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Monsignor Oscar Romero: un vescovo immolato per il suo popolo

Mons. Oscar Romero: un vescovo immolato per il suo popolo
Mons. Oscar Romero: un vescovo immolato per il suo popolo
autori: Carlo Maria Martini
formato: Articolo
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di Carlo Maria Martini

«Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: "Ecco io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per compiere o Dio la tua volontà"» (Ebr 10, 5-7).

Sono le parole della Scrittura che abbiamo ascoltato e che monsignor Romero, di cui ricordiamo l'anniversario del sacrificio cruento, ha idealmente pronunciato donando la sua vita per il suo popolo. Ricordiamo con lui i tanti uccisi per amore della verità, compatrioti del vescovo Romero, uomini di altre nazioni dell'America latina, e uomini anche vicini a noi, che hanno camminato per queste nostre strade, il cui sangue innocente è stato versato anche in questa città, anche a pochi passi da questo nostro Duomo, sangue innocente che oggi, dopo tanti anni, attende una chiara e inequivocabile giustizia.

Ha saputo ascoltare il suo popolo
Ogni pastore, quando accetta la sua missione, sa che la vita non gli appartiene più ma è di Dio e delle pecore che Dio gli ha affidato: del suo popolo. E al suo popolo egli ha cercato di dare tutto, anche se stesso. Il sacrificio della vita, per chi compie un gesto supremo di amore, come Cristo sulla croce, non è mai solo una morte, ma è il dono supremo. In punto di morte dovremo preoccuparci solo di quanto abbiamo donato, perché è solo ciò che abbiamo donato che potremo portare con noi e salvare. Monsignor Romero ha salvato la sua vita, come ci dice il Vangelo, perché l'ha perduta, l'ha donata. Ma come in ogni missione vissuta per amore, non è mai chiaro chi dia e chi riceva di più.

Come "vescovo, pastore", ha saputo ascoltare il suo popolo, intuirne le ansie più profonde, ascoltarne il grido di sofferenza e di dolore, ma anche di speranza. Non si tratta solo di ciò che egli ha saputo fare per i poveri, ma anche di quanto i poveri hanno fatto per lui, per la sua fede.

 Dal suo popolo monsignor Romero ha ricevuto moltissimo; come egli stesso confessava, anche il coraggio della verità che prima forse non possedeva così aperto e schietto.

Anzitutto incontrò nei poveri ciò che vi è di scandaloso nel mistero di Dio, inteso cristianamente. Nel volto dei crocifissi del suo popolo, della sua storia, riconobbe il volto sfigurato del Cristo. Come dicono i documenti di Puebla, dell'episcopato latinoamericano, «i poveri meritano un'attenzione preferenziale (...). Fatti a immagine e somiglianza di Dio (...) questa immagine è offuscata e persino oltraggiata. Perciò Dio prende le loro difese e li ama (Cfr. Mt 5, 45; Giac 2, 5). Ne consegue che i primi destinatari della missione sono i poveri (Cfr. Le 4, 18-21) » 1• Il mistero di Dio gli si rivelò, secondo il paradosso cristiano, anzitutto nel piccolo, in ciò che è minore. E attraverso questo « più piccolo » Dio gli si è mostrato sempre più grande. In questo senso si può dire che anche monsignor Romero è stato evangelizzato dai poveri. Evangelizzato dai valori positivi che incontrava in essi e che lo hanno

aiutato ad ascoltare e a vivere meglio la buona novella.
Come vescovo, confermò la fede dei suoi fratelli in uno di quei momenti di sofferenza e di prova di tutto un popolo in cui è più difficile trovare il senso della propria fede e scoprirne la luce. Comprese che al vescovo tocca rendere credibile la fede cristiana, se si vogliono degli autentici credenti, specialmente quando tante cose intorno a noi parlano di violenza.

Difensore del povero
Come vescovo fu difensore del povero e dell'oppresso, in una situazione del proprio paese in cui i poveri soffrono particolarmente. In questo non solo imitò Gesù Cristo, come fanno molti altri cristiani impegnati, ma fece di questa difesa la funzione specifica del suo episcopato. Per i poveri denunciò la miseria e le sue cause e per essi distribuì molte delle sostanze dell'archidiocesi. Ripercorse così le orme dei grandi vescovi latinoamericani del secolo XVI, quando il vescovo era per ufficio « difensore degli indios » cioè di coloro che si sapeva già che sarebbero stati emarginati, sfruttati e spesso annientati. In una nuova situazione storica di passione, monsignor Romero rese nuovamente viva questa profonda intuizione cristiana ed ecclesiale.

