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Minoranza ma non troppo. Cattolici tra cultura e politica

Minoranza ma non troppo. Cattolici tra cultura e politica
Minoranza ma non troppo. Cattolici tra cultura e politica
autori: Giovanni Bachelet, Giuseppe Cacciami, Pierpaolo Donati, Cesare Mirabelli, Giorgio Rumi
formato: Articolo
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Il partito di ispirazione cristiana ha governato l'Italia per quasi cinquant'anni ma la cultura cattolica ha pagato il prezzo di una lunga e colpevole emarginazione. E tuttavia le grandi questioni che segnano il presente e già prefigurano il futuro (dalla Convenzione Europea al rapporto con l'egemonia statunitense), sfidano nuovamente i cattolici a una non facile riflessione per interpretare e orientare, per quanto possibile, le scelte future del nostro Paese e dell'intera Europa. Riassunta così, in poche righe, l'analisi è inevitabilmente schematica. Ma ha il merito di semplificare il tema - e il senso - del forum che «Vita e Pensiero» ha "virtualmente" organizzato coinvolgendo alcuni studiosi e intellettuali vicini al mondo cattolico: Giovanni Bachelet, Giuseppe Cacciami, Pierpaolo Donati, Cesare Mirabelli, Giorgio Rumi.

Il quadro politico e sociale dentro il quale ha operato il Partito dei cattolici è ormai definitivamente tramontato. Si è aperta una nuova stagione in cui i cattolici - nella loro espressione molteplice - possono ancora giocare le loro chance. Lo stanno facendo? Come possono farlo? In che maniera possono incidere significativamente sulle sorti del paese?

RUMI: Occorre innanzitutto accogliere con prudenza una definizione confessionale della Democrazia Cristiana. Le radici della Dc affondano infatti nella tradizione popolare più che nel movimento cattolico in senso stretto. Quel partito è stata una galassia sotto le cui bandiere, nel contesto dei blocchi contrapposti sono convenuti elementi non sempre omogenei - e questo spiega le tensioni 
interne - anche in nome di una resistenza al comunismo armato. Il carattere "feudale" della Dc e quella che io chiamo la pressione "emergenziale" (l'Armata rossa non l'hanno fermata le fiaccolate, ma il nucleare) sono un dato condiviso anche dal punto di vista storico. Quanto al futuro il problema è complesso: certe apparenti aperture sono legate alla semplificazione "inglese" della politica italiana il cui esito ha determinato una sorta di 8 settembre dei cattolici. Una diaspora che avrebbe dovuto portare, nei diversi schieramenti, elementi della cultura e della tradizione cattolico-democratica. Ma si tratta di un obiettivo davvero difficile. Le inevitabili mediazioni e la necessaria rielaborazione della gerarchia dei valori può infatti portare a un indebolimento o a un'eclissi del cattolicesimo politico. Resta la frontiera della difesa di alcuni principi di diritto naturale ma ho l'impressione che sia un po' poco. Certe istanze di diritto familiare sono spesso oscurate da interessi di bandiera; il contributo alla scuola libera ha un valore sostanzialmente simbolico. La grande ricchezza delle autonomie, che caratterizzava il modello sturziano, era molto più forte e dirompente del semplice federalismo. Insomma non vedo questa gagliardia, ma può darsi che sia un mio difetto ottico.

MIRABELLI: Io credo che il mutamento del quadro politico non deve fare dimenticare, né sottovalutare, il contributo essenziale che proprio i cattolici hanno dato alla ricostruzione del Paese, all'elaborazione della Costituzione, all'affermazione e al rafforzamento della democrazia, allo sviluppo economico e sociale, alla costruzione della Comunità Europea. Molte cose che oggi sono condivise e apprezzate, tanto da sembrare naturalmente acquisite, sono legate a scelte fatte grazie all'intuizione e all'impegno decisivo dei cattolici. I mutamenti che viviamo non hanno fatto venire meno la necessità e l'opportunità di un attivo impegno dei cattolici nella società e nelle istituzioni. Un originale percorso dei cattolici nella società e nelle istituzioni può e deve essere continuato e ripreso nelle forme nuove che l'attuale contesto consente. Come? Per essere significativi occorre recuperare e approfondire le proprie radici ideali: esse alimentano l'analisi dei problemi, l'elaborazione dei progetti, la definizione di proposte. Non si tratta di un impegno generico e astratto. Dignità della persona, sussidiarietà, solidarietà: parole che evocano principi diffusamente condivisi, ma poco incisivi se non si calano nei problemi posti dall'attuale esperienza. Pongo come esempio alcuni interrogativi. Come si atteggia un'effettiva garanzia per la vita, la dignità, la libertà della persona nel contesto reso possibile dalle innovazioni della ricerca scientifica e tecnologica? Come si declina la solidarietà con le trasformazioni dello Stato sociale, con il rapporto tra generazioni, con la condizione di povertà e di ricchezza dei diversi Paesi? La sussidiarietà come vede oggi congegnati i rapporti tra società e istituzioni e come può essere criterio di ripartizione di competenze tra diversi livelli di governo? Lavorare per cercare risposte a questi. interrogativi significa elaborare una cultura che consenta di comprendere i problemi e di trovare le soluzioni alla luce dei valori che ispirano la propria coscienza.

