un nuovo corso verso la pace e verso l'unità, quando oggi essa registra non polemiche, non scomuniche, non guerre, ma un'intenzione piogrammatica di raggiungere la conciliazione, con commoventi parole, come quelle pronunciate da Giovanni XXIII nella sua prima enciclica Ad Petri Cathedram: «Permettete - egli dice ai cristiani separati - che Noi con ardente desiderio vi chiamiamo fratelli e figli: lasciateci nutrire la speranza del vostro ritorno che coltiviamo con paterno affetto... Considerate, ve ne preghiamo, che il Nostro amoroso invito all'unità della Chiesa non vi chiama in casa forestiera, ma nella propria e comune casa paterna... Io sono Giuseppe, vostro fratello (cfr. Gen., 45, 4); venite, comprendeteci, nient'altro vogliamo, nient'altro desideriamo, nient'altro domandiamo a Dio, se non la vostra salute, la vostra eterna felicità. Venite: da questa sospirata unità e concordia, che deve essere alimentata dalla carità fraterna, sgorgherà una grande pace».

Una grande speranza è accesa nella Chiesa. Benedetto colui che ce ne ha dato la luce gaudiosa.
E poi, l'altro quadro, quello della vita moderna, attirerà indubbiamente lo sguardo del prossimo concilio ecumenico. Quale visione vi sarà prospettata? Quella della precipitosa trasformazione dei costumi, che reclama rimedi e adattamenti pastorali? Quella dell'umanesimo laico, materialista, marxista che esige la riaffermazione d'umanesimo religioso e cristiano? Quella del disfacimento antintellettuale e della disintegrazione morale del nostro tempo, che va ormai caratterizzando la sua spiritualità con i gemiti dell'angoscia e col cinismo della tranquilla disperazione? Quella d'un mondo splendido di progresso tecnico e scientifico su cui scendono le ombre paurose dello spegnimento della luce di Dio? Quello d'una umanità che nega il bisogno di salvezza, e sta creando a se stessa le fatali premesse e gli ordigni catastrofici della sua distruzione?

Anche qui, è difficile dire; ma pare sicuro che un tentativo potente di dialogo vi sarà; e se non dialogo, un grido, una chiamata, un vaticinio. Bisognerà che l'inno della verità e della speranza cristiana sia contrapposto al codice illuministico delle speranze terrene; bisognerà che al regno dell'ateismo e dell'egoismo sia contrapposto il regno di Dio e dell'Amore; bisognerà che ad un mondo progredito, ricercatore e sofferente, che senza saperlo marcia a ritroso verso Cristo, la voce dei pastori non muti la direzione dei suoi più sudati e generosi sentieri - quelli della dignità umana, della fratellanza, dell'unità, della pace, - ma dica con accento che non falla e che possa vibrare nei cuori umani: voltati, e guarda: Cristo è là.

Giovanni Battista Montini

Giovanni Battista Montini, prima arcivescovo di Milano, poi Papa Paolo VI, è stato il 262º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, primate d'Italia e 4º sovrano dello Stato della Città del Vaticano a partire dal 21 giugno 1963 fino alla morte. Beatificato il 19 ottobre 2014 da papa Francesco, verrà canonizzato il 14 ottobre.

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