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Editoria cattolica all'anno zero: il dibattito continua

31.03.2018
Ancora nuove considerazioni, dopo quelle uscite nel numero scorso, arricchiscono il dibattito suscitato dall'articolo di Roberto Righetto Editoria cattolica all'anno zero: pubblichiamo ora le risposte di Armando Torno, giornalista e scrittore, di Ilario Bertoletti, direttore di Morcelliana e Scuola editrice, di Giuseppe Caffulli, direttore di Terrasanta, di Giorgio Raccis, consigliere delegato del Consorzio editoria cattolica, di Marco Beck, scrittore e consulente editoriale, e dell'esperto di editoria Giuliano Vigini.

di Armando Torno, giornalista e scrittore
L’articolo di Roberto Righetto del 3 marzo dedicato all’editoria cattolica, con le repliche di alcuni responsabili del settore, mi sembra ribadisca quello che tutti stiamo sussurrando senza il coraggio di dirlo esplicitamente: il mondo cattolico ha smesso di credere in un certo modo di fare cultura. E’ pur vero che oggi tutto può essere spacciato per cultura, anche quello che sino a un ventennio fa non sembrava tale nemmeno lontanamente; tuttavia, mi sembra giunto il momento di chiederci se ha ancora senso parlare di alcuni valori di riferimento, al di là della fede.
Stimo Cesare Cavalleri e riconosco che con Ares ha fatto un lavoro eccellente. Non perdo di vista la serie dei teologi di Queriniana, dove sono apparsi studi importanti. Credo che per le opere di esegesi Paideia sia la migliore editrice italiana, ma ricordo che l’ha aiutata Claudiana, ovvero i Protestanti, a uscire dal guado e a riprendere le sue notevoli pubblicazioni. Apprezzo moltissimo Città Nuova per le edizioni di classici: se non ci fosse, potremmo leggere poco o nulla in italiano dei Padri della Chiesa e di grandi pensatori quali San Bernardo, San Bonaventura, San Pier Damiani eccetera. Apprezzo molto le edizioni dei Domenicani di Bologna (Esd), perché hanno tradotto quasi tutto San Tommaso. Potrei continuare con qualche altra eccezione, ma mi rendo conto che la preoccupazione dell’editoria cattolica (mi scuso con l’amico Cavalleri di usare questa locuzione) non è offrire testi importanti per la fede ma opere di intrattenimento che riescano ad aiutare i bilanci a non tingersi del color del sangue. Una logica commerciale che non è stata sanzionata dai vertici, i quali hanno fatto poco o nulla per fermare l’emorragia di idee che ha colpito buona parte dell’editoria cattolica.
Sto esagerando? Provate a entrare nella libreria dietro il Duomo di Milano, cattolica come poche altre, e ditemi che differenza c’è tra quello che oggi trovate e quanto era in mostra vent’anni fa. I classici cristiani sono rari come il falcone bianco (un tempo vi erano pareti intere), i libri ricavati dall’incollaggio di articoli giornalistici si sono moltiplicati; se cercate un’opera importante di storia della Chiesa o testi critici dei Padri, non scoraggiatevi: consultate subito Amazon. Certo, non sono gettonati, così come non sembra più richiesta la preparazione per le omelie domenicali, così come si crede che talune opere della storia culturale cristiana siano ormai inutili per la fede.
Pronostico: andrà sempre peggio. Non facciamoci soverchie illusioni. I grandi successi di Messori o di Bernanos o Mauriac o di altri autori furono possibili grazie all’humus culturale che la Chiesa manteneva vivo e che ora sembra scomparso grazie ai diserbanti che sono sparsi da quei libri di intrattenimento più o meno cattolici, più o meno scritti da alcune personalità, più o meno di successo, ma sicuramente inutili. Alla fede e agli uomini.

