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Le disgrazie di Carlo Marx. Marx, i surrealisti e Gide

Le disgrazie di Carlo Marx
Le disgrazie di Carlo Marx
autori: Francesco Olgiati
formato: Articolo
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di Francesco Olgiati

Il secolo nostro, nel campo culturale, presenta, come sua nota caratteristica, il trionfo dell’irrazionalismo. Nel romanzo e nel teatro, in filosofia e nell'arte, l’irrazionalistico ha innalzato la sua voce dell'istinto, del sentimento, dell’attività e della dinamicità senza freni, in una parola in nome della vita.

Per tacere degli indirizzi filosofici, che dalle correnti ormai attempatelle dell’intuizionismo e del pragmatismo giungono fino alle varie forme dell'esistenzialismo e del problematicismo contemporaneo, tutte concordi, nonostante le divergenze, nel rifiuto del della sistematicità e della ragione, abbiamo nello stesso mondo letterario una serie di manifestazioni, che non possono lasciare dubbi, e che vanno dal simbolismo francese al futurismo marinettiano.

Non c'è da stupire se specialmente nel 
paese delle idee chiare e distinte, ove la tradizione cartesiana ha così a lungo dominato, e se dopo l'orgia del panlogismo 
 hegeliano che pretendeva di dedurre dialetticamente ed a priori tutta la realtà, si sia avuto una reazione vigorosa, con tutti gli eccessi e le esagerazioni abituali in genere 
ad ogni reazione. Ciò che, invece, può 
sorprendere sono le strane relazioni tra l’irrazionalismo moderno ed il marxismo, il quale ultimo, pur col capovolgimento o l'Umsturzung della concezione hegeliana, con lasostituzione cioè del momento economico dell’Idea, è sempre stato assertore della razionalità nella storia ed ha anzi proclamato alto la sua pretesa di essere scientifico (e non utopistico) in nome di essa.

Mi soffermerò a due episodi, verificatisi 
in Francia, a proposito del surrealismo e di André Gide, - ossia a due vere disgrazie capitate al marxismo, che altre parecchie ne ha subìte, per colpa della filosofia della scienza dei giorni nostri. Stavolta limitiamoci ad alcune disavventure del pensiero marxista nella letteratura.
Senza la menoma intenzione di voler sintetizzare la storia di questo indirizzo, intorno al quale, del resto, sono apparsi, anche di recente, studi accurati basterà ricordare col Nadeau che il surrealismo ha avuto come precursori, oltre il cubismo, i «cinici esperimenti» e le demolizioni anarchiche del gruppo Dada con le due riviste: « Cannibal » e « 316 ».


L'8 febbraio 1916 a Zurigo, rifugio degli emigrati di ogni paese, un giovane poeta rumeno, Tristan Tzara, insieme con alcuni amici, aprivano un dizionario a caso e scoprivano così il nome di loro movimento, che si proponeva di distruggere tutti i valori tradizionali, in virtù d'un programma che poteva enunciarsi così. «antilittérature, antimusique, antipeinture- ... soulèvement contre l'absurdité de l'existence moderne », col deliberato proposito di recitare la parte di perfetti imbecilli e di formare «une bande de salauds ». Ne logica, nè morale conservavano il diritto ad imporsi. «Dada c’est libre pensée artistique», insofferente alle leggi tiranniche. E tirannica sarebbe ogni regola, ogni norma, di qualsiasi genere. Tzara giustificava ogni gesto anche criminoso, ogni frase senza senso, ogni capriccio; voleva, anzi, che l’animo umano esprimesse il caotico ed assurdo incrociarsi arbitrario di sentimenti, di idee, di istinti, di stati psicologici cozzanti. La vera poesia non la si raggiunge se non con l’ostracismo alla grammatica, alla sintassi, alla ortografia, alla metrica. E si vantava di comporre I suoi poemi con parole ritagliate da pezzi di giornale e poste l'una accanto all'altro a caso.

Il dadaismo moriva verso il 1922 o, meglio, sfociava nel surrealismo, il quale ripete, sì, che è indispensabile un annientamento radicale dei vecchi valori, ma vuol crearne altri, che sorgeranno lasciando libere le ali ad ogni desiderio.

