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Pessimismo e ottimismo in letteratura

Pessimismo e ottimismo in letteratura
Pessimismo e ottimismo in letteratura
autori: Giuseppe Bonura
formato: Articolo
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di Giuseppe Bonura

Può la letteratura essere ottimista? Può la letteratura essere pessimista? Platone bandiva i poeti della sua repubblica, a meno che non elevassero inni agli dèi. Aristotele giudicava la tragedia (si pensi: la tragedia!) assai «buona» poiché depurava gli animi, li ripuliva dello strato di ignobili passioni che vi allignavano. Dunque, già Platone, già Aristotele vedevano nella letteratura (e non importa che fosse scenica) la bipolarità male-bene. Perché di fatto di questo si tratta, infine: di equiparare il pessimismo al male, e l'ottimismo al bene; e di capire per quale recondita ragione la letteratura, produttrice di Bellezza quasi per definizione, sia sostanza e veicolo del Brutto, del Difforme, dell'Immoralità, insomma del Negativo.

In realtà, credere in un destino oscuro della storia non è di per sé optare per il male: il pessimismo potrebbe pur sempre coincidere con una impossibile nostalgia del bene. Tuttavia, chi opta per un destino oscuro della storia, può arrivare ad accettare l'idea che il male è inevitabile: e in questo orientamento etico c'è un grosso rischio.

Una serie di estetiche (dalla tomista alla hegeliana, dalla crociana a quella di cento altri) hanno cercato di venire a capo di questa dicotomia, di questo autentico scandalo della ragione letteraria. Con il risultato di spingersi a chiedere, per l'ennesima volta, che cosa significano il pessimismo e l'ottimismo in letteratura.

Niente, verrebbe voglia di rispondere subito. Se una poesia è una poesia, il male in essa non può entrare (una parentesi per una precisazione terminologica: d'ora in avanti assimileremo la letteratura alla poesia tout court). Baudelaire, Rimbaud, Flaubert, Joyce (le loro opere, ovviamente) sono stati, sono dei corruttori? Se lo sono stati, e se lo sono ancora, è giocoforza ammettere che non la singola opera è colpevole, è malefica, bensì tutta la letteratura «che conta».

Però, ecco, ci viene un sospetto: che proprio nella letteratura che conta taluni critici « moraloni » (l'aggettivo è di Gadda) si accaniscano a estrapolare il gheriglio del male, il verme del pessimismo, la tenia del negativo. Dopo di che si accingono con zelo penoso a disinfestare tutto e a erigere cordoni sanitari.

Che quei libri non entrino nelle scuole, né nelle famiglie timorate; o, se proprio devono entrarvi, siano corredati di un commento che spieghi come e perché l'autore è incorso in una interpretazione malvagia, o erronea, della realtà. Ma più fruttuosa appare l'altra tecnica, che consiste nel caricare di valori «positivi » la letteratura « che non conta »: cioè quella edificante, o agiografica, o consolatoria. Salvaneschi contro Landolfi, al limite: un bel match, non c'è che dire. Ma si dà il caso che Salvaneschi (o gli attuali epigoni dei nipotini di padre Bresciani) siano gli autentici portatori del negativo, gli apologisti inconsapevoli della stupidità morale (ci stiamo rendendo conto di fare un discorso ritardato, ma la cultura italiana delle « istituzioni » è spaventosamente ritardata).


Funzione apotropaica
Il fatto è che la letteratura che conta ha sempre intrattenuto ringhiosi rapporti con il positivo. E non è per un diabolico capriccio del Manzoni se I promessi sposi sprigionano altissima poesia soltanto quando la rappresentazione è tutta immersa nella peste. Anche Manzoni sapeva che con i buoni sentimenti non si fa letteratura.

E prima di lui Leopardi, e prima ancora Dante, e prima di tutti Omero.
Lo scandalo è antico, e noi siamo propensi a credere che cominciò con il cominciare della letteratura orale: i miti, le favole. La paura delle tenebre e non la gioia del sole presiede alla costruzione del mito e al desiderio della fabulazione. La letteratura nasce come esorcismo e si sviluppa come difesa contro le potenze malefiche. E quando apparirà la scrittura, questa non sarà adibita a dissolvere le tenebre ma a complicarle, a moltiplicarle, a furia di cercare, paradossalmente, la chiarezza assoluta (o la chiarezza dell'Assoluto). Qualcuno obietterà che la Laude contraddice l'intero suddetto.
Al contrario, a noi pare che la Laude non sarebbe sorta senza la coscienza collettiva del Negativo Assoluto.

