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Hemingway a Milano nel 1918: dalla Guerra all’amicizia con Alberto Mondadori

29.12.2018

di Velania La Mendola

Tra gli anniversari che ci lasciamo alle spalle in questo 2018, ci sono i 100 anni dall’esplosione della fabbrica di munizioni Sutter & Thévenot, avvenuta il 7 giugno 1918 a Castellazzo di Bollate, vicino Milano. Una tragedia poco ricordata che registrò 59 vittime e oltre 300 feriti, per la maggior parte donne. Tra i soccorritori della Croce Rossa Internazionale c’era un giovane tenente, futuro Premio Nobel: Ernest Hemingway. Era al suo primo incarico e quella fu per lui la prima nota tragica di una guerra che vista da lontano appariva al giovane americano, poco più che diciottenne, come un’eccitante avventura e che invece stava facendo strage di uomini, alcuni peraltro ricoverati tra i chiostri dell’Ospedale Militare di Sant’Ambrogio, quello che padre Agostino Gemelli – che nel 1918 avviava l’editrice Vita e Pensiero – avrebbe poi trasformato nei chiostri dell’Università Cattolica.

Di quell’episodio di morte Hemingway fece un racconto, Una storia naturale dei defunti – di cui si segnala la bella plaquette celebrativa a tiratura limitata curata dalla Fondazione Mondadori – uno dei Quarantanove racconti, pubblicati negli Stati Uniti nel 1938 e in Italia solo nel 1947, prima da Einaudi e poi da Mondadori.


Il rapporto di Hemingway con le case editrici italiane iniziò tardi perché lo scrittore in Italia rimase proibito fino alla fine della seconda guerra mondiale. Vittorini racconta sul primo numero del Politecnico che appena qualcuno osava nominarlo, Mussolini gridava al malcapitato: «Zitto!». Hemingway aveva infatti pubblicamente ridicolizzato l’immagine di Benito Mussolini in un articolo del ’23 sul Toronto Star scrivendo: «Il dittatore fascista aveva annunciato una conferenza stampa. Vennero tutti. E tutti ci affollammo in una stanza. Mussolini sedeva alla scrivania leggendo un libro. Il suo viso era contratto nel cipiglio famoso. Faceva la parte del dittatore. […] Per sapere quale fosse il libro che leggeva con avido interesse, gli andai dietro in punta di piedi. Era un dizionario francese-inglese, che teneva capovolto…».

Le opere di Hemingway non erano quindi gradite al regime, né per l’autore né per come la guerra vi veniva raccontata, e così divennero merce di contrabbando che arrivava nelle mani dei lettori nelle edizioni francesi e poco altro. In casa Mondadori, però, già prima della caduta del fascismo ci si era interessati alla sua pubblicazione, soprattutto per tramite di Vittorini che aveva segnalato To Have and To Have Not sostenendo che non presentava «nulla di allarmante per la nostra censura»; ma Luigi Rusca – condirettore della casa editrice – non ritenne altrettanto innocente il carattere del personaggio principale, Harry Morgan, contrabbandiere di alcool e trasportatore di immigrati clandestini (!), e decise di non pubblicarlo.

Con la caduta del fascismo cadde anche il veto sullo scrittore americano; ma chi avrebbe pubblicato per primo Hemingway? Cominciò allora una dura lotta contrattuale la cui corrispondenza si intreccia tra Milano, Lugano, Torino, Londra e New York. Dal doloroso esilio in Svizzera, Arnoldo Mondadori cercava tramite i suoi agenti di accaparrarsi i diritti di tutte le opere; negli Stati Uniti Mario Einaudi, fratello dell’editore Giulio, lo corteggiava senza sosta parlando al suo agente della resistenza al fascismo della casa editrice torinese; a Londra l’agente di Mondadori riuscì finalmente a incontrare lo scrittore in un bar e a fargli firmare un contratto per Per chi suona la campana: ma pare che Hemingway fosse ubriaco (così si insinua nei carteggi), perché in effetti i diritti di traduzione erano già stati venduti a una casa editrice di Zurigo. Tra i due litiganti, il terzo pubblica: i primi titoli italiani uscirono infatti nel ’44 e nel ’45 in edizioni pirata e in pessime traduzioni per la sconosciuta Jandi Sapi. Risolta la questione piratesca, Einaudi si accaparrò i racconti e altre opere come Fiesta, mentre i due romanzi Per chi suona la campana e Addio alle armi uscirono per Mondadori, rispettivamente nel ’45 e nel ’47.

