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Editoria cattolica all'anno zero: le case editrici rispondono

17.03.2018
Alle considerazioni di Roberto Righetto nell'articolo Editoria cattolica all'anno zero sono arrivate le prime reazioni: pubblichiamo qui le risposte di Guido Dotti, amministratore delegato delle Edizioni Qiqajon, di Lorenzo Fazzini, direttore dell'Editrice missionaria italiana, di Simone Bruno, direttore di San Paolo, di Alberto Dal Maso, caporedattore di Queriniana, di Cesare Cavalleri, direttore delle Edizioni Ares, e di Roberto Cicala, editore di Interlinea.

di Guido Dotti, Qiqajon
L’analisi accomuna due settori molto diversi come la narrativa e la saggistica (teologia, storia, spiritualità…), ma in ogni caso tra i dati sociologici andrebbe esplicitato l’invecchiamento del bacino dei lettori “forti” in ambito religioso, dovuto anche alla drastica riduzione del numero dei “cattolici praticanti”, specialmente tra le nuove generazioni, nonché dei presbiteri, religiosi e religiose.
Così quello che era un punto di forza dell’editoria cattolica – il “circuito chiuso” e virtuoso di editori, riviste, librerie e distributori che si alimentavano reciprocamente – è divenuto, a seguito della rarefazione del pubblico di riferimento, un punto di debolezza e un elemento di asfissia.
Inoltre le proposte (o i rimpianti) evocate riguardano autori di un’altra generazione, che potremmo definire i “classici” del pensiero cristiano del ‘900. La ricerca e la valorizzazione di “forze giovani e preparate” non è così agevole: è l’insieme del dibattito ecclesiale che da tempo ha visto spegnersi la vivacità della stagione che ha preceduto e accompagnato il Vaticano II e la sua ricezione.
È infine motivo di profonda amarezza constatare che il rapido declino dell’editoria cattolica verso “l’anno zero” si sia verificato in concomitanza con la stagione del “Progetto culturale” della C.E.I.: le cospicue risorse a disposizione non hanno favorito la seminagione di un rinnovato pensiero teologico e di una spiritualità capace di ricollocare il Vangelo al cuore dell’annuncio cristiano.
D’altronde l’interrogativo che dovrebbe porsi un editore “cattolico” non è tanto “dove trovo il prossimo bestseller?” quanto piuttosto “che volto di Chiesa offro con il mio catalogo?”.

di Lorenzo Fazzini, Editrice missionaria italiana

Quando si parla di crisi dell’editoria, e di quella religiosa in particolare, la diagnosi non di rado viene fatta all’insegna della nobilissima arte dello scaricabarile. Ovvero: gli editori si lamentano di come lavorano i librai (le librerie cattoliche, effettivamente, a essere onesti, poche volte sono luoghi attrattivi…); i librai si lamentano della distribuzione (troppo lenta, troppo costosa, molte volte inefficiente…); la distribuzione si lamenta degli editori (pubblicano troppo, troppi titoli insieme, troppi libri che si assomigliano); i lettori si lamentano dei librai perché, quando finalmente vanno in libreria per cercare un titolo, non di rado non lo trovano. E così Amazon si frega le mani…
Il benemerito articolo di Roberto Righetto fa bene a scuotere il paludato mondo dell’editoria cattolica in Italia. Un mondo autoreferenziale e, purtroppo, spesso fintamente capace di mettersi in discussione. Gli spunti sono molti e diversificati. Provo a raccogliere una suggestione, laddove Righetto chiede alla Chiesa italiana di darsi una mossa per far sì che il patrimonio dell’editoria cattolica non appartenga, presto, alle belle cose dei tempi che furono.
Domandiamoci: quante volte editori e incaricati dell’azione formativa nel mondo cattolico hanno dialogato, lavorato insieme, progettato e realizzato iniziative comuni? Non mi riferisco alle collane editoriali che possono sorgere in occasioni di iniziative specifiche (Expo, Giubilei vari,…): no, parlo del quotidiano. Quante volte un parroco ha organizzato un ciclo di incontri formativi e ha cercato «sponda» nella libreria vicina o di riferimento? Quante volte un libraio ha interessato il tal gruppo culturale o la tal associazione per pensare iniziative comuni? Quante volte un editore ha coinvolto un gruppo di parrocchie o di associazioni di genitori su un percorso educativo? Esempi virtuosi ci sono, in tal senso. Mettiamoli a sistema. La rete pastorale e culturale cattolica è una delle poche rimaste in Italia. E’ il deposito di decenni di cultura dal basso, di relazioni, di idealità comuni, di fatiche e anche di scontri. Perché non valorizzarla sul serio, anche economicamente e commercialmente? E’ una cosa tanto «sporca» parlare di vendita all’ombra del campanile?
«L’occasione fa l’uomo ladro» potrebbe essere tradotta anche con «l’incontro fa l’uditore lettore». Certo, è un altro lavoro, questo, dal semplice fare libri, darli a un distributore, farli arrivare in libreria, aspettare che i passanti entrino. E magari anche comprino (incredibile dictu)! Ma siamo in un mondo nuovo. Nell’ambiente virtuale in cui siamo immersi c’è solo un elemento che resta: la fisicità dell’incontro. E da lì può scattare la decisione di andare avanti con quell’incontro. Come? Anche acquistando un libro (ma questo deve essere lì!). Suggerimento molto commerciale e poco nobile? La sento già questa critica, forse da chi resta chiuso nella propria torre d’avorio e non ha l’umiltà di accettare che oggi i lettori bisogna conquistarli uno a uno. Se non cambia l’antifona «si è sempre fatto così, quindi…», questa rischia di essere l’accompagnamento funebre di un mondo che non ha avuto – e grazie a Righetto che ha messo il dito nella piaga – né un briciolo di coraggio né un sussulto di inventiva. Post scriptum: naturalmente, questa suggestione vale, o può valere, nel caso in cui gli editori cattolici pubblichino buoni libri. E naturalmente su questo si può molto discutere, oggi in Italia, almeno fino alla parusia.

