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E i festival cattolici? Rischiano di essere irrilevanti

06.10.2018
di Lorenzo Fazzini

Passata la sbornia a fine estate di festival e kermesse culturali, un dubbio sorge: aveva ragione la regina del giallo, Agatha Christie? Ovvero: che tre indizi facciano una prova anche in campo culturale?

Festival e cattolici. Primo indizio: mesi e mesi fa un’inchiesta del Venerdì di Repubblica menzionava e mappava decine di festival culturali in Italia. Nessuna presenza cattolica. Secondo: il sito trovafestival “buca” gli eventi di piazza di marca cattolica ormai assodati, il Meeting di Rimini per fare un esempio, il più partecipato evento estivo in Italia (e si vanta di monitorare oltre 800 festival). Terzo, nella guida di Altraeconomia ai festival italiani non c’è traccia degli appuntamenti di provenienza cattolica, ad esempio il Festival Biblico di Vicenza (ormai esteso a rete in varie città del Nordest, oltre 40mila presenze) oppure il Festival Francescano, giunto quest’anno alla decima occasione. Dove sono passati nomi quali Francesco De Gregori e il compianto Lucio Dalla, dove Massimo Cacciari va sempre volentieri.

Insomma, qualche domanda viene spontanea. Che esista anche nei festival culturali ormai disseminati in tutta la Penisola una qualche specie di anticlericalismo permanente, per cui tutto quello che è “made in cattolico” non è da prendere in considerazione? Oppure c’è un’inefficacia comunicativa di tali realtà verso i media mainstream? Chissà. Ok, il Meeting per l’amicizia dei popoli di Rimini, area Cl, ha dovuto scontare l’abbraccio soffocante con la politica - che ne ha favorito la visibilità mediatica. Però dai padiglioni della fiera riminese sono passati Eugene Ionesco, Madre Teresa di Calcutta, Chaim Potok, tutta gente che in altri Festival meriterebbe la copertina. E che dire del Festival Biblico, il primo dei raduni culturali inventato da cattolici che si rifà alla tipologia festival? Snobbato (spesso) anch’esso. Pur nel suo tratto locale una rassegna quale Molte fedi sotto lo stesso cielo, a Bergamo, su regia delle locali Acli, raduna 50mila persone (a pagamento!) tra settembre e inizio dicembre. E i media mainstream? Silenzio. Eppure i nomi che sono transitati da lì nell’ultimo valgono un Festival di Mantova: Shirin Ebadi, Enzo Bianchi, Luis Sepulveda, Daniel Pennac, Mario Calabresi, Ezio Mauro, Gianfranco Ravasi. Niente, è roba cattolica, quindi la cassiamo. Un tentativo che a suo tempo (parliamo di una decina di anni fa) sembrava felice - il Festival della teologia a Piacenza, da lì era passato un mostro sacro come Jürgen Moltmann - è naufragato nel nulla. All’afasia del pensiero teologico nello spazio accademico italiano si è aggiunto (definitivamente?) anche quello pop di una rassegna pubblica ad hoc. Un peccato.

La questione non è indifferente, perché oggi molta della cultura passa da questi incontri di piazza. E lo si vede anche curiosando in libreria. Al recente Pordenonelegge - che, beninteso, da rassegna generalista ha sempre avuto un’apertura intelligente all’elemento spirituale: quest’anno il cardinale Scola e il vescovo Hinder dall’Arabia -, ebbene, nell’enorme libreria Coop di Pordenone allestita in piazza durante la kermesse, i libri religiosi si contavano sulle dite di una mano. A fronte di migliaia di altre proposte, dalla letteratura alla saggistica iper specializzata. Censura? No. Ignoranza? Parecchia. Diffidenza? Molta.

Anche reciproca, sia ben inteso. Fin qui la segnalazione di un dato di fatto: l’ignorare bellamente, da parte laica, gli eventi pubblici di provenienza cattolica. Ma anche, e il j’accuse non vuole essere senza amicizia, un po’ di incomunicazione (mi si passi il neologismo) dal mondo cattolico verso quello generalista su questo fronte. Qualche esempio: sempre stando a Pordenonelegge, come mai una Libreria editrice vaticana deve inventarsi una rassegna a parte, un mese dopo la grande kermesse di settembre, per reclamizzare il proprio marchio? Non viene smentito il detto evangelico di essere lievito nella pasta? Solo per accontentare satrapi locali e sponsor affamati di visibilità? E invece perdendo l’occasione di portare una visione, nello specifico quella della Santa Sede, al grande pubblico, che veramente è grande nella cittadina friulana. Gli eventi religiosi spesso a Pordenonelegge hanno fatto il sold out. Perché inventarsi un recinto a parte? Destinazione irrilevanza.

Mentre invece da tutte queste rassegne il mondo cattolico potrebbe imparare la forza di coinvolgimento di una città e di un territorio. Prendiamo ancora l’esempio felicissimo di Pordenone: un’intera città si addobba per una settimana del colore del festival (il giallo). Il coinvolgimento di una città e della sua filiera commerciale è indubbiamente importante perché la ricaduta economica fa gola a tutti. Così si può dire delle rassegne nate all’ombra del campanile. Ma c’è questa capacità di dialogo con il territorio usando visibilità e comunicazione come cifra spendibile dell’evento?

Ancora. La rete cattolica di associazioni, gruppi, editrici come dialoga con i tantissimi (ormai) appuntamenti di massa che sono disseminati da Nord a Sud? Interagisce o sta a guardare? Propone un proprio suggerimento, dialoga con gli organizzatori per promuovere insieme una presentazione, un evento, un appuntamento? Sapendo che è la qualità la carta vincente, e non il semplice “esserci” (per esserci, ci sono anche le mosche ai festival. Lasciare il segno è un’altra cosa).

Infine. I nomi cattolici ai grandi festival sono sempre più o meno quelli (pochi). Sono gli autori che vendono di più, sia che pubblichino con marchi cattolici sia con quelli laici: Enzo Bianchi, Luigi Ciotti, Vito Mancuso, personalità di prima grandezza e di massimo rispetto. Eppure. Perché non si prova a fare scouting anche qui? Perché non avere la spregiudicatezza di lanciare in questi nuovi areopaghi personaggi nuovi, non conosciuti, costruendo l’occasione di un traino e di una popolarità che può solo essere arricchente? La nuova generazione di teologi italiani (Armando Matteo, Giuliano Zanchi, Cristina Simonelli, Cesare Pagazzi, Duilio Albarello, per fare qualche nome) è lì pronta che aspetta (penso) solo di essere valorizzata anche fuori dallo stretto perimetro ecclesiale. Why not?

Il cardinale Scola a Pordenonelegge, qualche giorno fa, ha detto dal palco tutta la sua meraviglia e tutto il suo stupore per l’affluenza di persone venute per ascoltarlo, e per confrontarsi con scrittori, filosofi, narratori e saggisti. “Qui, in contesti come questi, si costruisce la politica nel senso più alto del termine perché qui, nel confronto, nel dialogo, si costruisce l’amicizia civica” le parole dell’ex arcivescovo di Milano. Parole di un cardinale che a 77 anni ha scoperto i Festival. Anche i cattolici più giovani lo seguiranno?

Lorenzo Fazzini

Lorenzo Fazzini dirige l’Editrice Missionaria Italiana (EMI) dal 2012. Giornalista, saggista e autore televisivo, collabora con riviste e quotidiani. Tra i suoi libri: "Nuovi cristiani d’Europa" (2009), "Dialoghi nel cortile dei gentili" (2010); "Un’anima per l’Europa" (2011); "Un vangelo per l’Africa" (2011).

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