CACCIAMI: Mi permetto sommessamente di esprimere un'opinabilissima valutazione. Il quadro politico e sociale dentro il quale ha operato nel secolo scorso il movimento cattolico (preferisco chiamarlo così) è proprio definitivamente tramontato? Basta che il mosaico dei partiti abbia cambiato nome e sigle per dire questo? Nonostante le apparenze, la realtà del quadro sociale e politico italiano è sostanzialmente quasi la stessa. I residui storici dei partiti di massa (Pci, Dc, Psi e Msi) se hanno cambiato biglietto da visita, di fatto rispecchiano ancora gli orientamenti, le sensibilità del passato. Forza Italia arruola nel voto milioni di elettori che per anni hanno scelto lo scudo crociato. Lo fanno in nome dell'antico orientamento centrista, di un riformismo senza strappi rivoluzionari, all'insegna di quella routine in cui si era, dopo la gloriosa stagione della Costituzione e della ricostruzione del dopoguerra, adagiato l'elettorato italiano, cronicamente consegnato per il 35% circa al carro democristiano. Insomma, non basta dire, in nome del bipolarismo teorico, che il vecchio quadro politico è definitivamente tramontato. Per ora abbiamo soltanto una quarantina di vecchi partiti, pigiati e litigiosi, in due contenitori lontani anni luce da un vero bipolarismo programmatico. L'invocazione del ritorno alla proporzionale con forte sbarramento, che prende sempre più piede in molti osservatori politici, è il segno che il futuro non è ancora incominciato. Chiedere quali siano - e se sono già in atto - le nuove chance dei cattolici in politica sa per ora di lezioso discorso da salotto. Dopo l'ultima stagione della Dc, segnata da un mediocre doroteismo che si crogiolava nella lottizzazione del potere, nella falsa sicurezza che i "muri" non sarebbero caduti così presto, galleggiano i frammenti residui e volonterosi, in percentuali da "Biancaneve e i sette nani", del fu movimento cattolico. Ma perché diventi di nuovo forza politica storica, occorre che i cattolici recuperino, nel loro massiccio e flaccido corpo sociale, il senso profondo di quella dottrina sociale da cui i "liberi e forti" hanno tratto le energie per ricostruire l'Italia dopo la guerra. Per ora la dottrina sociale è uscita dal circolo della cultura, della pastorale, della testimonianza storica e politica del vasto mondo dei credenti italiani.

DONATI: Io penso, ma lo dicevo già negli anni Settanta, che il partito dei cattolici non sia mai stato un dogma. È stato, piuttosto, un'emergenza storica che, almeno in termini teorici, potrebbe anche riproporsi. Tuttavia il quadro è definitivamente tramontato, perché oggi i rapporti fra religione e politica non solo sono cambiati ma si sono ribaltati. Mentre prima, con la Dc, la religione si era fatta politica (penso, per esempio, all'esperienza di Camaldoli, alla Costituente, ai "professorini") oggi c'è un progetto in qualche modo inverso. La religione si è ripresa la sua autonomia sulla linea di una tradizione consolidata che vuole le due sfere giustamente distinte. Così la religione ha di nuovo preso le distanze dalla politica, ma questa distinzione che si è determinata richiede anche nuove forme di collegamento. La religione ritorna dunque alla società. Nasce anche da qui una nuova autonomia di azione e di giudizio, autonomia che non presuppone necessariamente un partito ma piuttosto un nuovo ruolo della società civile.