La cattività gratificante
Ma a volere seguitare il discorso sulla letteratura pessimista e la letteratura ottimista, senza agganciarlo al discorso più generale sulla cultura di una determinata società, è come pretendere di spiegare una stella prescindendo dalla sua costellazione e dalle leggi dell’astrofisica.


Ogni società (civiltà) ha la letteratura che si merita. L'idillio, l'arcadia, il petrarchismo, le « pastorellerie » fiorirono in strutture sociali sostanzialmente omologhe a quelle forme estetiche. Omologhe, si dice, e non analoghe: questo per non attirarci l'accusa di determinismo volgare. E allora guardiamoci un poco intorno e buttiamo là la domanda: che cultura abbiamo? Abbiamo per caso una cultura «negativa»? Cioè una cultura che nega la realtà che ci è dato sperimentare ogni giorno?

Così può sembrare a chi confonde le parole con le cose. La cultura della società capitalistica è, in lungo e in largo, «positiva ». È una cultura che si autoglorifica, che eleva raccapriccianti monumenti al male che ha in sé e che spaccia per il bene. E non diciamoci pietose bugie: la cultura della società capitalistica è omologa alla cultura dei paesi cosiddetti comunisti, dove il comunismo sta a Marx come il liberalismo sta alla vera democrazia. Siamo immersi in una cultura totalitaristicamente planetaria; e perfino la speranza di Marcuse sulla ribellione delle minoranze si è dimostrata una « lirica utopia » (e pensare che Marcuse, soltanto ieri, o l'altro ieri, proclamava la « fìne dell'utopia», nel senso che l'utopia marxiana sarebbe diventata realtà, sic et simpliciter).
Dunque, respiriamo e ci muoviamo in una cultura planetaria « positiva ». Di dove proviene questa cultura tutti lo sanno, ma pochi osano ammetterlo a chiare lettere. Il fatto è che tutti siamo compromessi, più o meno direttamente, magari mediante legami in apparenza eccentrici (rispetto al centro) con il potere economico multinazionale.

L'universo a una dimensione non è una fantasticheria di Marcuse, e se il filosofo tedesco-americano è stato collocato nei luoghi meno agibili, è perché ci siamo assuefatti al nostro destino di unidimensionali. Richiamati all'ordine, i ribelli sessantotteschi ora pensano a recuperare gli studi perduti sulle piazze di quel Maggio. E i borghesi esultano: vedete? avevamo ragione noi! I borghesi del buon denaro e del poltronismo mentale è da almeno trecento anni che hanno ragione. C'è qualche sociologo che propone di non chiamarli più borghesi. Facciamo contenti questi sociologhi nominalisti: d'ora in poi chiameremo gli « antichi » borghesi « multinazionalisti ». Però adesso ci si permetta di dire che la cultura (strutturale e sovrastrutturale, materiale e speculativa) è in mano ai multinazionalisti. Sono costoro che trasformano quotidianamente la dialettica in un ossimoro, in una coesistenza coatta di fattori inconciliabili. Taluni intellettuali (macché taluni: molti, moltissimi) non credono, o fìngono di non credere di essere prigionieri dell'ossimoro. E come stupirsene se questi intellettuali (e tra essi collochiamo noi pure, beninteso) hanno alle spalle la gloriosa tradizione dell'ossimoro: lo scrittore-cortigiano, lo scrittore-aziendale, lo scrittore-direttore, lo scrittore-ministeriale, ecc. ecc.

E così dall'alto scende fino ai gomiti e alle penne e sui « sudati » fogli anche la nostra letteratura. Che magari contesta il modo brutale con cui viene « ispirata ». Ma che contesta se la contestazione è già compresa nel programma dei multinazionalisti? Miracolo sinistro: il negativo si converte in positivo, grazie all'ossimoro di cui sopra. Ci sarebbe tra l'altro da discorrere per esteso del congelamento operato dalla Russia e dagli Stati Uniti, affinché ciascuna potenza possa fare i comodi, anzi gli affari suoi. E questo è un altro, forse il più deprimente ossimoro dei nostri giorni. Né si vede una scappatoia, se non in un'ipotesi apocalittica, che nessuno si augura, tranne gli ideologi criminaloidi.

Sicché anche lo scrittore è costretto a fare la politica dei « piccoli passi » per giungere, tragicomicamente, a un altro ossimoro. Dall'orizzonte speculativo e creativo è stato spento perfino il barlume della veneranda dialettica. Il positivo trionfa su tutti i fronti, poiché l'operaio, il polo antitetico della dialettica, è costretto a parlare anche lui il linguaggio delle riforme e non quello della rivoluzione. E lo scienziato « positivista », legato al carro dei multinazionalisti, gli offre l'alibi epistemologico della sua calata di brache fatta passare per disalienazione, disinibizione ed emancipazione. Tutte parole che vogliono significare una cattività più tollerante, quasi gratificante.