Il surrealismo, constata il Nadeau, proclama l'onnipotenza del desiderio, che venti secoli di oppressione cristiana non son riesciti a spegnere ancora, e la legittimità di soddisfarlo. Il marchese di Sade è la figura centrale del suo pantheon. All'obbiezione che l'uomo vive in società, il surrealismo risponde con la volontà di distruzione totale dei vincoli familiari, sociali, civili e politici. " Si son fatte delle leggi, delle morali e delle estetiche, per darvi il rispetto delle cose fragili, scrive Aragon: e ciò che è fragile, bisogna romperlo. «I nostri eroi - soggiungeva - sono Violette Nozière, la parricida, il criminale anonimo del diritto comune, il sacrilego cosciente e raffinato ». E nel Deuxième manifeste du surréalisme uno dei duci del movimento, il Breton, dichiarava ché «l'atto surrealista più semplice consiste nello scendere in istrada col revolver alla mano e nel tirare a casaccio, fin che si può, sulla folla». Insomma anche il surrealismo, come già il dadaismo, « è un mezzo di liberazione totale dello spirito e di tutto ciò che gli assomiglia »; ma, giova insistere, l'intento che accarezza non è soltanto negativo, bensì è positivo, in quanto la sua « grande rivoluzione » vuol liberare la coscienza dal carcere attuale, per permetterle la creazione di un mondo nuovo.

Quale sarà questo nuovo mondo, che Bergson aveva in qualche modo intravvisto quando vituperava la ragione per sostituirla con lo " slancio vitale » e Freud più felicemente aveva additato, quando ci aveva orientati verso il dominio ignoto dell'incosciente e del sogno, liquidando il valore del pensiero logico, mediante la sua psicanalisi? Cosa significa superare la realtà bugiarda e detestabile della vita comune, per attingere la sopra realtà di una vita profonda, libera da ogni convenzione e da ogni impaccio?

Il gruppo, che nel 1924 si fondava ufficialmente - e che dapprima lanciava la sua rivista Surréalisnie, e poi col dicembre dello stesso anno l'altra intitolata: La révolution surréaliste (anelante ad essere « la revue fa plus scandaleuse du monde »), - enunciava in due Manifesti (dovuti al Breton) il suo ideale. Il primo, del 1924, definiva il surrealismo come «un mero automatismo psichico, col quale ci si propone di esprimere, verbalmente, o per iscritto, o in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero, ... indipendentemente da ogni controllo esercitato dalla ragione, all'infuori di ogni preoccupazione estetica o morale ». Ed il secondo Manifesto del 1930 inculcava ancora la necessità di una rottura radicale col mondo che ci circonda, d'una »e rivolta assoluta», d'un « sabotaggio in piena regola con esso, per tuffarci in quel " punto dello spirito, ove la vita e la morte, il reale e l'immaginario, il passato e il futuro, il comunicabile e l'incomunicabile, l'alto e il basso, cessano di essere percepiti contraddittoriamente».

Un tale punto è il sogno, «le reve».

Il sogno! Il bel sogno! L'uomo, che non è più prigioniero della natura e prigioniero di se, ma che, libero dalle catene, vive nel mondo del suo vero essere, in quella realtà che è sopra-realtà, per conquistare ogni notte il tesoro che durante la giornata dissiperà poi in moneta spicciola ! Quando si dorme e si sogna, la logica, la grammatica, la realtà esterna, la stessa nostra realtà alla superficie della nostra anima, più non contano. Nelle «caverne dell'essere» « l'ospite sconosciuto» si esprime nella sua complessità, nella sua totalità, automaticamente. Non abbiamo più allora «un'eco» di un mondo esteriore; abbiamo «un mago» che cambia la vita e trasforma l'uomo, confondendo l'interno con l'esterno, fondendo sogno e realtà in una specie di realtà assoluta o di surréalité, rivelandosi a sè stesso nelle sue profondità metafisiche.

 Fortunati i pazzi, che vivono questa vita intima ! « Son gente - dichiarava Breton nel primo Manifesto - d'una onestà scrupolosa e la cui innocenza non ha eguali all'infuori della mia. Fu necessario che Colombo partisse con dei pazzi per scoprire l'America. E vedete come una tale follia ha preso corpo e durata ».

