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GRANDI CONTRO PICCOLE OPERE: UN FALSO DILEMMA

06.04.2019

di Andrea Boitani

La discussione di questi mesi sulle “grandi opere” è, per molti versi, fuorviante. Sbaglia tanto chi sostiene che le grandi opere sono inutili, comportano solo grandi sprechi e corruzione e sarebbe comunque meglio investire in “piccole opere” (locali), tanto chi argomenta che le grandi opere sono sempre utili e foriere di sviluppo economico e innovazione tecnologica, l’unica forma che dovrebbe prendere l’investimento pubblico.

La questione va affrontata, a mio avviso, da un altro punto di vista. E cioè tenendo conto del sostanziale declino degli investimenti pubblici netti che – salvo nel biennio 2009-10 – non hanno svolto il ruolo anti-ciclico nel medio periodo che la teoria economica e l’analisi empirica assegna loro e hanno contribuito alla distruzione di capitale che molti paesi dell’Eurozona hanno conosciuto, con possibili effetti negativi sul tasso di crescita del Pil potenziale. Effetti negativi che, dunque, travalicano di molto il breve periodo e il ciclo economico. A partire dal 2014 gli investimenti pubblici netti (cioè al netto degli ammortamenti) sono risultati negativi nel complesso dell’Eurozona. Tendenza più accentuata nei paesi del Sud. In Italia, inoltre, la distruzione di capitale pubblico è proseguita fino a tutto il 2017: in sei anni, si è avuta una perdita di oltre 41 miliardi di capitale pubblico. Secondo le stime contenute nel Documento di economia e finanza (DEF) di aprile 2018, la caduta degli investimenti pubblici ha sottratto circa un punto percentuale alla crescita del Pil italiano tra 2007 e 2017. Una dinamica assolutamente diversa è quella della Germania, che sembra aver utilizzato gli investimenti pubblici in modo più deciso e progressivo già a partire dal 2008 fino ad arrivare al 2017 ad un livello superiore del 50% di quello del 2007, contribuendo ad una dinamica di crescita del Pil sostanzialmente omogenea e consistente.

Il ridimensionamento degli investimenti pubblici in Italia è avvenuto prevalentemente a livello delle PA locali, sulle quali hanno agito contemporaneamente riduzioni dei trasferimenti dal bilancio dello Stato e una regolamentazione contabile restrittiva, quale il Patto di stabilità interno. Tuttavia, anche negli anni più recenti, la spesa per investimenti degli enti locali non ha dato segnali di ripresa, nonostante il superamento (già operativo da due anni, ma scarsamente applicato da Regioni e Comuni) del Patto di stabilità interno. La riduzione complessiva degli investimenti pubblici in Italia risulta per oltre il 75% attribuibile alla spesa per infrastrutture. Tra il 2007 e il 2016, la spesa per investimenti infrastrutturali della PA è infatti calata da 26,3 a 16,5 miliardi (-37,1%), la spesa di quelle locali da 21,3 a 13,2 miliardi (-38,2%) e quella delle PA centrali da 4,9 a 3,3, miliardi (-32,3%).

Il calo degli investimenti infrastrutturali risulta generalizzato a scala territoriale, ma il Mezzogiorno è stato colpito più duramente: nel periodo 2007-2017, a fronte di una riduzione del 44,8% a livello nazionale (-11 miliardi di euro, da 24,6 a 13,6 miliardi), nel Mezzogiorno la riduzione è stata del 58,4% (da 5,2 a 2,2 miliardi), mentre nel Centro-Nord è stata del 41,1% (da 19,4 a 11,4 miliardi). Il declino della spesa ha colpito sia grandi che piccole opere, con queste in particolare sofferenza, essendo esse prevalentemente legate alle amministrazioni locali, dove si è concentrata la massima riduzione della spesa.

I tempi medi di realizzazione delle opere pubbliche risultano pari a 4 anni e 4 mesi, ma variano dai 2 anni e 6 mesi per le opere di minimo importo (meno di 100.000 Euro) ai 15 anni e 7 mesi per quelle di più grandi dimensioni (oltre 100 milioni di Euro). La fase realizzativa più lunga è quella della progettazione (comprendente i vari livelli di elaborazione tecnica e di svolgimento delle procedure amministrative antecedenti la gara), che mediamente impegna per 2 anni e 5 mesi, ma che variano da 1 anno e 8 mesi per le opere minori a 6 anni e 4 mesi per quelle più grandi.

Questi pochi dati non servono ad affrontare la battaglia ideologica tra grandi e piccole opere. Battaglia in gran parte sterile, del resto. Ci dicono però che 1) tutta la spesa per infrastrutture pubbliche (grandi e piccole) deve essere rilanciata; 2) nel nostro Paese tutte le opere pubbliche sono di realizzazione troppo lenta; 3) le grandi opere non sono le più adatte a essere attivate per agire sul ciclo economico, dato che i tempi di realizzazione, anche quando efficientati, rimarranno troppo lunghi rispetto alle esigenze cicliche; 4) per le piccole opere esiste un drammatico problema di capacità di progettazione e realizzazione a livello locale, senza affrontare il quale, nessun piano di piccole opere utili a combattere la recessione potrà avere efficacia; 5) prudenza vorrebbe che la pianificazione infrastrutturale si muovesse predisponendo sia un piano realistico di grandi opere utili soprattutto ai collegamenti internazionali sia un insieme di piani regionali di piccole e grandi opere di interesse territoriale (perché, sia chiaro, gli interventi per districare i nodi del trasporto nelle grandi aree metropolitane non sono opere poi tanto “piccole”); 6) si richiede un cambiamento delle regole europee per mettere al riparo gli investimenti di lungo termine (quelli per le grandi opere necessarie) dalle eventuali esigenze di consolidamento fiscale.

Andrea Boitani

Andrea Boitani è professore ordinario di Economia politica nella Facoltà di Scienze bancarie finanziarie e assicurative dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Redattore di www.lavoce.info, collabora con «la Repubblica - Affari & Finanza», «Il Sole 24 Ore» e www.inpiù.net.

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