di Ilario Bertoletti, direttore di Morcelliana e Scuola editrice
Un buon punto di partenza può essere una constatazione. Come l’editoria si dice in più modi (editoria di cultura, editoria per il largo pubblico, etc.), lo stesso vale per l’editoria cattolica: nelle sue varie declinazioni, va dove vanno tutte le altre.
Se ci si vuole soffermare sull’editoria cattolica di cultura – rivolta a un pubblico di per sé ristretto -, essa risente del progressivo assottigliamento della propria base di lettori: assottigliamento che investe il tema della formazione delle élite intellettuali nell’età di internet. Un problema non solo nazionale: basti guardare in Francia (cfr. il caso delle Editions du Cerf) o in Germania (cfr. il caso di Matthias Gruenewald Verlag), o negli Stati Uniti, dove i libri di scienze bibliche e religiose sono per lo più pubblicati da University Presses. E questo - un vero e proprio paradosso - quando le religioni hanno ripreso cittadinanza pubblica.
Quindi: fare editoria di cultura - che è uno dei modi possibili d’essere editori - significa cercare un difficile compromesso tra plusvalore simbolico dei libri e bassa redditività economica di certi titoli che non puoi non pubblicare se vuoi fare quel tipo di editoria. Libri che hanno un senso solo sul lungo periodo e quindi di per sé sempre "inattuali". Un esempio? I testi di Ernst-Wolfgang Boeckenfoerde, il cui “dilemma” è inaggirabile per capire qualcosa della crisi delle democrazie contemporanee.
Ma la storia dell’editoria di cultura, letta con disincanto sul lungo periodo, non è sempre stata un fragilissimo equilibrio di bilancio economico e catalogo di qualità? Con la consapevolezza che la tradizione cattolica - essa stessa plurale - implica "inventio veritatis": un invito a "spes contra spem". Forse, non restano che le virtù della fortezza e della speranza come abiti dell'editore.

di Giuseppe Caffulli, direttore di Terrasanta
Le Edizioni Terra Santa sono (probabilmente), tra le editrici cattoliche, le ultime arrivate nel panorama librario italiano, pur essendo filiazione diretta di un marchio (Franciscan Printing Press - FPP) che ha almeno 150 anni di storia.
Dall’inizio (abbiamo iniziato ad operare nel 2005) ci siamo trovati alle prese con il problema dei problemi: da una parte il calo sempre più palpabile (e drammatico) dei lettori, dall’altro prima i disservizi e infine la crisi nella distribuzione libraria in ambito cattolico. Inutile qui ripercorrere le tappe di un calvario che molti hanno vissuto e che ci ha spinto, tra i primissimi, ad abbandonare la tradizionale distribuzione nei canali delle librerie cattoliche per intraprendere la strada, più faticosa e sfidante, di un mercato “non protetto”. Il Mare Magnum delle librerie laiche di catena, spesso non del tutto favorevoli (o pronte) ad accogliere un editore catalogato come “religioso” (anche quando fa Varia).
Si dice spesso che i nuovi areopaghi vadano abitati. Noi, un po’ per scelta, un po’ per necessità, ci siamo dunque trovati ad abbandonare rive conosciute per metterci in cammino verso una nuova meta. Il risultato non è ancora acquisito, va detto per onestà, ma il cammino intrapreso ha portato ad un miglioramento dell’efficienza interna ed esterna. Internamente abbiamo dovuto imparare nuovi modi di lavorare; esternamente abbiamo verificato quanto è importante un buon servizio, seppur costoso.
Oggi la nostra presenza in libreria è aumentata sia in termini di fatturato che nel numero di titoli. Accanto ai tradizionali University Press che sono una parte significativa della nostra produzione, abbiamo cercato di lavorare sulla qualità del prodotto e sul “peso” dei titoli proposti. Siamo convinti che per stare dentro ad un mercato sempre più spietato e per intercettare lettori sempre più esigenti, oltre che più esigui nel numero, la sfida vera sia proprio quella della qualità.
Detto questo, i lettori cerchiamo di andarceli a scovare. Come anche altri fanno (mica vogliamo passare per gli inventori dell’acqua calda!) facciamo fiere, eventi, iniziative culturali… Le presentazioni vecchio stampo in libreria non funzionano più come un tempo. E allora i lettori sono nei convegni, nelle conferenze, nelle serate in parrocchia e nei circoli culturali.
Sono sul web, dove cerchiamo di essere presenti investendo sull’e-commerce e “abitando” i social network con contenuti e stimoli alla lettura e alla riflessione. Sono tra coloro che desiderano programmare un viaggio/pellegrinaggio e che cercano nelle nostre Guide (frutto della conoscenza diretta dei Luoghi di Terra Santa e del Medio Oriente) un supporto e un accompagnamento.
Sono tra i lettori delle nostre riviste (digitali e non), con le quali cerchiamo sinergie.
Siamo anche noi, come la stragrande maggioranza delle case editrici cattoliche, espressione di un ente religioso, in questo caso i Frati minori della Custodia francescana di Terra Santa. Nella storia della FPP prima e delle Edizioni Terra Santa ora, questa appartenenza è stata una risorsa e non un limite. Il carisma francescano (che definirei “chiaro ma ampio”, nel senso che abbraccia l’esistenza dell’uomo e non ne marginalizza nessun aspetto), ci permette di essere aperti e di guardare con interesse al mondo, senza preclusioni. Negli anni recenti, frutto di questa apertura, è la nascita anche del Festival francescano, con il quale collaboriamo insieme ad altri fin dagli esordi per le iniziative culturali. E che è anche un laboratorio di nuovi linguaggi.
Insomma, pur nelle difficoltà che non mancano, le Edizioni Terra Santa cercano di coltivare uno sguardo positivo sul tempo presente (quello editoriale e librario), nella certezza che ci sono uomini e donne da incontrare.
Ce la faremo? Sopravvivremo? Difficile dare una risposta, visto la velocità delle mutazioni in corso, che richiedono visione e capacità di cambiamento costante. Ho sempre in testa però le parole di una canzone che cantavo da ragazzo: “Mille volte meglio il rischio di sbagliare che restare seduto sulle sponde della vita”.