Lepri e cani
Se qualcuno ha l'impressione che siamo usciti fuori dal seminato, vorremmo rispondergli che non possiamo più trastullarci con l'idea di una letteratura «capace da sola di cambiare il mondo » o, più arditamente, «capace di cambiare le coscienze».

Secoli e secoli di letteratura non hanno mai cambiato nulla. La letteratura (poesia) non è riuscita a impedire alcuna turpitudine, nessun massacro, neanche una guerricciola. La letteratura canta sempre sulle macerie e sulle rovine, che pure aveva previsto. Claudel prega in versi sublimi, ma poi arrivano i nazisti e si servono inconsapevolmente di quei versi, di quel ritmo per rendere più armonica la scarica dei plotoni d'esecuzione. Bernanos urla tra i cimiteri la luna, ma poi il Caudillo decreta che i cimiteri siano chiamati fosse comuni, e istituzionalizza la ferocia (ma prima del Caudillo c'erano state altre menti, altre associazioni, altre alate Istituzioni!). I poeti russi dell'epoca staliniana, quanto a loro, alcuni si suicidarono, altri « vennero suicidati ». C'è sempre un Platone sanguinario che cancella dalla faccia della terra i poeti che si rifiutano di elevare inni agli dèi.

Tuttavia la letteratura non demorde, non tace: muore e risorge dalle sue ceneri. In ogni occasione mostra il volto dell'immortalità. Non saremo noi a negare l'evidenza. Neghiamo semplicemente che questa invulnerabilità della letteratura sia intrisa di ottimismo. O meglio, possiamo concordare con chi vi scorge i segni dell'ottimismo a patto di equiparare la letteratura alla specie umana e la singola opera all'individuo. Si sa che la specie è biologicamente ottimista: infatti, innumerevoli calamità naturali, e «civili» guerre, stragi genocidi, ecc. ecc.) non l'hanno distrutta. Crepi l'individuo, purché sopravviva la specie: è la legge della 
terrestrità.

È la stessa legge che governa la letteratura come Istituzione (la « specie letteraria »). E allora guardando a questa Istituzione, possiamo concederle il nulla osta dell'ottimismo? Neanche questo oggi possiamo: perché l'Istituzione letteraria è percorsa da fremiti distruttivi, omologhi a quelli che percorrono la specie umana, inconsciamente terrorizzata (ma anche sinistramente affascinata) da una guerra mondiale atomica. E se l'istituzione letteraria mette in dubbio la propria sopravvivenza, figurarsi la singola opera: ognuna parla sull'orlo del nulla.


Scrivere è un duello con la morte, e s'indovini un po' chi vince. Ma dice: c'è la fede, c'è la speranza. E come no. Bastano e avanzano per salvare il singolo: e ciò si chiama egoismo.

 Ricordate Dostoevskij: finché un solo uomo è infelice, tutti gli uomini devono essere infelicic (cito a memoria, ma sul senso della frase ci posso giurare). Si provi lo scrittore a creare un'opera con la fede in testa e la disperazione in cuore (o viceversa). Di certo riuscirà, a furia di blandire il muscolo cardiaco o le meningi, a fare un'opera positiva. Ma questo positivo somiglierà come una goccia d'acqua al positivo che c'è nella letteratura del realismo socialista. Non sarà poesia, sarà propaganda. Oppure sarà, nel migliore dei casi, modestissima poesia, crepuscolarismo da pieve.

Gli scrittori cattolici italiani (parlo in generale, si capisce) guardano all'anima, si macerano per distillare la poesia e la prosa che illuminano e salvano. E i critici correligionari plaudono all'ottimismo. Ossia avallano il solipsismo, l'alienazione, la scissione, l'incoscienza bella e buona. Perché i corpi, che sono consustanziali alle anime, appartengono ai multinazionalisti. E allora quell'ottimismo è un autoinganno, un'illusione, una colpa.

Al diavolo la pretesa impersonalità del saggio. In data 9 luglio 1969 annotai nel mio diario (sì, tengo un diario!): bellezza dell'arte è uno scandalo ormai insopportabile. Il potere che ha la forma artistica di conciliare il male e il dolore, il delitto e l'ingiustizia, spinge a considerare questa conciliazione come pertinente solo al dominio dell'arte, e a indurre a credere che il male della realtà non potrà mai essere redento in modo effettuale. Le promesse e i requisiti dell'arte devono essere trasferiti nella vita sociale, sicché la società diventi un'opera d'arte». (Ho trascritto pari pari il pensierino, senza «correzioni a posteriori).

