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FEMMINICIDIO & CATTOLICI

28.10.2017

di Lucetta Scaraffia

Ha ragione Chiara Giaccardi a dire che i femminicidi
che si susseguono – o forse l’insistenza con i quali vengono denunciati e interpretati – richiedono un surplus di riflessione, più approfondita di quella superficiale prevalente, che interpreta tutto come incapacità maschile di adattarsi alla nuova libertà femminile. E nell’assenza quasi totale di un punto di vista cattolico, che pure avrebbe molto da dire se si collega questo fenomeno alla crisi della famiglia, sulla quale molti pensatori cattolici hanno riflettuto.

La prima cosa da chiarire è se sono veramente aumentate le violenze, oppure se è solo un’impressione, perché oggi vengono finalmente denunciate. Probabilmente sono vere entrambe le cose. Dobbiamo ricordare poi che fino alla fine degli anni ’70 questo tipo di violenza veniva rubricato e interpretato come delitto d’onore e, in questo modo, almeno in alcuni contesti culturalmente arretrati, giustificato. Dal comportamento della donna – moglie, figlia, sorella – dipendeva infatti l’onore maschile, anzi l’onore dell’intera famiglia. Una donna che si ribellava metteva in pericolo lo status sociale degli uomini della sua famiglia, e quindi della famiglia stessa.

Oggi invece gli uomini sono soli, non possono più ricorrere all’idea dell’onore da difendere, quando usano violenza a una donna. La cattiva risposta nasce in reazione alla loro debolezza, alla loro fragilità, alla loro incapacità di stare soli senza che una donna li confermi, dia loro valore. Sono uomini che non hanno mai conosciuto il dolore e la solitudine dell’abbandono – fino ad oggi erano soprattutto le donne ad essere abbandonate – che non sanno come far fronte alla forza dei sentimenti negativi che li invadono. Soli in un ambiente culturale che non fornisce loro strumenti per spiegare e comprendere cosa significa la tragedia che stanno vivendo.

Fanno pena anch’essi
, nella furia cieca che li invade, e che segnala la fine di un patto fra donne e uomini che aveva retto per secoli. Un patto certo ingiusto, che gravava tutto sulle spalle delle donne, costrette a subire e a soffrire perché prive della possibilità materiale e sociale di stare in piedi da sole. Un patto che di fatto garantiva sicurezza solo agli uomini, che così non si sono abituati a affrontare la loro fragilità emotiva.

Ma siamo così sicure che il nuovo patto che si sta delineando
, quello che questa volta viene in un certo senso imposto dalle donne agli uomini, anche come rivalsa – certo ben giustificata – del passato, sia giusto?

Mi hanno molto colpita le parole di un medico che si occupa di curare il trauma post aborto in Francia, Tugdual Derville, a proposito del fatto che oggi solo le donne possono decidere l’aborto. Egli sostiene che così alla solitudine delle donne si accompagna la solitudine degli uomini, perché l’aborto è un “luogo” che infrange l’alleanza e la complementarità: ”l’aborto riunisce i due mali della società occidentale: la solitudine delle madri e lo smarrimento dei padri”. La legge sull’aborto infatti non ha effetto solo sui protagonisti della vicenda, ma coinvolge tutta la società perché segna un nuovo assetto del rapporto uomo-donna in cui l’uomo viene escluso di fatto dalla procreazione. Gli viene tolta dignità e importanza.

Penso che non si possa rimediare a questo tipo di violenza che chiamiamo femminicidio solamente insegnando il rispetto delle donne - rispetto che naturalmente deve essere alla base di ogni insegnamento e deve riguardare ogni essere vivente - ma solamente ripensando all’alleanza che stiamo distruggendo e a quella che stiamo – o non stiamo – ricostruendo fra donne e uomini. Solo se riusciamo a pensare ai rapporti fra donne e uomini in modo libero e onesto, al netto di ogni ideologia, possiamo sperare di raggiungere equilibri più giusti, e più soddisfacenti per tutti.

E su questo tema la tradizione cristiana ha molto da dire
, se viene liberamente e creativamente interpellata…

Lucetta Scaraffia

 

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