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Il legno che brucia è un'immagine del Medioevo

04.05.2019
di Guido Milanese

Passate ormai due settimane, è forse possibile una riflessione un po’ distante dagli eventi in merito al rogo di Notre-Dame. Immediata e prevedibile è stata la reazione a livello mediatico; la cattedrale è stata celebrata come un simbolo della Francia e della cultura europea, come uno dei monumenti medievali più importanti e significativi, come la chiesa forse più visitata al mondo. La raccolta di fondi ha raggiunto già nei primi giorni cifre tali da poter coprire almeno la prima fase del restauro; e il presidente Macron ha promesso, sia pure con un molto probabile eccesso di ottimismo, una completa ricostruzione in cinque anni.

Tutto ciò è certamente consolante – la sonnecchiante Europa sembra essersi risvegliata, rammentandoci il dimenticato richiamo di Karol Wojtyła: “alzati, vecchia Europa!” Ma si aprono alcuni e non minori interrogativi. Notre-Dame è certo un monumento medievale, e ci restituisce la voce, divenuta pietra, legno, luce, struttura e spazio, dello splendido dodicesimo secolo francese. Ed è però la voce di tutta la storia d’Europa: tutti i secoli seguenti hanno contribuito alla costruzione di quella meraviglia che è parte della memoria collettiva di tutti noi. Lì c’è davvero la vera storia d’Europa, che si confronta, nel “mainstream” odierno, con due riduzionismi apparentemente contrapposti ma in realtà perfettamente convergenti.

L’uno è la retorica delle radici – delle radici che escludono. L’allucinata immagine della cultura europea che ci propose all’inizio di questo secolo il tentativo di costituzione europea era quella di una cultura che si identifica con due momenti della storia d’Europa, cioè la democrazia greca e l’illuminismo del Settecento che preparò la Rivoluzione francese. E che ruolo avrebbe Notre-Dame in tutto questo? Il riduzionismo classicistico è in un certo senso un sottoinsieme di questa visione puntillistica della storia culturale europea: la civiltà greca come fondamento, quella romana come prosecuzione e spesso come occultamento delle categorie del mondo greco (e allora tanto vale levarsela dai piedi, come proponeva Heidegger), poi finalmente la Modernità, aperta dall’Umanesimo, che si sbarazza del Buio Medioevo e poco a poco arriva alla nostra contemporaneità. Non meno riduzionista è l’altra visione, quella di un fondamentalismo evangelicistico che fa a meno di ogni forma di trasmissione (perché questo appunto vuol dire “tradizione”), legge il Cristianesimo come un contatto diretto con il testo biblico privo di mediazione, interpretata come necessariamente falsificante. Sola scriptura – e soli restiamo noi, poveri omini, di fronte ad una storia muta, insignificante se non fuorviante; e le donne e gli uomini che prima di noi hanno faticosamente cercato di vivere il Vangelo nulla ci possono dire e insegnare.

Da ambedue le prospettive il Medioevo è escluso. Proprio di recente, ogni ascoltatore un po’ attento di radio, televisione, giornali e soprattutto della torrenziale messaggistica di politici e notabili in genere avrà osservato che l’uso di “medievale” come aggettivo insultante e di “Medioevo” come termine di paragone cupamente negativo hanno raggiunto una concentrazione inusualmente fitta e omogenea. Eppure, quando il Medioevo ci sfugge, come nelle fiamme di questi giorni, lo rivogliamo indietro, ci accorgiamo che noi siamo anche lì. Uno dei più bei libri sul latino scritti nel Novecento è certamente Letteratura europea e Medioevo latino di Ernst Robert Curtius, pubblicato nel 1948 dal grande filologo romanzo, che durante il Nazismo si era ritirato a studiare e aveva compreso che l’unico modo per ricostruire l’Europa dopo lo sperato crollo della mostruosità sarebbe stato il comune riconoscersi nelle proprie piene radici, che sono certo Socrate, Platone, Virgilio, ma anche Dante, la filosofia medievale, il canto gregoriano, l’architettura romanica e gotica. E questo lo aveva ben chiaro, negli stessi anni orribili, anche T.S. Eliot nei suoi scritti su Virgilio. Notre-Dame, come quasi tutta l’architettura che ci arriva dal Medioevo, ci porta tutta la nostra storia: il crollo della “flèche” è stato impressionante, ma la guglia era stata ricostruita da Viollet-le-Duc in pieno Ottocento; e insieme sono andate distrutte le strutture lignee del XII secolo.

Quello che è perduto, consideralo perdutoquod perditum vides perditum ducas, scriveva desolatamente Catullo. Frammentare la nostra storia significa distruggerla, e bene lo compresero i rivoluzionari a fine Settecento, quando cercarono di distruggere Notre-Dame e ne fecero un tempio della Dea Ragione e poi un deposito commerciale. Forse tragedie come questo possono ancora svegliare la “vecchia Europa” e aiutarci a percepire quella continuità culturale e spirituale che sola ci dà ragione del nostro chiamarci europei. Forse non tutto è già perduto.

Guido Milanese

 

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