E quando voi, anche in stato di veglia, fate tacere la volontà, la ragione, le preoccupazioni che vi legano al mondo esteriore e vi mutate in un idiota, o in un medium ignorante, lasciandovi cullare dalle immagini suscitate dal fissare un oggetto e scrivendo le parole sconnesse e strampalate, che sgorgano spontaneamente dal fondo del vostro essere («testo automatico») e che si uniranno in ravvicinamenti impensati, allora avrete la vera poesia pura, dettata dal pensiero non deformato dal controllo della ragione, e zampillante dalla surrealtà del sogno. In breve «il surrealismo riposa sulla credenza alla realtà superiore di certe forme d'associazione finora neglette, alla onnipotenza del sogno, al gioco disinteressato dal pensiero. Esso tende a rovinare definitivamente tutti gli altri meccanismi psichici ed a sostituirsi ad essi nella soluzione dei principali problemi della vita, «poichè la centrale surrealista» vuol essere generatrice di energie nuove d'una forza incalcolabile. Fra l'altro dà l’occasione a tutti, la possibilità di diventare poeti e grandi poeti, dal momento, per dirla con un surrealista, che «le surréalisme est à la portée de tous les inconscients » mentre, d'altra parte, soggiunge l'Aragon, vuol «arrivare ad una nuova dichiarazione dei diritti dell'uomo».

Sarebbe divertente, ma anche superfluo, l'indugiarci sulle stranezze e sulle cretinerie più o meno geniali, che furono il frutto del movimento, dalle parole scritte da persone diverse, senza che l'una sapesse cosa aveva detto l'altra, ma - si assicurava - suggestionantesi a vicenda per un preteso influsso telepatico, con risultati meravigliosamente esilaranti, sino ad una stupefacente definizione di poesia («la poésie est une pipe») ; dall'entusiasmo per l'isterismo, sino agli insulti rivolti ai psichiatri, rei di tener incarcerati i pazzi, « vittime individuali per eccellenza della dittatura sociale » (noi - gridavano i surrealisti - « affermiamo la legittimità assoluta della loro concezione della realtà e di tutti gli atti che ne sgorgarono); - dalla difesa dei mariti infedeli o che non vogliono figli (contro (( les bonnes mères, les bonnes soeurs, les bonnes femmes, ces pestes, ces parasites de tous les sentiments et de tous les amours »), sino alla derisione della pretaglia e del «Papa, cane». Nulla, poi, aggiungiamo a proposito dei pittori surrealisti, da Picasso a Chirico ed alle loro esposizioni internazionali, annunciate col seguente programma «Plafond chargé de 1200 sacs à charbon, portes Revolver, lampes Mazda, Echos, Odeurs de Brésil, et le reste à l'avenant ».

Ciò che ci interessa sottolineare, insieme col Nadeau, è che «partito da una ricerca astratta delle possibilità del linguaggio in quanto strumento poetico, il surrealismo conduce dapprima ad un soggettivismo totale, apparendo il linguaggio come una proprietà essenzialmente personale, del quale ciascuno può fare l'uso come egli lo intende. Il mondo esteriore è negato a profitto del mondo che l'individuo trova in lui e che egli vuol esplorare sistematicamente: donde l'importanza data all'incosciente ed alle sue manifestazioni, che si traducono in un nuovo linguaggio, liberato. Prendendo una coscienza acuta del suo essere, il surrealista l'oppone al mondo e pretende piegare questo ai desideri di quello.

Come mai un simile individualismo giunto agli estremi sviluppi, ha potuto allearsi al marxismo, acquistando fiducia e plausi dal comunismo russo? Come mai i rappresentanti più noti del surrealismo, da Louis Aragon ad André Breton, dapprima sprezzanti della democrazia bolscevica, si sono poi messi «al servizio della rivoluzione », professando tale loro intento persino nel titolo di un loro periodico (Le surréalisme au service de la révolution)? Come mai i fautori implacabili di un pseudoidealismo, che nega il mondo esterno e ne vuol creare un altro ad immagine e somiglianza dell'incosciente, hanno poi potuto proclamare la loro a adesione al materialismo dialettico », protestando di accettarne « tutte le tesi»? Idealismo e materialismo, individualismo e socialismo sembrerebbero termini antitetici.

