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IL CRISTALLO ROTTO. Perché non funziona la giustizia fai da te

12.01.2019
di Gabrio Forti

In una delle sue opere più note (Introduzione alla psicoanalisi, 1914), Freud osservava come la patologia possa rendere evidenti, ingrandendole, «condizioni normali che altrimenti ci sarebbero sfuggite». Proprio come quando «gettiamo per terra un cristallo, questo si frantuma, ma non in modo arbitrario; si spacca secondo le sue linee di sfaldatura in pezzi i cui contorni, benché invisibili, erano tuttavia determinati in precedenza dalla struttura del cristallo».

Assistiamo da tempo a gravi patologie aprirsi nella legislazione penale e, in genere, nell’ordinamento giuridico, da ultimo con una serie di riforme approvate o annunciate (‘decreto sicurezza’, legittima difesa, legge c.d. ‘spazza corrotti’, ecc.) che sembrano mettere in discussione principi e capisaldi essenziali del ‘cristallo’ giuridico. Un ‘cristallo’ nelle cui ‘fratture’ si riflettono e rifrangono le articolazioni morali e culturali dell’intera società. Quel che accade al mondo della giustizia rende infatti evidente ciò che, in forme a volte più subdole e sottili, si sta infiltrando, certo non solo in Italia, nelle relazioni tra le persone e nelle modalità di convivenza.

Si tratta di un generale atteggiamento - sociale, istituzionale, gruppale - che induce, rispetto ai più vari problemi e crisi in cui ci si imbatta, a reagire istintivamente con una risposta accusatoria e punitiva verso qualcuno, contro cui si indirizza il «dito indice», «assetato di biasimo»: un «dito» (come ebbe a dire in un discorso memorabile lo scrittore russo, premio Nobel per la letteratura, Iosif Brodskij), che spesso «oscilla» tanto più «selvaggiamente» quanto è (o anzi è stata «in partenza») minore «la determinazione a cambiare qualcosa».

Quel «dito indice» svolge, certo, una funzione indispensabile per ogni gruppo sociale se sfoderato nella misura e al momento giusti, come ricordava Hanna Arendt che, di fronte a una diffusa tendenza a svuotare la colpa, apprezzava la perdurante esistenza dell’istituzione penale: «dove è impossibile sfuggire alle proprie responsabilità, dove ogni giustificazione di carattere astratto e generico – dallo Zeigeist al complesso d’Edipo – crolla, ove non vengono giudicati sistemi, tendenze o peccati originali, ma persone in carne e ossa, come voi e me, che hanno commesso atti perfettamente umani, ma hanno violato quelle leggi che noi tutti riteniamo essenziali per l’integrità della nostra comune umanità, essendo convocati per questo in tribunale».

Ma si tratta, appunto, di saper scegliere il tempo e il modo in cui mettere in campo un tale gesto, essendosi dotati, soprattutto, dello stile, pensoso e prudente, perché consapevole delle grandezze umane in gioco, che dovrebbe accompagnarne l’esibizione.

Sennonché un tale ‘stile’ si trova oggi assediato da un grave decadimento della capacità di attenzione, della pazienza nell’ascolto e del rispetto per la conoscenza e il sapere, così necessari a comprendere le situazioni su cui basare le proprie decisioni, individuali o istituzionali. Ciò anche (ma certo non solo) a causa di quella che Nicola Zamperini (Manuale di disobbedienza digitale, 2018) ha chiamato la nostra attuale «sciocca arrendevolezza», la «cessione continua di sovranità personale» al mezzo digitale.

Ne nasce allora una ‘cultura’ del lamento, un pervasivo bisogno popolare di giustizia sommaria e irriflessa, che tramuta il giudizio e la giusta riprovazione per specifici comportamenti socialmente dannosi (o presunti tali), in un sovrappiù indiscriminato di risentimento, ira, astio, vendetta, rivalsa, ecc. Nel Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2018 recentemente presentato dal Censis si parla non a caso di un’Italia «preda di un sovranismo psichico», «che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria ‒ dopo e oltre il rancore ‒ diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare».

La stessa riforma della legittima difesa, in questi giorni all’esame del Parlamento, specie nel modo in cui viene presentata all’opinione pubblica, manifesta una «frattura» emblematica del «cristallo» giuridico e morale. Più che un genuino interesse alla tutela della legalità, ne segnala e amplifica il fallimento, accreditando l’immagine di un cittadino in grado, pur nella sua condizione di «solitudine globale» (per dirla con Zygmunt Bauman), di contrastare la formidabile minaccia di «criminali sempre più spietati» (come si legge nella relazione di accompagnamento a uno dei disegni di legge), grazie alla magia di un più benevolo riconoscimento da parte dello Stato della sua libertà di difendersi.

Ci si dovrebbe invece soprattutto impegnare a ogni livello – personale, sociale e istituzionale – per spezzare il cerchio perverso della rivendicazione e della rivalsa, per maturare di nuovo un tranquillo rispetto delle regole e dei saperi conquistati con dedizione e sacrificio, a costo di esporsi all’ingenuità e alla caricatura del ‘buonismo’(un dileggio che gli affetti da sovranismo psichico sono lesti a estrarre dalla fondina). Ognuno dovrebbe trovare (ed essere aiutato a trovare) in se stesso la via di un apprendistato che lo guidi ad allontanare ogni forma di violenza e di inganno, nella consapevolezza che questo è l’unico ‘modo’ da cui nasce la «determinazione a «cambiare davvero qualcosa» (in meglio) e la generazione di risorse in grado di rendere il mondo più vivibile per tutti, perché degno della nostra fiducia e rispettoso della dignità di ogni essere umano.

Gabrio Forti

Gabrio Forti, Professore ordinario di Diritto penale e Criminologia, è Preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica del S.C. di Milano e Direttore del Centro Studi “Federico Stella” sulla Giustizia penale e la Politica criminale della stessa Università. Dopo un periodo di lavoro come funzionario presso la Commissione delle Comunità Europee a Bruxelles, ha insegnato nelle Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Sassari e dell’Università Cattolica di Piacenza. Ha coordinato e coordina vari progetti di ricerca ed è membro del comitato scientifico di riviste giuridiche e culturali. Tra i temi principali affrontati nelle sue pubblicazioni (che comprendono varie monografie e un’ampia produzione saggistica in campo giuridico e criminologico): la responsabilità penale colposa, la criminalità economica e organizzata, i delitti contro la pubblica amministrazione, la rappresentazione mediatica del crimine, la metodologia dell’integrazione interdisciplinare tra diritto penale e criminologia, le questioni di teoria della giustizia di rilevanza politico-criminale, il rapporto tra giustizia e letteratura, i problemi della responsabilità medico-chirurgica.

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