di Giorgio Raccis, consigliere delegato del Consorzio editoria cattolica
La crisi del libro come consumo culturale ha radici strutturali ormai lontane nel tempo (fine della scolarizzazione di massa e il crollo demografico, rottura del delicato equilibrio tra fautori dell’innovazione del prodotto [gli intellettuali] e tecnici della razionalizzazione dei processi e del controllo di gestione [manager/ragionieri] a favore di questi ultimi, esternalizzazione delle attività redazionali, modifica dei consumi culturali con il moltiplicarsi dei canali televisivi e poi telematici, etc.) e, anche se con effetto ritardato, ha inevitabilmente coinvolto anche l’editoria cattolica.
Per quest’ultima il punto di svolta è la caduta del Muro e il trionfo dell’ideologia della Fine della storia: crollano le grandi tensioni valoriali duramente contrapposte e lo slancio ideale. Non ne sono certo diretta conseguenza, ma poi si dispiegano gradualmente tutte le cause che i vari interventi, a commento della provocazione di Righetto, hanno acutamente elencato. Tuttavia, quando si parla di editoria cattolica si dimentica una sua caratteristica fondamentale, ossia lo stretto rapporto che intrattiene con il vissuto ecclesiale della Chiesa italiana. Questo legame ha segnato la qualità della sua produzione, ma anche la condivisione delle incertezze e degli smarrimenti: le sofferenze degli editori cattolici sono sempre (state) legate a quelle del mondo ecclesiale. Se c’è stata un’età dell’oro per l’editoria cattolica, questa è stata quella del fecondo dibattito ecclesiale che ha preceduto e accompagnato il concilio Vaticano II e la sua ricezione.
La stessa “stagione primaverile” inaugurata da Francesco stenta a produrre frutti editoriali che vadano al di là dell’inflazione produttiva, ma ripetitiva ed esegetica, delle parole del papa; si rompono gli steccati, ma nei nuovi spazi si cammina in modo incerto e prudente.
Se oggi molte case editrici cattoliche si interrogano su dove porre il punto di equilibrio tra editoria di proposta culturale e servizio alla comunità ecclesiale, non dimentichiamo che quest’ultimo compito le è proprio ed esclusivo. Se la profonda crisi vocazionale e l’emorragia nelle parrocchie restringono il pubblico di riferimento, dobbiamo attrezzarci su dimensioni più adeguate al tempo presente. Su questo terreno la temuta concorrenza dell’editoria laica non incide né si cimenta; per questa - pur capace di dare risposte a una domanda di spiritualità che spesso non ha bisogno di Dio - il libro religioso non è strategico, né un progetto culturale, ma un segmento di mercato da coltivare in occasione di opportunità pop o blockbuster.
Se in gran parte concordiamo sulla diagnosi e rifuggiamo da atteggiamenti autoassolutori, tutto diventa più difficile nel campo delle terapie e nessuno ha ricette risolutive. Per parte mia sento di condividere l’affermazione di Righetto che “non ci salveranno solo i manager”. Infatti è insufficiente una risposta solo tecnica e commerciale alla stagnazione, seppure è vero che, specie nel segmento delle librerie, c’è ancora la necessità di aggiornare il format e fare formazione professionale per reggere le sfide odierne. In questi anni non sono mancati i luoghi fisici per l’incontro tra i soggetti della filiera, ma sono stati poco frequentati e con scarsa capacità di ascolto alle parole dell’altro.
Infine, credo convintamente che vada riscoperto il ruolo delle redazioni: oggi non sono più il luogo dove si forma, ragiona, ricerca e progetta un intellettuale collettivo; sempre più spesso i singoli hanno l’autonomia delle decisioni solitarie a cui manca la ricchezza del confronto intellettuale/culturale con l’altro. E vorrà pur dire qualcosa se in Italia l’editoria cattolica è – salvo Paoline – prevalentemente al maschile!


