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Il '68, effetto più che causa del cambiamento

Il '68, effetto più che causa del cambiamento
Il '68, effetto più che causa del cambiamento
autori: Silvano Petrosino
formato: Articolo
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Uno dei tratti della contestazione fu la severa critica del consumismo e della società capitalistica. Eppure, dopo cinquant’anni si può dire che essa rappresentò in realtà l’affermarsi della società del consumo. Un’analisi controcorrente firmata da Silvano Petrosino, docente di Teorie della comunicazione e Antropologia religiosa e media presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

L’ipotesi che vorrei qui proporre e brevemente illustrare è la seguente: il ’68, quel fenomeno sociale che si è soliti caratterizzare con questo numero, è stato non la causa ma l’effetto di un cambiamento molto più profondo che lo ha preceduto e di cui esso, in un certo senso, è stato al servizio. Utilizzando l’immagine del terremoto, si potrebbe sostenere che il ’68, se è stato un terremoto, lo è stato proprio in quanto manifestazione in superficie di sconvolgimenti che si sono prodotti nel profondo della crosta terrestre. Come è ovvio,questo “terremoto” è stato a sua volta, come ogni altro terremoto, causa di importanti cambiamenti, ma ciò non toglie, così almeno a me sembra, che nella sua origine esso sia stato essenzialmente effetto e non causa.

Effetto di che cosa? In estrema sintesi: del diffondersi e soprattutto dell’affermarsi della società del consumo; o più precisamente: effetto del definitivo compiersi del passaggio da un capitalismo di tipo produttivo-industriale a un capitalismo di tipo tecno-consumistico. Quest’ultimo – ecco il “profondo sconvolgimento” sociale che si è prodotto nella seconda metà del secolo scorso –, proprio per potersi affermare a livello planetario, esigeva un “tipo d’uomo” conforme alla legge che governa l’universo consumistico, legge che può essere identificata nel “bisogna vendere tutto, bisogna vendere a tutti”. A tale scopo era necessario liberare i soggetti da tutte quelle regole, tradizioni, valori, convincimenti, fedi, eccetera, che potessero in qualche modo ostacolare un libero e facile accesso al consumo: bisognava arrivare a un uomo non tanto “vuoto” – un simile uomo non è mai esistito e non esisterà mai –, quanto piuttosto non “attaccato” a nulla, disposto così a “svuotarsi” di continuo (messa sotto accusa di ogni valore dalle pretese universalistiche) per essere “riempito” di volta in volta di sempre nuovi prodotti. Ogni assoluto, dunque, doveva essere relativizzato, ma non in nome di qualche relativismo o nichilismo teorico, ma per preparare la discesa in campo di quel nuovo assoluto pratico che è diventato il consumo.

Nel suo bel lavoro intitolato significativamente Marketing e desiderio. Una genealogia del capitalismo di consumo (2013) Cesare Sillaricorda l’analisi di P. Mazur il quale nel 1928 affermava che la prosperità americana era «sorta grazie alla capacità che il sistema economico aveva avuto nell’educare “la comunità al cambiamento del desiderio e a volere nuove cose prima che quelle vecchie fossero state interamente consumate [...]. Dai a quanti più possibile i mezzi con cui soddisfare ogni necessità, desiderio e capriccio, educa quanti più possibile a desiderare e la capacità produttiva della nazione gemerà di dolore sotto il peso di un’enorme domanda. Ci possono essere limiti al consumo di particolari beni, ma non c’è nessun limite alla generale capacità diconsumare”». Tale “educazione”, momentaneamente interrotta dalla grande crisi del ’29 e soprattutto dalla Seconda guerra mondiale, viene ripresa negli anni Cinquanta per poi velocemente diffondersi oltre i confini americani negli anni Sessanta: l’idea tanto cara durante il ’68 di una libertà senza limiti trova così una strana consonanza con quel poter consumare senza limiti che costituisce il fondamento stesso della società dei consumi; il consumismo, infatti, è libertario per sua intima natura, esso esalta a un tempo la “libertà” e il “senzalimiti”, così come esalta a un tempo il “sogno” e “l’immaginazione”, ben consapevole che sono proprio queste le strade maestre lungo lequali il consumo trova le ragioni più convincenti per trasformarsi inn’attività frenetica.   

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Silvano Petrosino

Silvano Petrosino (Milano 1955), studioso di filosofia contemporanea, si è occupato prevalentemente dell’opera di M. Heidegger, E. Lévinas e J. Derrida. Oggetto dei suoi studi sono la natura del segno, il rapporto tra razionalità e moralità, l’analisi della struttura dell’esperienza con particolare attenzione al rapporto tra la parola e l’immagine. Insegna Filosofia della comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano. Il suo ultimo libro, pubblicato da Vita e Pensiero, è "Contro la cultura".


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