Il problema non è così grave come si potrebbe pensare a prima vista. Innanzi tutto, lo «spirito del surrealismo nulla aveva di comune con la spiritualità e con la
ragione, ma sprofondava l'uomo nelle tenebre dell'inconscio e della animalità: ed
era, perciò, molto vicino alla concezione
materialista. D'altra parte, nonostante le scemenze soggettivistiche, il mondo continuava il suo corso, come se i surrealisti non fossero esistiti, - dice il loro storico benevolo, già spesso citato. Occorreva, quindi, superare il soggettivismo primitivo e trasformare oggettivamente il mondo stesso.

Consapevoli della loro «insufficienza relativa »; scossi da a quei fremiti nuovi che percorrevano l'atmosfera » e che giungevano dalla Russia; persuasi che non bastava la loro rivoluzione, ma bisognava concepite quest'ultima..« sotto la sua forma sociale » ; convinti che « tutti i mezzi possono servire a per rovinare le idee di famiglia, di patria, di religione», - verso il 1929 il surrealismo dava la sua adesione al comunismo in una forma clamorosa. Uno scambio di telegrammi con Mosca dichiarava il conformismo alle direttive della terza Internazionale ed ai Soviets. Alcuni surrealisti, come Aragon, volevano mettere il movimento agli ordini del partito comunista; altri, come Breton, volevano procedere parallelamente a quest'ultimo, pur collaborando fedelmente; altri ancora si ribellarono al nuovo orientamento; Aragon: si recò pellegrino a Mosca. Il Sadoul e Caupenne insultarono l'esercito e furono poi costretti ad una riparazione pubblica, vigliaccamente subita, delle loro ingiurie.

Nel 1931 avvenne uno scandalo. Inviato in Russia a Katkhov al Congresso degli scrittori rivoluzionari per sostenervi le tesi surrealiste - e specie l'entusiasmo per psicanalisi e per Trotzsky, - l'Aragon recitò il mea culpa, condannò sia il freudismo sia il trotzskismo politico e aderì alla «linea generale» del comunismo. Il gruppo allora, indignato, la ruppe con l'Aragon. E nel 1933 Breton ed altri surrealisti furono esclusi dal partito comunista, anche per aver solidarizzato con l'articolo di un loro amico, l'Alquié, il quale denunciava «le vent de crétinisation qui souffle d'U.R.S. S. ». Essi rimasero rivoluzionari; volevano trasformare la guerra imperialista in guerra civile; divennero sempre più trotzskisti e sempre meno leninisti è staliniani; difesero 
Trotzsky quando fu costretto a fuggire dalla Russia. Breton andò dapprima nel Messico a visitare l'esiliato, prima che la mano vendicatrice colpisse il ribelle; poi, durante la guerra, rècatosi negli Stati Uniti, diffuse in America il suo surrealismo, lanciando a New York nel 1940 una nuova rivista, V.V.V. ed il terzo Manifesto, per ricordare a tutti che «non è necessario soltanto che cessi lo sfruttamento dell’uomo da parte dell'uomo, ma che cessi lo sfruttamento dell'uomo da parte del preteso Dio, d'assurda e provocante memoria ».

Ma oramai la speranza che il comunismo avesse fabbricato l'uomo nuovo era svanita. Addio, caro Carlo Marx! Riposa in pace! E che la terra ti sia leggera! Le ossa di Marx - avrebbero commentato i nostri buoni vecchi - protestarono dalla tomba contro i seguaci suoi, che così ingenuamente erano caduti in un tranello, senza un eccessivo vantaggio per la serietà del socialismo scientifico e della dialetticità della storia.


Una nuova disgrazia per il marxismo, che ha provocato il riso ironico di tutti i cosidetti a vampiri » del proletariato, doveva aggiungersi alla precedente, quasi che questa non bastasse a mettere in guardia il comunismo ed a rammentargli il timeo Danaos... Alludo all'episodio che ha procurato al suo protagonista, André Gide, da parte dei seguaci di Marx, l'accusa di traditore, di trotzskista ed anche - colmo dell'ingiuria - di fascista.

Il famoso autore dell'Immoraliste, discendente da una famiglia di protestanti rigidi e ricchi, ma che - come rileva Henri Massis nel suo saggio su Gide (Brescia, Morcelliana, 1934) - rimase fedele a Calvino forse solo nel ripetere con lui che «il peggiore dei flagelli è la ragione umana, era ben conosciuto nel mondo delle lettere per il suo fermo proposito di « evadere verso tutti i paradisi dell'istinto » e di abbandonarsi « alla gioia fisica sistematicamente e, insieme, freneticamente.