di don Simone Bruno, San Paolo
Spettabile Redazione, io e il mio staff direttivo abbiamo letto con attenzione l’articolo a firma di Roberto Righetto, dedicato allo stato dell’editoria cattolica italiana e apparso sull’ultimo numero di Vita e Pensiero Plus, del 3 marzo scorso.
Ringraziando per la richiesta di coinvolgimento nel dibattito, riteniamo che il modo migliore per favorire un confronto proficuo e capace di condividere piste operative concrete, sia riunire intorno a un tavolo di lavoro gli editori cattolici e chi critica il loro operato, per discutere con serenità e cognizione di causa il fenomeno che è stato evidenziato. In tal modo avremmo l’opportunità di delineare il contesto culturale odierno, analizzare il mercato librario generale e religioso e delineare le strategie che gli editori cattolici stanno elaborando per attraversare con successo il profondo cambiamento in corso. Restiamo in attesa di un vostro riscontro e mettiamo a disposizione la nostra sede come luogo per ospitare l’incontro proposto.

di Alberto Dal Maso, Queriniana
In Italia l’editoria cattolica rischia forse di vedersi confinata tra i ricordi del bel tempo passato? La situazione è articolata e complessa, certo. Alcuni settori si mostrano vivi e vegeti. Interi altri settori – se non sono già scomparsi – arrancano: stentano a reagire, sopravvivono boccheggiando. Le proiezioni sul futuro non sono affatto confortanti. Risulta allora urgente un coraggioso ripensamento a trecentosessanta gradi: questo, anzitutto, leggo nelle analisi di Giuliano Vigini, condivise e rilanciate da Roberto Righetto.