La questione contrattuale venne definitivamente conclusa nel 1948 quando, dopo 30 anni, Hemingway tornò in Italia. Nel 1918 a Milano il giovane eroe di guerra aveva chiesto per la prima volta a una donna di sposarlo, ricevendo un sonoro no (si trattava dell’infermiera Agnes Hannah von Kurowsky che si era presa cura delle sue ferite di guerra nell’ospedale americano); nel settembre del ’48, ormai affermato, arrivò a Stresa accompagnato dalla quarta moglie Mary. Ad accoglierlo c’erano i suoi editori italiani Einaudi e Mondadori. Ma mentre Giulio Einaudi si limitò a incontrarlo brevemente al Grand Hotel delle Isole Borromee, accompagnato da Natalia Ginzburg e Italo Calvino, Arnoldo Mondadori riuscì a ospitarlo personalmente e a passare diversi giorni in sua compagnia. Da Stresa Hemingway si spostò infatti a Cortina, prima all’albergo Concordia e poi a Villa Aprile, il cui affitto venne interamente pagato dalla Mondadori. Qui Hemingway strinse una sincera e affettuosa amicizia con Alberto Mondadori, con il quale condivideva una certa irrequietezza di fondo e un piacere comune nel bere in compagnia.

Hemingway apprezzava molto la generosità di Arnoldo, «illustrious father», e la spontaneità di Alberto, «the bad boy», come li allittera nelle lettere custodite dalla Fondazione Mondadori. Si instaurò da allora un rapporto personale tale per cui i contratti per le successive opere vennero stipulati direttamente tra l’autore e la casa editrice, senza intermediari. Il 20 ottobre Hemingway era a Venezia, all’Hotel Gritti, dove scrisse per la prima volta ad Alberto:

We both miss you and Viriginia very much and we never had a more enjoyable time than with you both and the other companions of the Ordine Militare et Nobilitatissime de la “Bota” at Cortina. Please remember me to all the friends and I will keep in touch with you. Everything I told you verbally is the same as though it were written. […]

Best love to you both from us.

Your friend

Mister Papa

Da queste poche e scherzose righe, dove si fa riferimento probabilmente al nomignolo che l’allegra comitiva si era data in onore delle serate trascorse insieme degustando vino e Campari Gin (“bota” in dialetto è il calice, il bicchiere), si intuisce il rapporto di fiducia da un lato e stima dall’altro che si è costruito in quei pochi ed epici giorni trascorsi insieme. Molto rare saranno infatti le occasioni per un successivo incontro così intenso. Hemingway si porse fin da subito come una sorta di guida per il giovane Alberto, come si vede anche dalla firma: “Mister Papa” era infatti il nome con cui Hemingway si faceva chiamare dagli amici più giovani.

I giorni a Cortina furono anche estremamente produttivi: insieme progettarono infatti una “Serie Hemingway”, composta da titoli consigliati dallo scrittore, e un “Premio Hemingway”, dalla generosa idea di Hemingway di donare 100 mila lire dei propri diritti d’autore a favore di un esordiente di talento, giudicato da una giuria scelta dall’autore. Entrambe le idee non avranno in realtà grande fortuna, ma l’entusiasmo era alle stelle in quei giorni di Grand tour italiano. Hemingway continuò piacevolmente il proprio soggiorno godendosi infatti «splendid time and good shooting», fino a quando il numero di persone che circondava la coppia di americani non cominciò a diventare un problema per la scrittura, per i suoi “boilers” mentali:

4 novembre 1948, Gritti Palace Hotel – Venezia

Dear Mr. Alberto,

[…] We are going to Torcello (the dipendenzia of Harry’s Bar) and I want to work. Would rather write 100 word anytime (if good words) than shoot various ducks. When Mary feels like travelling she can move and will stay there and work. I HAVE TO WORK. People kill me. I have also killed people too and probably bored them to death. You never bore me, not from the first moment, but many people have a corrosive effect on my boilers and at this moment I have to work badly. […]

A questa lettera Alberto rispose il giorno dopo, con la felicità di chi si sentiva messo a parte di una confidenza da un amico - non da un semplice autore a un editore - tanto da scrivere: “I always did my best, as I wished not to ennoy you and to be a friend and not alone business man for you”. In effetti l’editore rimase sempre Arnoldo, mentre Alberto era il giovane in gamba con cui sperimentare. Da questa lettera in poi Alberto si sentì autorizzato a sottoporre ad Hemingway un suo racconto, a chiedere consigli, a evidenziare la sua vena artistica, senza tuttavia trovare un appiglio certo in Mister Papa, sempre più alle prese con vari problemi e con la sua straordinaria vita, in pericolo più di una volta, fino al lento risucchio della depressione, alla fine degli anni ‘50.

I giorni di Cortina restano allora i più puri e mitizzati nel tempo. Tanto che tornano in una lettera di 10 anni dopo, il 31 marzo 1958, scritta da Alberto a Hemingway, nel momento in cui egli dice di sentirsi come un “partigiano sperduto in una foresta che sta combattendo da solo la sua guerra di liberazione”: era il momento in cui pensava a fondare una sua casa editrice, Il Saggiatore.

L’ultima lettera della corrispondenza tra i due arriva da Cuba il 16 aprile 1960, su carta intestata Finca Vigia; poche righe che però si chiudono con una sorta di commiato “Please be patient and take good care of Virginia and yourself and give my very best regards, as always, to your father and family”; infine ritorna la stessa formula di chiusura della prima lettera, “your friend”, con una parola in più:

Always,

Your friend,

Mister Papa

Hemingway si uccise il 2 luglio 1961. Nel necrologio congiunto Mondadori e Il Saggiatore del 3 luglio si legge: “Alberto e Virginia Mondadori angosciati per la crudele e ingiusta scomparsa di Mister Papa ricordano con commozione il lungo sodalizio con l’amico carissimo a Stresa, a Cortina, Torcello, Venezia e lo piangono con Mary”. Ancora gli stessi luoghi, simbolo di una lunga amicizia italiana.

Fonti:
Le lettere citate sono custodite dalla Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, nell’Archivio storico Arnoldo Mondadori editore, sezioni Arnoldo e Alberto Mondadori, nella quale si trovano i carteggi dello scrittore con i due editori. Per approfondire QB http://www.fondazionemondadori.it/qb/index.php?issue_id=53

Velania La Mendola

Velania La Mendola, giornalista pubblicista, collabora con la cattedra di Editoria Libraria e multimediale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ed è dottoranda di ricerca all’Universita di Friburgo (CH). Si occupa di storia dell'editoria del Novecento e le sue ricerche prendono spesso spunto dai carteggi custoditi dagli archivi editoriali. In particolare si è occupata di Hemingway per la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, di Sciascia e della sua corrispondenza con la casa editrice Einaudi, di Edilio Rusconi e del suo archivio privato. È stata Componente del Comitato di redazione della Rivista internazionale di studi sciasciani «Todomodo». È responsabile della Comunicazione e dell'Ufficio stampa della casa editrice Vita e Pensiero e fa parte della redazione del quindicinale di approfondimento online VP Plus. Scrive di libri per "Presenza" e "Cattolicanews". È vicepresidente dell’associazione Festamobile e ha raccontato di Hemingway e Milano nella giornata di studio, organizzata dall’Istituto per la Storia del Risorgimento italiano in collaborazione con la Società Storica Lombarda, l’Università degli studi di Milano e la Fondazione Mondadori, il 26 novembre 2018 a Palazzo Morando.

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