Oscar Wilde, col quale s'incontrò in un suo viaggio, non gli apparve forse come un ideale per il delirio di stravaganze e di dissolutezze di cui gli dava esempio? Son «le zone basse, selvagge, malsane, non pulite», protestava il Gide, che possono offrire all'artista « delle ineffabili risorse ».

E' vero. Aveva ripetutamente sognato di accingersi a tentativi di «normalizzazione». La morte della mamma; la conversione di Jammes, di Péguy, del nipote di Renan - Ernest Psichiari - e di altri suoi amici; la scomparsa del tenente Duponey, morto convertito; le lettere di Claudel ed altri indizi, sembrarono per un momento far credere a quanto egli scrisse a Ghéon, all'indomani del ritorno di questi alla Vita cristiana: «Ti abbraccio; tu mi hai preceduto».

Ma poi apparivano i suoi due volumi su le Caves au Vatican, ove i più stolti dileggi al Cattolicesimo infioravano ogni pagina. La credulità dei cattolici veniva dimostrata con una stravagantissima fiaba: una banda di sfruttatori aveva diffusa la voce che il Quirinale, alleato con la Massoneria, era riescito a rinchiudere il Papa nei sotterranei del Vaticano. Occorreva una crociata segreta per liberare il capo della Chiesa e per questo occorrevano denari. E tutti, beatamente, largheggiavano nelle loro offerte.

Che cosa mai in questo «grasso borghese» individualista ad oltranza sino all'esasperazione ed al ridicolo, poteva ispirare fiducia ai marxisti? Quando mai si era preoccupato delle classi umili e della redenzione del proletariato? Il Gide aveva sempre pensato soltanto a sè stesso; si era isolato nel suo piccolo io, sino a prendere in affitto, per stendere il suo primo romanzo, uno « chalet », ove aveva fermato tutti gli orologi, allo scopo di vivere fuori del tempo. Anzi, aveva incarnato la sua concezione della vita in Lafcadio, personaggio di un suo romanzo, che, viaggiando in ferrovia e seccato per la bruttezza di un suo vicino, « un piccolo vecchio n, non esitava a « liberarsi da quella fatalità.
" Chi vedrà? - diceva egli. - Là, vicinissimo alla mia mano, sotto di essa, la doppia serratura che io posso agevolmente far girare; lo sportello che, aprendosi all'improvviso, lo lascerà prima agitarsi; un piccolo urto basterà: ed ei cadrà nella notte, come un masso: non s'udrà neppure un grido..: Chi lo saprà? Non tanto degli eventi io sono curioso, quanto di me stesso. Lentamente, freddamente, Lafcadio contò sino a dieci e gettò il suo compagno fuori dal vagone, per niente: per curiosità di sè stesso, - principio fondamentale, commenta sempre il Massis, dell'etica di A. Gide.

Eppure, quando nel 193I questi pubblicò il suo Oedipe, e poco dopo proclamò la sua conversione a Carlo Marx ed al comunismo russo; quando «ad altissima voce» (l'espressione è sua) gridò la sua simpatia per la rivoluzione bolscevica, augurandosi di «vivere abbastanza per vedere la riuscita di questo immenso sforzo » e soggiungendo: « Se abbisognasse dare la mia vita per assicurare il successo dell'U.R.S. S., io la darei subito» i comunisti esultarono. Ed Ilya Ehrenbourg, - cito ancora dal Massis - a nome di essi, additava nell'adesione del Gide, sino ad allora «uno dei più possenti sostegni della cultura del vecchio mondo, « la capitolazione di tutta quanta la cultura» dinnanzi alla falce e al martello.