BACHELET: Secondo me i cattolici stanno giocando bene, al servizio del Paese, la nuova partita cui sono chiamati. Come? Con una presenza generosa; competente e visibile in molte aree calde del Paese che cambia: educazione, immigrazione, cittadinanza attiva, studio e sostegno in molti ambiti del disagio e dell'esclusione sociale. Con una presenza incisiva nel sindacato, nella finanza, nel mondo delle professioni. Ma anche, cosa non scontata dati i tempi mutati, con una presenza qualificata nella politica attiva: se negli ultimi anni l'Italia è entrata in Europa, è anche grazie a parlamentari, ministri, perfino presidenti del Consiglio e della Repubblica di robusta ispirazione cristiana, grande competenza e sicura onestà. La loro storia suggerisce che, perfino rispetto alla politica, il più prezioso servizio della Chiesa e dell'associazionismo cattolico sia stato quello di formare adulti fedeli al Vangelo, liberi e responsabili, e perciò animati anche da passione civile, come diceva Paola Bignardi all'ultima assemblea nazionale dell'Azione Cattolica. Anche oggi, a mio avviso, è questo il modo efficace di servire il Paese.

Il crollo dei muri che ha caratterizzato la fine del secolo scorso ha avuto tra i suoi esiti anche il venir meno di uno storico anticlericalismo. Come valuta i sempre più frequenti momenti di confronto fra cultura laica e cultura cattolica che sembrano segnare questo inizio di secolo? C è stata una colpevole dimenticanza, o comunque un’evidente marginalità della cultura cattolica nell'Italia del dopoguerra. Di chi le responsabilità?

DONATI: È vero, lo spazio per la cultura cattolica si sta veramente ampliando. E non solo in Italia, ma anche - lo dico per esperienza personale - in altri Paesi. Questo nuovo spazio è determinato da quella che io considero la crisi della modernità, una crisi che, peraltro, ne preannuncia la fine. La cultura laica (quella "agnostica", come la definisce il dizionario di Oxford), che nella modernità ha avuto la sua massima espressione nel binomio liberalismo-socialismo, è chiaramente in affanno e si rivolge alle culture portatrici di valori forti e solidi. La sensazione è che questi 'laici' stiano cercando una sponda nella cultura cattolica anche perché la crisi della modernità produce un nuovo bisogno di trascendenza. Quanto alla questione della marginalità, c'è stata nel secondo dopoguerra una classe politica che per anni ha vissuto di rendita dei decenni precedenti (sulle spalle del pensiero di Sturzo e Maritain) ma che non ha saputo elaborare le trasformazioni in atto; penso, per esempio, al '68 e ai fermenti degli anni Settanta. Non solo: sono prevalsi gli interessi economici del ceto medio e la classe dirigente si è occupata, più che altro, di partecipazioni statali abbandonando al loro destino le più importanti agenzie di socializzazione e cioè la scuola e la famiglia. Bisogna dirlo: non è stata una scelta virtuosa.

CACCIAMI: Anticlericalismo finito? La risposta non è scontata. Certo è defunto l'anticlericalismo nazional-popolare dell'«Asino di Podrecca» alimentato durante l'accesa stagione risorgimentale dal versante anarchico e socialista e, con qualche finezza in più, dal liberalismo italiano, così diverso sotto questo profilo, dallo sviluppo dell'iter liberale nel resto del mondo. È vero pure, come suggerisce la domanda, che soprattutto in questo ultimo decennio dopo la caduta dei muri, sono fiorite e si moltiplicano iniziative di sani confronti culturali tra il mondo laico, non laicista, ed esponenti del mondo cattolico. Ma si tratta di fenomeni in fondo ancora abbastanza elitari, anche se sul territorio sta crescendo un diverso costume di dialogo e di apertura reciproca tra i due mondi. E tuttavia non mi lascerei ancora irrorare da acritici entusiasmi. Se si analizza a fondo la situazione, ci si rende conto che la capillare ed efficace strategia gramsciana di occupazione dell'opinione pubblica, fondata sulla lucida valutazione che allo scopo è da ritenersi decisiva la presa di possesso delle università, della scuola in genere, delle centrali economiche e del crescente arcipelago dei media, alla fine ha travalicato le stesse finalità marxiste del progetto ed è diventata il punto di riferimento e di espansione della cultura laica in misura quasi esclusiva, con punte rilevanti di quelle forme di laicismo che sono aliene da un obiettivo confronto culturale. Questo clima è sempre pronto ad esplodere. Esempi? Ce n'è a iosa. Pensiamo all'arruffata confusione di idee e di analisi quando riemergono temi come quello dell'aborto, del matrimonio, della fanmiglia, del rapporto Chiesa-Stato, della bioetica. La domanda sulle cause della reale ed evidente marginalità della cultura cattolica avrebbe bisogno di un lungo discorso. Difficile comunque negare che le responsabilità gravano in larga parte, prima che sugli "avversari", sulla latitanza, sulla supina e rassegnata docilità del mondo cattolico alle irruzioni di culture e di mode ideologiche. Aggiungo una provocazione: il rapporto della grande Università Cattolica con la cultura reale del Paese oggi può essere ritenuto sufficiente e soddisfacente sul piano di una presenza attiva e vitale, nella generale opinione pubblica italiana e in quella cattolica in particolare?