di Marco Beck, scrittore e consulente editoriale
Non posso che essere pienamente in sintonia con le tesi espresse sia da Roberto Righetto nel suo stimolante articolo, Editoria cattolica all’anno zero, sia da Giuliano Vigini (a conclusione della sua recente panoramica in Storia dell’editoria cattolica in Italia). È verità sacrosanta che gli editori cattolici hanno in gran parte smarrito le qualità creative, i talenti inventivi, le capacità imprenditoriali e commerciali che ne avevano promosso l’ascesa nella seconda metà del Novecento.
Alle cause additate da Righetto e Vigini io ne aggiungerei un’altra rimasta, mi sembra, nell’ombra: la rigida, dogmatica attribuzione di quasi ogni compito dirigenziale a esponenti del clero e, di conseguenza, l’inesistente o insufficiente delega di responsabilità affidata a specialisti laici. Deleteria si è dimostrata – ne parlo per esperienza personale – la caparbia autoreferenzialità di gerarchie troppo preoccupate di mantenere al loro interno cariche nevralgiche e processi decisionali, oltre che la gestione economico-finanziaria. Anche per questa chiusura, e non solo per effetto di sfavorevoli congiunture e perverse dinamiche strutturali comuni all’intero pianeta editoriale, si è andati incontro, fin dagli Anni Novanta, a parziali o totali disastri.
Eppure, fermo restando questo declinante trend librario e giornalistico, ritengo che non debba essere ignorata una paradigmatica esperienza innovativa risalente ai miei dieci anni di lavoro alla San Paolo come responsabile di un ristrutturato settore letterario. Quando dalla Mondadori approdai a Cinisello Balsamo, nel 1995, varai subito, con la fondamentale consulenza di Giuliano Vigini e di Ferruccio Parazzoli, collane che finalmente aprivano il mondo angusto del cattolicesimo alle nuove correnti, ai nuovi venti, ai nuovi gusti di un pubblico non più soltanto di stretta osservanza ecclesiale. Mi riferisco ai “Pinnacoli” (agili antologie o spin-off di classici della narrativa, della saggistica e del teatro), alla scommessa vincente delle “Vele” (romanzi e racconti sia italiani che stranieri), al rilancio di “Dimensioni dello spirito”, alla pubblicazione di svariate raccolte “plurali” di prose e poesie talora imperniate su rivisitazioni dell’Antico e del Nuovo Testamento in chiave letteraria. Senza trascurare le sei strenne di racconti natalizi per le quali chiamai a collaborare scrittori di alto profilo e di vasto seguito popolare, indipendentemente dalla loro appartenenza o (perlopiù) estraneità alla Chiesa.
Tutta questa progettualità finalizzata ad ammodernare l’editoria paolina diffondendo, mediante il variegato linguaggio dei libri, valori esplicitamente o implicitamente cristiani, a schierarla con pari diritti e dignità nel campo di battaglia del consumo culturale, finì con la grave crisi aziendale del 2003-2004. Fu un epilogo amaro, che vide la chiusura del settore letterario così faticosamente costruito e di per sé tutt’altro che fallimentare anche in termini di fatturato, l’abolizione o il ridimensionamento di altri organismi produttivi, e via precipitando.
A distanza di tempo, tuttavia, continuo a pensare che quell’avventura paolina degli anni 1995-2004 potrebbe essere riesumata come punto di riferimento, certo da aggiornare e ridefinire, per una ripartenza – con nuove energie e con un ricambio di risorse umane che dia spazio a giovani talenti – di quella macchina che troppi editori cattolici hanno lasciato arrugginire. Mentre in area laica si progettano, metaforicamente, motori ibridi o elettrici al passo con il progresso tecnologico, in casa cattolica è inconcepibile continuare a sfornare modelli dal design ormai superato, alimentati solo a gasolio o a benzina, di problematica collocazione sul mercato generalista.
Sotto la sabbia della crescente desertificazione, si snoda ancora una pista percorribile. Volendo, la si potrebbe facilmente riportare alla luce: per restituire fiducia a un mondo frastornato, impaurito, regressivo. Se quindici/vent’anni fa quell’indirizzo, deprecato da qualcuno che remava contro, ebbe successo, perché non tentare di replicarlo oggi a titolo quanto meno di esperimento?
D’accordo, le statistiche sulle percentuali di lettori abituali in Italia fanno accapponare la pelle. D’accordo, edicole e librerie, religiose e non, chiudono per non più riaprire. Però fiere e saloni sono sempre affollati, i festival presi d’assalto. C’è una sfida da raccogliere. Yes we could. Yes we can.

