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GOOGLE URBANISM. Una trappola per le città

20.01.2018

di Franco La Cecla

È un brutto periodo per coloro che credono nel futuro della tecnologia, che sia hard o soft. Dopo l’ubriacatura del primi lustri della rivoluzione del web, abbiamo imparato a nostre spese che non molto di buono a lungo termine viene dalla “democrazia della rete” e che i colossi che la reggono non solo non sono democratici, ma possono rappresentare un pericolo per la democrazia. L’impacciato e furbetto Zuckerberg sta a braccio con Amazon, che ha distrutto il mondo della musica e si appresta a fare lo stesso con quello dell’immagine in movimento. Se c’è una cosa che abbiamo capito di Google e di Apple, ma anche di Tesla, è che il monopolio è oggi come ieri un pericolo per la vita di tutti noi.

Se uno guarda allo sviluppo di Google o di Apple si rende conto che a un’iniziale intuizione geniale ha seguito una linea di cervello piatta: sempre meno creatività e innovazione. I ragazzini russi che fanno parte di un noto istituto di design di Mosca e hanno inventato (?) Google Urbanism lo sanno bene. Google fa il 90 per cento dei suoi proventi con la pubblicità, idem per Facebook. La rete e le diramazioni di essa, dall’auto teleguidata all’internet delle cose, sono ancora balbettii rispetto al vero interesse centrale della company, che è quello di vendere pubblicità. Siamo di fronte a un “Grande Fratello” che una volta avuto il controllo dell’umanità pensa di usarlo per vendergli merendine (fino ad oggi e speriamo che continui così).

Se è vero che Alphabet, la società madre di Google, che nel 2015 ha creato una divisione dedicata alle città, ha nell’archivio il DNA di milioni di persone e promette come Berlusconi di farci vivere fino a 125 anni, è anche vero che non ha creato un sistema sanitario e non si è alleato al disastrato sistema sanitario americano. Apple ha creato un tablet che potrebbe rivoluzionare la nostra maniera di apprendere offrendo contenuti effettivamente multimediali, ma non è andato oltre quello che internet già offriva (lo so per esperienza personale, avendo offerto ad Apple un romanzo “animato” per tablet e avendo capito che l’uso che se ne vuole fare è solo di un telefono gigante). D’altro canto non è il primo caso di una rivoluzione tecnologica che si arresta ai primi vagiti e che soprattutto benefica ben poco l’umanità. I giganti sono lenti e a un certo punto diventano stupidi. Amazon ha cercato di diventare casa editrice ed è stata un disastro. Vedremo come se la cava con Amazon tv.

Ma torniamo a Google Urbanism. I 4 bambini russi cresciuti che hanno “inventato Google Urbanism” sembrano giocare con la nostra idiozia. Si rivolgono a Google (https://vimeo.com/175227650) perché capisca che opportunità finanziarie enormi si aprono a chi gestirà gli spazi pubblici della città. Spiegano che la “presenza” degli utenti negli spazi pubblici genera valore. E che sta a Google utilizzarlo, in due modi, bombardando questa presenza dei propri contenuti pubblicitari e gestendo la comunicazione tra gli utenti e la città. La City viene considerata – nelle sue componenti amministrative e politiche – obsoleta, viene detto, come se fosse il vangelo rivelato, che la burocrazia rende le cose impossibili. Allora meglio che il processo decisionale sia dato in mano a Google, che ha “tutti i dati” e il vero “potere”.

È una dichiarazione abbastanza vecchia, quella di crede che le smart cities non abbiano bisogno della politica e dell’amministrazione. È la dichiarazione di chi vuole trasformare in management la politica stessa. Ovviamente la tentazione c’è. Con lo stato miserrimo e la corruzione in cui la politica oggi si è cacciata. Ovviamente nulla o poco viene detto degli users. Sembra che tra Google e questi non ci sia nulla, sindacati, unione consumatori, movimenti civili, Greenpeace, Amnesty, Slow Food, movimenti di opinione che scendono in piazza. No, tutto ciò viene liquidato in fretta come consenso e partecipazione intesa come exit poll, “di cui Google è tanto esperta”. Il Google Urbanism è una specie di isteria dei pubblicitari. Visto che nessuno sa gestire le città, diamole a quelli che fanno i cartelloni pubblicitari. Il problema è che questa proposta non fa davvero i conti con Google. Che è un baraccone immenso gestito da burocrati e non da creativi e developers. Da quando è diventata una multinazionale finanziaria ha allentato di parecchio le connessioni sinaptiche. E le idee sulla città dei quattro ragazzini russi rischiano di seguire il destino di quel fanfarone di Richard Florida e delle sue “Creative Cities”: adesso lui fa il mea culpa dopo avere incassato cospicue parti delle casse di ingenue città che gli avevano consegnato le chiavi del posto. Il problema con Google Urbanism è proprio il gergo che viene usato per spiegarlo e che è fatto di tautologie e di paradigmi mai spiegati. Per una company che ha inventato gli algoritmi più eleganti del mondo c’è da piangere. Non si parla di migliorare la vita della gente, di usare gli algoritmi per affrontare la complessità ambientale, del cambiamento climatico, del sovraffollamento, delle tensioni interetniche e interreligiose. Si parla di come far fare soldi a Google e in side effect alla città.

C’è però un dato positivo. I quattro infanti russi hanno capito che “la presenza delle persone nello spazio pubblica genera valore”. Qualcosa che nemmeno il Real Estate ha capito negli ultimi 50 anni. Qualunque luogo, vissuto, abitato, usato diventa un luogo più sicuro, più interessante, più piacevole e soprattutto più democratico. L’ho scritto vent’anni fa in Perdersi e recentemente in Contro l’Urbanistica. Fin quando non si capirà che l’abitare crea valori di tutti i tipi, anche economici e finanziari, non capiremo come migliorare le nostre città. Il verbo politically correct dell’urbanistica oggi vede solo “gentrification” e non è capace di comprendere che cosa sia l’improvement che deriva dall’abitare. Fedele ad un miserabilismo che scarica sui poveri la propria ideologia, vede anche nel miglioramento di una bidonville un pericolo di gentrification. A una recente conferenza a Johannesburg, un brillante urbanista sudafricano, Edgar Pieterseleon, criticava proprio questa tendenza e ricordava che per le città sudafricane c’è proprio bisogno di quartieri “gentrificati” che attirino la mescolanza di cui il paese ha bisogno.

Insomma questa faccenda di Google Urbanism diventerà nei prossimi mesi un buon modo per spillare soldi ai Comuni e alle Municipalità e per inventare nuove forme di consulenza. Come l’altro misterioso astro “Smart Cities”, servirà a ritardare processi democratici e a dare la città in mano a sedicenti esperti con i paraocchi e la febbre nelle tasche. Cerchiamo di difenderci.

Franco La Cecla

Franco La Cecla (1950), antropologo e architetto, ha insegnato in diversi atenei italiani e stranieri, dedicandosi anche alla realizzazione di documentari e all’organizzazione di mostre. Nei suoi lavori ha approfondito il tema dell’impatto sociale dell’architettura, indagando i modelli di organizzazione dello spazio tra localismo e globalizzazione e rivolgendosi in particolare alle soglie e ai confini tra le culture.

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