Ritengo che, da un lato, il nuovo «compagno abbia entusiasmato i seguaci del marxismo per il suo odio alla fede, per il suo disprezzo della morale cristiana e per la protesta rinnovata, che suonava così: «La religione e la famiglia sono i due peggiori nemici del progresso» (già nel passato aveva scritto: «Famiglie, io vi detesto»); ma, dall'altro lato, credo che, a procacciargli credito, abbia contribuito non solo il motivo che egli era un a intellettuale », ma altresì il fatto che questo intellettuale, - attraverso alle battaglie da lui combattute contro il mondo letterario - sembrava il simbolo di una ribellione alla società presente. Anche le tesi più strane e più enormi; anche le simpatie accarezzate dal Gide per qualche tempo a proposito dei dadaisti; anche il suo immoralismo, dovevano apparire al marxismo attuale come una condanna - per dirla con l'Ehrenbourg delle " mostruose istituzioni di una classe agonizzante » e l'aspirazione ad un'epoca nuova.

Ahimè ! Le disillusioni, àncora una volta, non dovevano farsi troppo attendere. La Russia riconoscente rivolgeva al Gide l'invito cordiale, perchè egli si degnasse visitarla e potesse salutare da vicino il sole abbagliante, ormai sorto sull'orizzonte. L'appello veniva raccolto. Il viaggio fu intrapreso e nulla fu trascurato, perchè le impressioni dell'illustre visitatore fossero meravigliose. Ma, ritornato in Francia, il pseudo-convertito lanciava, in ormai innumerevoli edizioni, i suoi due volumi: Retour de l'U.R.S.S. (Parigi, Ig36) e Retouches à man retour de l'U.R.S.S. (Parigi, 1937).

«Io dubito, così dichiarava nel primo libro l’autore, che vi sia oggi un altro paese, non esclusa la Germania di Hitler, in cui lo spirito sia meno libero, più asservito, più terrorizzato, più schiavo » che nella Russia.
Il servilismo: ecco ciò che lo Stato sovietico ha introdotto nelle masse contadine. Parlando delle abitazioni dei kolkhoziani e del loro tenore di vita, il Gide scrive: «Vorrei esprimere la strana e rattristante impressione, che ebbi nel visitare gli alloggi dei lavoratori: ed è quella di una completa spersonificazione. Dappertutto gli stessi rozzi mobili, lo stesso ritratto di Stalin ed assolutamente null'altro; non il minimo oggetto, il minimo ricordo personale. Ogni dimora è scambievole, a punto che kolkhoziani, scambiabili, sembra, anch’essi si sloggiano dall'una per passare all'altra senza neppure accorgersi del passaggio... ».

«La felicità di tutti non si ottiene che con la disindividuazione universale... Per essere felici è necessario il conformismo... Ma questa spersonificazione, a cui tutto nell'U.R.S.S. sembra tendere è veramente un progresso? Quanto a me, io non lo credo».

Il peggio è, proseguiva il Gide, che la critica è nello Stato sovietico severamente proibita. Si può criticare la zuppa del refettorio, se è mal cotta, o la sala di lettura, se è mal scopata, in quanto la critica consiste nel chiedere se questo o quello è «nella linea sacra»; ma la linea non si discute. Non v'è libertà di pensare altrimenti. Il conformismo non tollera eccezioni. Anche gli artisti debbono inchinarsi ad esso. E l'autore descrive un gustoso incidente. Aveva discorso con un artista, in una piazza, intorno alla necessità di libertà per l'arte.
 «Voi - rimproverava il Gide - costringete tutti i vostri artisti al conformismo; ed i migliori, quelli che non consentiranno ad avvilire la loro arte, li ridurrete al silenzio. La cultura, che voi pretendete servire, illustrare e difendere, vi svergognerà».

«Allora egli protestò che io ragionavo come un borghese e che per conto suo era persuaso che il marxismo, come in tanti altri campi aveva prodotto cose tanto grandiose, così avrebbe potuto produrre opere d'arte. Ed aggiungere che ciò che impediva a queste nuove opere di sorgere, era la importanza che ancora si accordava ad un passato ormai tramontato. Parlava a voce sempre più alta. Pareva che facesse un corso o tenesse urta lezione... Io lo abbandonai senza più rispondergli. Ma qualche istante più tardi egli venne: a trovarmi nella mia stanza e con voce bassa questa volta: - Oh ! perbacco ! Lo so bene anch'io... Ma siamo spiati continuamente e.... presto dovrò aprire la mia esposizione...»


Francesco Olgiati

Francesco Olgiati, filosofo, docente fu uno dei fondatori di dell'Università Cattolica e di "Vita e Pensiero". Tra i suoi allievi più illustri Virgilio Melchiorre e Giovanni Reale.

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