di Giuliano Vigini, esperto di editoria
Integrando quanto ho già rilevato nell'ultimo capitolo della mia Storia dell'editoria cattolica in Italia, potrei evidenziare i seguenti punti all'interno del dibattito che si è aperto e che presenta comunque una complessità di aspetti che non si possono qui affrontare con il dovuto respiro. Da un punto di vista imprenditoriale, i problemi di fondo si possono schematicamente rappresentare così:

1) gli istituti religiosi che hanno proprietà di case editrici sono spesso finanziariamente ed economicamente in gravi difficoltà e generalmente anche carenti di vocazioni. Queste difficoltà si riflettono necessariamente sui mancati investimenti nelle case editrici, che più avrebbero bisogno di rinnovamento e rafforzamento sul piano dell'organizzazione interna, delle strutture commerciali e dei progetti da realizzare.
2) Le case editrici cattoliche sono per gran parte dirette da religiosi e religiose. Perché non usare più audacia nell'affidare a laici di comprovata esperienza manageriale o editoriale la responsabilità o la corresponsabilità nella gestione aziendale o nella direzione editoriale, per più adeguate possibilità di relazione, movimento e azione?
3) Le case editrici cattoliche hanno generalmente un solo canale di vendita (e-commerce incluso), che però risulta insufficiente, anche perché il fatturato passa per gran parte dalle librerie religiose, mentre le laiche sono impermeabili a un certo tipo di produzione oppure hanno costi d'ingresso che si ritengono (a ragione o a torto) insostenibili. Servirebbero allora canali alternativi e specifiche iniziative di promozione e pubblicità, anche unendo le forze.

Da un punto di vista ecclesiale e pastorale, il discorso è molto lungo.
In breve, si può soltanto dire che non si fa quasi nulla per formare alla lettura e incentivarla con opportune iniziative nelle singole diocesi e parrocchie. Se manca il contesto e il clima che aiuta a favorirlo, si resta nel migliore dei casi a un livello insufficiente di lettura, per di più confinata prevalentemente all'ambito devozionale. Sappiamo bene che la lettura è molto bassa in Italia, ma ancor più nella comunità cattolica. Non è solo perché molte parrocchie si spopolano; è anche perché i fedeli rimasti non leggono o leggono poco. E questo, oltre ad avere ripercussioni a più vasto raggio dal punto di vista culturale e sociale, riduce inevitabilmente anche gli spazi di manovra delle case editrici.


a cura di Simone Biundo

Simone Biundo è insegnante, ricercatore di Storia dell'editoria e letteratura, editor di Vita e Pensiero Plus.

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