Come vescovo cercò di realizzare un'evangelizzazione che si esprimesse attraverso tutto ciò che la Chiesa è, nei suoi aspetti storici e trascendenti, personali e sociali, liturgici ed educativi. Per fare questo non sviluppò una teoria particolare dell'evangelizzazione, ma si ispirò soprattutto alla Evangelii nuntiandi di Paolo VI. Diede somma importanza all’annuncio della Parola, facendone lo strumento principale della sua evangelizzazione, ma diede grande importanza anche alla realizzazione della Parola, a far sì che la buona novella si trasformasse in buona realtà, che la Parola si facesse avvenimento e storia. Si preoccupò che la testimonianza della vita fosse evangelizzazione, che cioè l'efficacia dell'annuncio si unisse alla credibilità di colui che annuncia. A questi elementi che l'Evangelii nuntiandi ricorda, egli aggiunse la denuncia profetica, che, come nessun altro aspetto del suo ministero, doveva costargli la vita. Forse come ogni profeta, usò una durezza e una fermezza che a tanti parvero indiscrete e talvolta poco sagge, ma anche in questo suo compito egli volle vedere una buona novella. Percorrendo le sue omelie, si vede come egli intuisse di annunciare, nelle sue denunce, una specie di vangelo partendo dalla negazione del male. Denunciò con estrema durezza la disumanità del peccato, ma dirigendosi agli oppressori mantenne sempre un accento di buona notizia. Anch'essi sono fratelli a cui Dio chiede una conversione e anche per essi esiste una buona novella.

La "sua" cattedrale
Infine, come vescovo, trasformò in simbolo della sua evangelizzazione la sua cattedrale. Uomo senza nessuna proprietà personale, come mostra il suo testamento, amò la sua cattedrale e ne fece la sua "cattedra" per eccellenza. Una cattedrale, la sua, che vide solenni liturgie, ma anche momenti di sangue, fu rifugio per i feriti e luogo invaso dai violenti. Da essa monsignor Romero annunciò la verità, così come la leggeva nella realtà del suo paese, e anche di fronte ai cadaveri, nella cattedrale, mantenne viva la speranza del suo popolo. Di essa fece cattedra di costante annuncio della buona novella, di evangelizzazione; in essa un uomo timido di carattere, come lui, si trasfigurava.

Ma il Signore volle che il suo sacrificio fosse consumato non nella cattedrale, ma nella cappella di un ospedale: dopo aver annunciato nella Chiesa la parola di Dio, ne realizzava la misericordia a contatto con coloro che soffrono.

Altri vescovi vennero uccisi nella storia della Chiesa per averla difesa: per aver difeso la libertà di predicazione e i diritti della Chiesa. Monsignor Romero e, con lui, tanti altri sacerdoti, religiosi e laici sono stati uccisi per aver difeso i diritti dell'uomo.

Non è casuale che questo sia avvenuto nei nostri anni, quando la Chiesa, gli ultimi sommi pontefici (e Giovanni Paolo II in particolare) tanto spesso hanno alzato la loro voce in difesa dell'uomo, dei suoi diritti, della sua libertà. E a chi è troppo solo o debole per poter parlare, la Chiesa ha prestato la sua voce.

L'ha prestata molto spesso in difesa dell'uomo latinoamericano, spesso dolorosamente soggetto a situazioni di peccato, tanto più lamentabili in quanto si tratta di un continente in cui la grande maggioranza delle persone, anche dei governanti, dice di ispirarsi al Vangelo nella sua vita e nella sua azione.

I vescovi latinoamericani più volte hanno alzato la loro voce in difesa dei loro fedeli, nei cui volti, essi dicono, «dovremmo riconoscere i lineamenti del Cristo sofferente, il Signore che ci pone in questione e ci interpella: volti di bimbi colpiti dalla povertà sin da prima della nascita( ...); volti di giovani, disorientati per il fatto che non trovano il loro posto nella società (...); volti di indigeni e spesso anche di afroamericani che (...) possono essere considerati i più poveri tra i poveri », come quelli delle regioni amazzoniche, «volti di contadini (...) emarginati in quasi tutto il nostro continente » e per difende!:e i quali la Chiesa brasiliana, ad esempio, si è tanto spesso adoperata. I vescovi hanno spesso condiviso le angustie della loro gente « derivate dagli abusi di potere »: « angustie per la violazione della vita privata (...), torture, esilii; angustie in tante famiglie per la scomparsa di persone care, di cui non possono avere alcuna notizia », come ad esempio in Argentina. « Angustie per la violenza della guerriglia, del terrorismo e dei sequestri, realizzati da estremismi di segni diversi, che ugualmente compromettono la convivenza sociale», come in vari paesi dell'America centrale.

Di fronte a queste situazioni spesso drammatiche, anche noi, come credenti, dobbiamo sentirei interpellati. Vi è un dovere di fraternità, di impegno per rimuovere le cause di tanto male, almeno per quanto possiamo, scoprendo ed eliminando anche in noi le radici di quella violenza che altrove forse esplode con maggiore devastazione. Dobbiamo adoperarci ad esempio perché non resti inascoltato l'appello dei vescovi del Salvador a sospendere le forniture di armi alle parti in lotta da parte di Stati e commercianti esteri.