BACHELET: Credo che per i cattolici ci siano nuove opportunità. Opportunità di seminare largamente la Parola di Dio, in un Paese in rapida trasformazione e (in teoria) ormai privo di ostilità pregiudiziali, ricco di aperture e disponibilità inedite. Opportunità di abbracciare definitivamente lo stile di chiara distinzione fra Chiesa e comunità politica auspicato dal Magistero (dal Concilio all'ultimo documento su cattolici e politica) e già presente nella migliore tradizione maritainiana della Dc. Ma vedo anche rischi. Per esempio che, una volta estinto il partito democristiano, tutti i partiti, anche quelli un tempo anticlericali, diventino clericali, con esiti diseducativi per tutti. Che tutti ostentino rispetto o ammirazione per la Chiesa, ma poi guardino a essa come una realtà mondana, con la quale intavolare una trattativa. C'è anche il rischio d'illudersi che la caduta delle pregiudiziali ideologiche sia risolutiva. Mio padre me lo diceva negli anni della contestazione, del boom economico e della rivoluzione sessuale: i pericoli per il tessuto cristiano di un Paese non vengono solo da filosofie e partiti esplicitamente antireligiosi, e forse nemmeno dalla persecuzione (citava l'eroismo di preti e laici nella Polonia di allora): vengono anche dalla vita comoda, dall'American way of life. Che produce il relativismo etico strisciante spesso denunciato dal Papa. Se il livello morale e culturale non cresce di pari passo col benessere, si può perdere l'anima senza nemmeno accorgersene. In questo senso l'opera formazione delle coscienze e il lavoro culturale sono anche qui il terreno dove l'impegno è più urgente e più fecondo. Quando si governa per molti decenni, come i cattolici in Italia, è quasi inevitabile che le energie migliori vengano spese per questo compito e il lavoro culturale sia messo in secondo piano. Dovunque l'opposizione attrae gran parte delle migliori energie intellettuali. In fondo è stata la vitalità spirituale e culturale dell'associazionismo cattolico, sotto il fascismo e durante la Resistenza, a forgiare una generazione di cattolici che ha avuto grande peso, secondo me culturale, nella storia e nella coscienza del Paese. Ma il potere logora davvero: non c'è battuta che tenga. Logoramento e marginalizzazione del pensiero sono stati anzi meno rapidi e devastanti rispetto ad altre esperienze di opposizione passate al governo (penso ai socialisti e, più recentemente, agli ex comunisti). Ma ci sono stati. Ci sono però stati anche i semi gettati dal Concilio che sono intanto timidamente germogliati. Il tempo dell'alternanza di governo e la fine della centralità politica democristiana possono forse favorirne una crescita più rigogliosa e nuovi innesti nella cultura del Paese.

RUMI: Finita l'emergenza dei blocchi, non vorrei che tutto si riducesse a una sorta di relativismo "culturale". Ammesso che non esista più l'atteggiamento anticlericale, non vorrei che si arrivasse al modello self service per cui il "cattolico" serve nei dibattiti solo per rispetto a una specie di proporzionalismo politicamente corretto. Finisce per essere una maschera che fa comodo. Le grandi scuole di tipo idealistico (marxista o liberista) hanno certamente avuto il sopravvento e forse padre Gemelli, con l'Università Cattolica, puntava a rompere questo schema. Ciò spiegherebbe anche alcuni suoi compromessi. Certo c'è stata una marginalizzazione, anche nelle librerie per fare un esempio concreto, ma è anche vero che spesso c'è stata una tentazione perfettista, da convegno sull'Appennino, con il rischio di uno stile di presenza un po' happy few. A ciò si aggiunga che il grosso dell'intellighenzia cattolica ha avuto un problema ulteriore e cioè quello del suo collocamento rispetto al partito. È una situazione che ha fatto morti e feriti; in un Paese normale non sarebbe successo. È stata - se così si può dire - una gran guerra "cattocattolica".

