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Totò, il dinamitardo della lingua

Totò, un ribelle dinamitardo della lingua
Totò, un ribelle dinamitardo della lingua
autori: Giacomo Poretti
formato: Articolo
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“Come si può parlare adeguatamente di un Principe? Come si può parlare sensatamente di un Principe che per tutta la vita si è occupato della risata? E soprattutto ha senso tentare di parlare dell’arte del Principe della risata?”: a partire da queste domande Giacomo Poretti commenta l’anniversario della morte di Totò, avvenuta il 15 aprile 1967, sul nuovo numero di “Vita e Pensiero”. “Nel tentare di rispondere a queste domande – rileva il comico - provo lo stesso imbarazzo di quando viene chiesto, a me e ai miei amici Aldo e Giovanni, cosa intendiamo dire con quella determinata scena o battuta, come facciamo a pensare una gag, o a farci venire un’idea. Verrebbe da rispondere che qualunque artista, pittore, scrittore o comico, ha già spiegato tutto con il suo quadro, il suo romanzo o il suo sketch; quello che aveva da dire lo ha già esternato in maniera esaustiva nel lavoro che offre al pubblico, e che addirittura qualsiasi cosa detta a posteriori non solo non aggiungerebbe nulla di significativo, ma addirittura rischierebbe di stravolgere il significato contenuto nel lavoro. Invece su come nascano le idee e le gag converrebbe rivolgersi al Padreterno”.

Giacomo Poretti ricorda di aver imparato a conoscere Totò in televisione, “quando all’incirca una volta al mese uno dei suoi 97 film veniva programmato sulle uniche due reti nazionali che erano a disposizione allora: i film di Totò, assieme alle avventure di Don Camillo e Peppone, costituivano una deroga al rigido orario per andare a dormire istituito dai miei genitori; l’indomani mattina sarei stato più sonnacchioso sul banco ma arricchito di invenzioni linguistiche e di gag comiche esilaranti”.

Ma cosa ci resta della lezione di Totò? Per Giacomo, “la comicità ci permette, temporaneamente e quasi sempre in maniera innocua, di frantumare regole, deformare il senso, disarticolare la grammatica e la sintassi”; in questo senso “Totò è stato un assaltatore del reale, un guastatore della normalità, un dinamitardo della lingua”.

“Fin da bambino – scrive ancora il comico - Totò non mi ha fatto solo ridere, mi ha commosso, intenerito, immalinconito, come fanno tutti i grandi comici: Stanlio e Ollio, Chaplin, Buster Keaton, Cervi e Fernandel, Aldo Fabrizi, Peppino De Filippo, Woody Allen… Perché Totò assiso sul trono principesco della comicità ci guarda da distanze siderali, eppure è uno di noi, si comporta come noi: è bislacco come noi, è fragile come noi, si intristisce come noi; tutti i suoi personaggi sono una galleria dei nostri difetti e del nostro cuore, della nostra furbizia e arguzia, e della nostra purezza”.

 

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