Possiamo chiedere a Dio che ci aiuti a far sì che la sofferenza dei nostri fratelli latinoamericani non sia vana, ma suoni come un grido contro la violenza che c'è in noi e intorno a noi e come un appello affinché la fraternità non sia una parola vuota: né tra popolo e popolo, né tra Chiesa e Chiesa.

La Chiesa latinoamericana, and1e attraverso i l sacrificio e i l sangue di molti suoi figli che scrivono oggi le pagine di un nuovo martirologio, ci ricorda la necessità di adoperarci per l'effettiva realizzazione « del diritto a una giusta convivenza internazionale tra le nazioni, col pieno rispetto per la loro autodeterminazione economica, politica, sociale e culturale» invitandoci a « rivedere e orientare le istituzioni internazionali e a creare nuove forme di protezione che, basandosi sulla giustizia, garantiscano la promozione autenticamente umana della crescente moltitudine dei diseredati».

Un messaggio di vita e di speranza
Monsignor Romero, con la sua morte, d ha lasciato un messaggio che è essenzialmente di vita e di speranza.

Due settimane prima di morire, diceva in un'intervista: « sono stato frequentemente minacciato. di morte. Devo dire che, come cristiano, non credo nella morte senza risurrezione: se mi uccideranno, risusciterò nel popolo salvadoregno. Lo dico senza superbia, con la più grande umiltà. In quanto pastore ho l'obbligo, per divina disposizione, di dare la mia vita per coloro che amo, ossia per tutti i salvadoregni, anche per coloro che potrebbero assassinarmi. Se le minacce giungessero a compimento, fin d'ora offro a Dio il mio sangue per la redenzione e la

risurrezione nel Salvador. Il martirio è una grazia di Dio che non credo di meritare. Ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita, il mio sangue sia seme di libertà e segno che la speranza sarà presto realtà. La mia morte, se Dio l'accetta, sia per la libertà del mio popolo e sia una testimonianza di speranza nel futuro. Se mi uccideranno perdono e benedico quelli che lo faranno. Dio voglia che si convincano di perdere il loro tempo. Morirà un vescovo, ma la Chiesa di Dio, ossia il popolo, non perirà mai ».

Di fronte alla morte siamo chiamati a credere alla vita e le nostre opere devono essere opere di vita. La morte non si vince con la morte, .ed è allarmante che anche in Italia si pensi di portare la pace ricorrendo alla pena di morte. La nostra società di violenza sembra alle volte non

saper neppure più distinguere tra la morte e la vita.
L'ultimo documento della Cei di una settimana fa denunciava il diffondersi programmato di una cultura di morte. «Di fronte alla perdurante piaga dell'aborto clandestino, alla mentalità abortista che si diffonde, all'impressionante numero di aborti praticati in questi anni, e di fronte alla tenace volontà di confermare e di allargare la legalità dell'aborto, ci si deve fortemente porre oggi anche in Italia una angosciosa domanda: perché la società contemporanea non sa più inorridire quando è davanti alla morte». Eppure la coscienza cristiana deve aiutarci ad ascoltare il messaggio di vita che ci viene da ogni pagina della parola di Dio e dal sangue innocente versato.

Il sacrificio di monsignor Romero si è consumato durante la celebrazione dell'eucarestia, quasi a ricordarci che ogni pastore, ogni « ordinato », è chiamato all'imitazione di ciò che celebra, il sacrificio di Cristo.

La sua eucarestia è rimasta incompiuta: è un invito a ciascuno di noi e a tutti noi come comunità, a completarla, a ricordarci che in tante parti del mondo, oltre che nel Salvador, l'eucarestia va ancora completata, vissuta. In ogni luogo dove l'uomo soffre, dove sangue innocente e lacrime vengono versati, ognuno ha un compito da assolvere perché la presenza di Dio sia anche pienamente "eucarestia", rendimento di grazie e fraternità vissuta.

Carlo Maria Martini

Carlo Maria Martini, gesuita, arcivescovo di Milano, cardinale, è stato una delle figure più eminenti della Chiesa cattolica negli ultimi decenni. Insigne biblista, attraverso il metodo della lectio divina ha aiutato i fedeli ad accostarsi alla Scrittura per trovarvi il fondamento e le risposte alle proprie esperienze di vita. Attivo nel dialogo ecumenico e in quello con l’ebraismo, ha promosso il contatto e lo scambio anche con le persone in ricerca della fede, con l’iniziativa della Cattedra dei non credenti. Negli oltre vent’anni del suo episcopato a Milano, gli anni di piombo del terrorismo e quelli dei rivolgimenti di Mani pulite, tutta la città, credente e non, impara a rivolgersi a lui come al primo riferimento morale. Nel 2002 rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi e riprende gli studi biblici, scegliendo di vivere prevalentemente a Gerusalemme, fino alla morte del 2012.

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