Per uscire dall’angolo, qualcuno si limita a riproporre elenchi piuttosto consueti di lamentele (la colpa è della globalizzazione, o della secolarizzazione, o di un demoniaco combinato disposto fra le due) e punta su dettagli strumentali e su tatticismi di corto respiro (un target da ricalibrare furbescamente, nuove tecnologie da sfruttare a capofitto, un mercato da ricolonizzare con astuti espedienti) che sono efficaci, quando va bene, solo sui sintomi. Occorre spingersi più a fondo: è del tutto inadeguata una risposta alle sfide odierne che punti esclusivamente sugli aspetti tecnico-organizzativi e strategico-commerciali dell’editoria religiosa.
Qualcun altro cerchia con l’evidenziatore le debolezze strutturali di antica data che meriterebbero di essere risolte: l’ostacolo di un linguaggio “introverso”, diretto cioè implicitamente a chi già pratica il lessico ecclesiale e ne condivide i presupposti; l’anomalia di un sottosviluppo cronico sia nell’editoria rivolta a bambini, ragazzi, young adults, sia nel settore della narrativa; il limite di una microsomia endemica dell’editoria religiosa nostrana, restia a innescare opportune sinergie e ad avviare una politica di alleanze, fusioni, acquisizioni; l’asfittico confronto con la realtà internazionale più vasta, fuori dai confini ristretti del Bel Paese, che suggerirebbe di guadagnare una visuale meno miope e provinciale. Tutto vero, certo: questo e altro ancora. Occorre intervenire.
E, tuttavia, vorrei sottolineare soprattutto che editori (e anche librai) cattolici hanno una nobile missione culturale ed ecclesiale da svolgere, a più livelli. Ho accennato altrove (Chiesa in uscita e buona stampa) ad alcune implicazioni che discendono da questa consapevolezza. Qui mi limito ad appellarmi al concetto sintetico di “qualità”. È drammaticamente letale una incapacità di declinare nel nuovo contesto – nella nostra attualità – il paradigma di una produzione all’insegna della qualità. Certo, i criteri per definire che cosa sia qualità possono essere diversissimi (e, comunque, non possiamo farceli dettare dal mercato): su questo si esigerebbe magari una riflessione fondante. Certo, affrontare il tema della qualità è scomodo, smobilitante: richiede una buona dose di discernimento e di autocritica; reclama visione, creatività, intelligenza. Ma il nodo va assolutamente sciolto: e, dunque, ben venga il contributo di tutti!


di Cesare Cavalleri, Ares
Sono sempre più insofferente alle etichette confessionali. Che significa «editoria cattolica»? Che è fatta da cattolici o da istituzioni religiose? Che pubblica libri di spiritualità e di teologia? L’essere cattolici non garantisce la qualità dei libri, anzi, può essere controproducente. San Josemaría Escrivá diceva: «Quando vedo un’insegna “Pasticceria cattolica”, passo oltre perché penso: Qui fanno i dolci senza zucchero». Del resto, gli ultimi pontefici hanno affidato e affidano le loro opere a editori «laici», evidentemente perché ritengono di ottenere da loro migliore efficienza e più ampia diffusione.
Quanto ai contenuti, libri di spiritualità e di teologia sono pubblicati anche da editori non espressamente cattolici, e certi editori «cattolici» pubblicano libri pastoralmente negativi, quando non addirittura eretici.
Insomma, gli editori non si distinguono in «cattolici» o non cattolici, bensì in editori professionalmente seri (grandi o piccoli, non importa) e in editori pasticcioni. Il discrimine è la professionalità. Saranno «cattolici» i libri che hanno un contenuto di verità, siano romanzi, saggi storici o teologici. E saranno cattolici gli editori che li pubblicano.


di Roberto Cicala, Interlinea
«Scrutare i segni dei tempi e interpretarli…» è l’invito della Gaudium et spes ancora attuale e spesso inatteso non solo dall’editoria cattolica: perché il problema forse non sta tanto nella produzione e nella scelta dei libri, o nelle classifiche, ma nell’impegno della Chiesa nella cultura e nella formazione permanente. E se prima di una fenomenologia dell’editoria cristianamente ispirata non servisse indagare una sua ontologia? Una soluzione sostenibile non dovrebbe accogliere tutti in una riserva indiana né riprendere marchi ormai tramontati, e non più rivitalizzati per volontà degli stessi artefici, come La Locusta. Ma più che coraggio spesso si avverte la mancanza di progetto; più che di uomini nuovi (e i giovani ci sono) servirebbero format nuovi («cultura è forma» ricordava Testori) e sinergie sostenute dalla base e dai vertici. Il dibattito sollevato da Righetto su “Vita e Pensiero” è sacrosanto e necessario, a patto di guardare al segno dei tempi rappresentato dalla crisi senza ripiegamenti ma interpretandolo come mutamento necessario: l’editoria che cambia, anche quella che s’ispira al cattolicesimo, deve innovare il prodotto a partire dai processi. Coraggio, sì, ma progetti condivisi. Aveva ragione Luciano Erba, dobbiamo ritornare alle nostre radici senza rigurgiti d’amarcord e senza poi dover confessare che però «sono tornato lontano troppo lontano».

a cura di Simone Biundo

Simone Biundo è insegnante, ricercatore di Storia dell'editoria e letteratura, editor di Vita e Pensiero Plus.

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