Che volevo dire nel luglio di quell'ormai lontano 1969? Volevo dire, se non mi sbaglio, che la letteratura è un alibi della nostra disperata impotenza: è un rifugio, è un ritorno fantastico nella placenta. I multinazionalisti ci ignorano maestosamente lasciandoci nelle riserve di caccia: e allora noi, con puerile rabbia, li fuggiamo come le lepri i cani. Ma crediamo di essere, grottescamente, i cani.

L'inganno della bellezza
Che almeno lo scrittore sappia di essere una lepre travestita da cane cacciatore
. 
Lo sappia, come l'hanno saputo i massimi di questo e di altri tempi:Flaubert, Proust, Joyce, Kafka, Musil, Bernanos, Montale, Gadda, Landolfi, Beckett, ecc. L'impulso a scrivere nasce da un istinto da lepre, e colui che ne è consapevole riuscirà almeno a fare correre il più velocemente possibile la sua lepre. Non l'hanno saputo i neo-realisti, e sono finiti dove sono finiti. Invece i neoavanguardisti, che lo sapevano, usarono uno stratagemma strepitoso: si coprirono con pellicce di lupo e partirono zanne in resta contro i cani. Il sinistro stridore di quella tragicomica battaglia di mascelle lo abbiamo ancora nelle orecchie. Come in un apologo di Orwell, i mastini multi-nazionali sono padroni del campo, e governano con metodi assolutistici e sofficemente terroristici.



C'è chi si è arreso senza condizioni, e ha deposto le braccia e la penna. Altri hanno scelto la milizia politica, esonerando la letteratura dai loro interessi. Altri ancora, si sono dati a una sorta di lavoro letterario-sindacale. Ma i più continuano a scrivere come se nulla fosse accaduto, come se la letteratura stesse in cielo e la politica in terra, e vade retro i contatti: potrebbe macularsi la presunta purezza della parola poetica.

Nutriamo un cordiale disprezzo per gli autonomisti della letteratura: essi sono i più asserviti tra gli asserviti degli intellettuali creativi. Essi suonano il piffero dell'immobilismo, e lo suonano anche male, per giunta. Essi sono gli araldi del positivo, non accorgendosi di diventare dei collaborazionisti del sostanziale negativo che domina la nostra società. E allora che fare? Se il negativo viene convertito in moneta positiva dai multinazionalisti; e se il positivo collima punto per punto con l'ideologia del Potere multinazionale, quale letteratura è possibile?


Rispondo lapalissianamente: quella che non c'è. Ma che ci sarà, se lo scrittore saprà minare il Potere politico dall'interno spargendo con ostinata e reiterata intransigenza i semi della critica al sistema. Abitiamo in una società in cui dire di no a tutto e a tutti significa implicitamente dire di sì al mutamento; significa aprire la via, con la politica dei « piccoli sassi » (non « passi »), alla liberazione dell'essere, ora colonizzato dai multinazionalisti.
Osiamo affermare che l'autentica fede si rivela, oggi, in questo gridare « no! » all'intero sistema che ci strangola con falsi sorrisi di speranza. Colui che è capace di creare un'opera in cui risalti un potente e incondizionato elogio del negativo, quegli è il vero scrittore portatore di fede.


Susan Sontag ha scritto un bellissimo saggio sull'estetica del silenzio, implicita in tutta la letteratura e l'arte contemporanea. Cambiando i termini, ma non la sostanza, noi proponiamo un'estetica del negativo. Al fatalismo ignavo dello storicismo idealistico, noi opponiamo l'ottimismo della «intelligenza del negativo », cioè l'ottimismo che sgorga dalla doppia negazione della sovrastruttura e della struttura, trionfanti qui e ora.

La negazione letteraria è inerme senza la negazione politica del presunto positivo che ci viene somministrato in ogni ora del giorno. Anzi, non solo è inerme, ma è, e lo ripetiamo volentieri, un gioco clownesco per divertire i multinazionalisti. Un gioco che diverrà serio, e socialmente efficace, a patto che lo scrittore lo accompagni con gesti pratici per non dire, addirittura, sindacali.

Giuseppe Bonura

Giuseppe Bonura è stato uno scrittore e critico letterario italiano. Nato a Fano, ha vissuto per la maggior parte della sua vita a Milano, è stato giornalista culturale di "Avvenire" e ha collaborato a vari periodici culturali. È stato autore di romanzi, volumi di racconti e libri di saggistica letteraria.

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