MIRABELLI: A mio parere è venuto meno l'anticlericalismo storico, più evidente e fastidioso. Ma sono venute meno tutte le riserve pregiudiziali sul ruolo dei cattolici nella vita civile e politica? Non c'è ancora chi mette in discussione il loro senso dello Stato, nonostante essi abbiano dato alla difesa delle istituzioni uno dei più rilevanti tributi? Il pluralismo, che caratterizza la società contemporanea, non può identificarsi con il minimo comune denominatore di tutte le convinzioni, gli orientamenti e le tendenze presenti nella società. Salvaguardata la dignità e la libertà di ciascuno, la società si coagula attorno a valori comuni. In questo contesto una salda ed espressa identità rafforza un dialogo rispettoso e leale, consentendo la costruzione della casa comune. E su elementi essenziali, nei quali è in gioco la dignità della persona, il dialogo favorisce la convergenza tra posizioni culturali diverse e non pregiudizialmente chiuse ed ostili. La cultura cattolica ha svolto questo ruolo? Non sempre. Ma quando la nostra voce non si sente, non sempre dipende dalla sordità del nostro interlocutore. Può accadere che siamo noi afoni o che la nostra comunicazione non passi. La presenza sul "mercato delle idee" presuppone anzitutto che buone idee siano state elaborate; ma richiede anche che esse siano comunicate e diffuse, che si manifestino persuasive e capaci di convincere, raccogliendo condivisione e consenso.

La globalizzazione e l'11 settembre costringono a trovare nuove chiavi di lettura della situazione internazionale, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con la leadership (economica, militare e forse anche diplomatica) degli Stati Uniti. Come europei, e anche da cattolici, dobbiamo chiederci come dovrà rimodellarsi quella che, con un'inevitabile semplificazione, è la cultura occidentale...

BACHELET: Quando da giovane lavoravo negli Stati Uniti e poi in Germania, non avrei immaginato che, vent'anni dopo, la mia moneta sarebbe stata la stessa della Germania. TI sogno dei padri (cattolici) dell'Europa unita ha fatto giganteschi passi avanti e con esso la saggezza democratica della vecchia Europa comincia a pesare più di prima sulla scena internazionale. C'è ancora moltissima strada da fare, ma la mia speranza è che su questa strada anche l'American way of life e un certo tipo di pensiero unico che per ora sembrano l'unico volto, a volte crudele, dell'Occidente e della globalizzazione, possano trovare nell'Europa e nella sua tradizione cristiana, personalista e comunitaria, un elemento di amichevole riequilibrio e di arricchimento ideale e progettuale.

RUMI: La cultura occidentale dovrà rimodellarsi ma a patto di non rinunciare al realismo, che poi significa fare i conti con il paradosso di Diogneto. Siamo europei e cristiani ma l'Europa non è l'Eden: ciò significa che dovremo sporcarci le mani. Dovremo armarci e pensare all’esercito, ad esempio (perché le relazioni internazionali non sono un convegno in cima al colle), e decidere anche cosa fare nei confronti dei Paesi in via di sviluppo. Diversamente ci resta solo il ruolo del grillo parlante. Gli scogli da superare sono ancora molti: non si può fare l'Europa senza Spagna e Inghilterra e la Germania attraversa una grave crisi morale. Il realismo cristiano oggi richiesto è lo stesso di un tempo quando l'Europa la fecero i costruttori di cattedrali, i gesuiti e i benedettini ma anche gli ordini pauperistici. Il rapporto stesso con il denaro andrà ripensato rifacendosi alla lezione di De Gasperi, Adenauer e Schuman.

MIRABELLI: La globalizzazione ha molto attenuato la "territorialità" che caratterizzava la vita, l'economia, la cultura, il costume, il potere. Non solo la rapida circolazione delle persone, ma la tecnologia e le comunicazioni hanno abbattuto molte barriere spaziali. Queste nuove opportunità, che la tecnologia consente, sono ricche di potenzialità e di rischi ed in definitiva sono rimesse alla nostra responsabilità. D rischio di omologazione a una cultura o a uh costume dominanti deve essere superato e la comunicazione deve fertilizzare le diverse culture piuttosto che distruggerle. Può essere utile riprendere e diffondere lo "spirito del Mediterraneo": un mare che è stato il luogo di incontro di popoli e di scambio tra culture, la cui reciproca contaminazione ha creato una civiltà. La cultura occidentale deve mantenere e sviluppare questa apertura alla comprensione e al non annullamento dell'altro.

