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GEOGRAFIA, SAPERE GLOBALE

09.12.2017
di Franco Farinelli

Una recente sentenza del Tar per il Lazio (n. 10289/2017) ha stabilito che negli Istituti Tecnici e Professionali l’insegnamento della “Geografia” e della “Geografia generale economica” venga affidato esclusivamente ai professori abilitati in questa disciplina e non ai docenti abilitati in Lettere o in Scienze.

La notizia consiste non tanto nella sentenza in questione, ma prima ancora nella paradossale situazione cui essa pone rimedio: quella per cui nel nostro Paese (a differenza di quel che accade in tutto il resto del mondo) la riproduzione in ambito scolastico di un sapere da sempre strategico e decisivo per la comprensione della realtà resta affidato a docenti privi di specifica qualificazione.

In tal modo la geografia (che qui significa geografia umana, ben diversa da quella astronomica) sconta da noi molto più che altrove la nervosissima natura del proprio statuto epistemologico, che le impedisce di essere una vera e propria scienza, cioè di esprimere leggi.

Non che in passato qualcuno non abbia tentato. A metà degli anni Sessanta Waldo Tobler, un geografo californiano, formulò appunto un insieme di regole relative al funzionamento del mondo. La prima diceva che tutte le cose di cui si compone la faccia della Terra interagiscono tra di loro, ma più esse sono vicine più il reciproco rapporto è forte. A ben vedere tale legge è la ripresa di una norma già enunciata da Erodoto nelle sue Storie: vi sono i Greci e vi sono i barbari, ma più un popolo è lontano dalla Grecia più esso è barbaro, più invece è vicino meno lo è. Per Erodoto l’alterità culturale era insomma un’immediata funzione della distanza, proprio come per Tobler l’interazione tra gli elementi terrestri. Ma qualche mese dopo l’enunciazione in questione, sempre negli Stati Uniti nasceva la Rete, un mondo al cui interno la distanza metrica lineare tra le cose, cioè il tempo e lo spazio della fisica classica, non contano quasi più nulla, svolgono un ruolo del tutto residuale. Dopodiché più nessun geografo ha pensato che la geografia potesse ridursi ad un insieme di leggi.

L’esempio illustra a dovere la natura del sapere geografico, che è l’inventario dei modelli del mondo, il campo della riflessione sulle immagini (a partire da quelle cartografiche) che rappresentano il “substrato” di ogni “cercare” e di ogni “asserire” da parte di ogni scienziato. Sono parole di Ludwig Wittgenstein, alle prese con il problema della certezza nel pensare.

In altri termini: la geografia non è una scienza per il semplice motivo che essa è l’originaria forma di conoscenza dalla quale tutte le scienze dipendono, quella senza la quale ognuna di esse sarebbe impossibile.

Un sapere tanto più necessario oggi che in virtù della globalizzazione la macchina del mondo è sottoposta a radicali, energiche e rapide mutazioni che implicano vorticosi e drastici cambi di paradigma, chiede veri e propri salti quantici ai modelli che adoperiamo nel tentativo di continuare ad addomesticare per via cognitiva il meccanismo del nostro pianeta, che i geografi tedeschi del primo Ottocento chiamavano “la casa dell’educazione dell’umanità”.

Allo stesso tempo il geografo è lo specialista dei luoghi, dei tasselli di cui la faccia della Terra si compone, considerati nelle loro irriducibili qualità. Geografia dunque come sapere polarizzato tra la specificità dei luoghi e la generalità dei modelli. E questo perché la geografia, l’unico sapere per natura globale, risulta appunto dalla relazione di due contrapposti poli. Come la sfera terrestre stessa.

Franco Farinelli

Franco Farinelli è direttore del Dipartimento di Filosofia e comunicazione dell’Università di Bologna e presidente dell’Associazione dei geografi italiani (A.Ge.I.).

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