DONATI: La cultura occidentale si sta ripensando - o comunque dovrà farlo - ma non sulla scorta delle categorie che hanno segnato la modernità nella gestione di Stato e mercato (liberali-laburisti, oppure destra-sinistra). Ormai ci stiamo allontanando da quelle categorie per confrontarci con un nuovo paradigma, e cioè umano-disumano; siamo infatti in presenza di un processo di neoumanesimo, esaltato e reso ogni giorno più urgente dalla globalizzazione. A partire dal Paese "egemone", gli Stati Uniti, si pone infatti il problema di una tecnologia pervasiva che ha un carattere disumanizzante. Penso all'eugenetica liberale (con le applicazioni alla procreazione umana e alla biologia) fino alle nuove reti massmediali e ai rischi di manipolazione e controllo che esse comportano. Nel colmare questo divide la cultura cattolica ha un compito primario che non riguarda direttamente la politica ma i principi fondamentali della cultura e dell'identità umana.

CACCIAMI: Credo che questa domanda tocchi davvero un capitolo decisivo per la storia futura del nostro Paese, dell'Europa e del mondo. Le recenti accuse della cultura laica nei confronti dei cattolici e della Chiesa sul tema dell'Occidente, della globalizzazione, dell'antiamericanismo meriterebbero un trattato a parte. «La confusione è davvero grande nel regno di Danimarca», chioserebbe simbolicamente il buon Amleto. Affrontarla è un'impresa di sesto grado. Per ora essa è lasciata quasi unicamente alla grande fede e alla fatica profetica ed eroica di questo grandissimo Papa la cui cultura e la cui genesi slava sono cromosomi preziosi che lo aiutano a vivere, in apertura totale al mondo, questo momento con lo stile eccezionale di contenuto e di metodo di un protagonista storico. Si tratta infatti di individuare le strade di un futuro in cui il dialogo tra le culture, oltre ogni fondamentalismo, sia sicura garanzia di pace e di progresso civile. Fare in modo che l'Occidente non diventi - contro la sua stessa identità culturale- uno dei fronti del tragico conflitto che oggi attanaglia il mondo, ma uno spazio di incontro e di servizio creativo all'unità del mondo stesso; è la vera, drammatica sfida del nostro tempo. Quasi nessuno - anche su sponde lontane dalla fede cristiana - nega la validità di questa prospettiva. Superare la pericolosissima e miope lettura di un occidentalismo settoriale e limitato è la vocazione in cui non possono non avere un ruolo prezioso ed importante i credenti in Cristo delle Chiese d'Occidente.

Quella della Convenzione europea è forse la più importante riforma "costituzionale" con cui il Paese dovrà fare i conti nei prossimi anni. Chi (e come) può contribuire a vivificare le radici cristiane dell’Europa allargata?

MIRABELLI: Non solo la "Costituzione" europea, ma anche la costruzione delle nuove autonomie regionali e locali costituiscono la sfida istituzionale più importante. I diversi livelli di organizzazione politica delle comunità riaffiorano oggi oltre lo schermo dello Stato nazionale. La molteplicità e l'integrazione degli ordinamenti rappresenta una risposta tecnica al principio di sussidiarietà. Ma la valorizzazione delle autonomie e l'Unione Europea rimangono rattrappite in una dimensione tecnica se perdono di vista i popoli, la loro storia, le radici e presenza religiosa che ne hanno plasmato l' identità.

CACCIAMI: La domanda è di così calda attualità anche massmediale, che ha bisogno di essere verificata sugli ulteriori sviluppi futuri. Per ora siamo purtroppo ancora al primo stadio. E cioè a una querelle defatigante sull'inserzione o meno degli aggettivi "spirituale", "cristiano", "religioso", accostati alle "radici" dell'Europa. Triste e melanconica querelle! Per chi ha vissuto la genesi del sogno europeo negli anni di Schuman, Adenauer e De Gasperi, o anche solo del pensiero di Spinelli e altri grandi protagonisti laici, quanto accade oggi nell'Europa unita, grettamente anchilosata nella nuova moneta o nei pignoli inseguimenti del futuro dei pomodori o del cioccolato, non suggerisce voli pindarici. L'ultima proposta firmata da una ventina di "europeisti" seri (con Kohl tra gli altri) è interessante. Ma le reazioni dimostrano che il livello della riflessione è ancora allo stadio embrionale. Quanto sta facendo l'agenzia della Chiesa italiana e dei giornali diocesani (Sir, Servizio informazione religiosa) nella sua ormai settimanale edizione europea, in varie lingue, e che ci permettiamo di segnalare, è un utile monitoraggio per documentarsi sull'immenso lavoro, nascosto, umile, ma prezioso che le Chiese europee vanno facendo per contribuire a costruire un' Europa unita sul fondamento vitale delle sue radici, in cui il cristianesimo è stato decisivo.

BACHELET: La Pira avrebbe voluto il nome di Dio nella Costituzione Italiana, ma la proposta si rivelò elemento di divisione, e i democristiani della Costituente preferirono rinunciarvi. Puntarono invece (con successo) a una forte impronta personalista e cristiana nel contenuto: persona umana, valore rieducativo della pena, niente pena di morte, libertà di educazione dei figli, ripudio della guerra, dovere di lavorare per ridurre le diseguaglianze, libertà religiosa, istruzione gratuita... Le modalità di definizione della Convenzione sono molto diverse dalla Costituente del 1946 e ogni paragone è improprio; vorrei solo sottolineare che le radici cristiane si recidono o si rafforzano anche, se non maggiormente, attraverso contenuti come questi. Per noi cittadini comuni c'è poi un terzo modo di ravvivare le radici cristiane del continente: essere, in ogni ambito personale e comunitario, più fedeli al Vangelo, più liberi, più responsabili, più coraggiosi. In poche parole, più cristiani. Perché se il sale perde il sapore, nemmeno una Convenzione può restituirglielo.

DONATI: Fino a oggi mi pare che la Convenzione si sia mossa in base alla vecchia cultura liberale-laburista che però, come ho già sottolineato, mi pare ormai al tramonto. La Carta di Nizza è emblematica, perché ha una visione individualista però sotto l'egida di un controllo pubblico. La possibilità che i cattolici diano un contributo significativo dipende dalla capacità di superare questa visione "lib-lab", pensando invece in termini di un nuovo quadro societario, dove sia considerato il ruolo sempre più determinante della società civile e sia approfondito e articolato il concetto di sussidiarietà. La sfida è uscire dal gioco Stato-mercato riuscendo a dare spazio alle associazioni, intese in senso lato, che caratterizzano la società civile e che determinano nuove forme di comunità, locali ma non solo. Questo significa vivere una nuova laicità, dove i credenti perseguono con fede i loro obiettivi. Il problema, se mi è consentito segnalarlo, è quanto la Chiesa veda e riconosca come ricchezza questa laicità. Nelle sue espressioni più ampie - istituzionali o informali, di vertice o locali - mi pare che la Chiesa abbia ancora qualche difficoltà nel riconoscere l'evangelizzazione che può realizzarsi "dal basso", se così si può dire, nelle organizzazioni intermedie. Credo, comunque, che anche la realtà ecclesiale stia ormai prendendo coscienza, forse ancora lentamente, del rapporto fra società civile e Stato e della necessità di pensarsi sempre più come interlocutore della società civile

RUMI: Le radici cristiane dell'Europa non possono essere un paio di .manette, un'ipoteca sul futuro. Nella diffidenza degli "altri" verso i cattolici c'è un elemento di sfiducia "preventiva" verso i perfetti che incarnano un certo perbenismo di maniera. Questa diffidenza laica nasce E dalla paura di un vincolo sul futuro, perché i cattolici rischiano di apparire come coloro che rifuggono dai problemi reali (la gestione delle materie prime o l'ordine pubblico, per fare due esempi concreti). C'è il pericolo che le "nostre" proposte appaiano inattendibili. E tuttavia non si darà Europa senza un riconoscimento del cristianesimo. Del resto l'Europa, lo dico da storico, si estende sin dove sono arrivate le cattedrali e i benedettini.

(a cura di Gerardo Ferrari 2003/1)

di Giovanni Bachelet, Giuseppe Cacciami, Pierpaolo Donati, Cesare Mirabelli e Giorgio Rumi (a cura d

 

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