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Il PAPA IN MAROCCO PER UNA FESTA DI POPOLO

23.03.2019

di Chiara Zappa

Nei corridoi del monumentale Istituto Mohammed VI di Rabat si aggirano, con i libri sottobraccio, aspiranti imam, futuri murchidin - predicatori - e anche murchidat, guide spirituali donne. Tutti destinati a diventare gli ambasciatori, in Marocco e all’estero, di una dottrina musulmana moderna e aperta, in grado di contrastare l’ideologia jihadista la cui minaccia incombe ben oltre i confini delle terre dell’islam. L’istituto, nato nel 2014, ha il nome del re ed è uno dei frutti della politica di tolleranza zero contro l’estremismo promossa dal sovrano - che qui è anche il “principe dei credenti” - nel Paese in cui il tradizionale “islam del giusto mezzo” è periodicamente messo alla prova dall’impatto dei predicatori dell’odio.

Il modello marocchino si fonda su un mix particolare - scuola giuridica malikita e dottrina teologica asharita, con un forte influsso della spiritualità sufi - fiorito in un contesto che storicamente non ha conosciuto il Califfato ottomano, visto che «i turchi si fermarono in Algeria», come amano ricordare da queste parti.

Non è un caso, quindi, che proprio il Paese in cui tre anni fa è stata firmata la dichiarazione di Marrakech sui diritti delle minoranze religiose sia stato scelto da papa Francesco come prossima tappa del suo cammino di dialogo con l’islam, che meno di due mesi fa lo ha visto solcare il suolo della Penisola arabica, prima volta nella storia per un pontefice.

Se il viaggio apostolico di Abu Dhabi, con la celebrazione nello stadio davanti a una rappresentanza dell’incredibile Chiesa del Golfo e la firma della dichiarazione congiunta con l’imam al Tayeb di Al-Azhar, ha rappresentato un’occasione eccezionale per tracciare la direzione verso un futuro di impegno comune per il rispetto reciproco, la promozione dei diritti umani e il protagonismo delle religioni contro ogni violenza, la visita a Rabat mette sul tappeto anche questioni nuove.

Non solo perché giunge quando è ancora forte lo shock dell’attentato in Nuova Zelanda, dove 50 fedeli musulmani in preghiera sono stati massacrati da un suprematista bianco. «Rinnovo l’invito a unirsi con la preghiera e i gesti di pace per contrastare l’odio e la violenza», ha detto il Papa.

Soprattutto, Francesco torna questa volta sulla sponda sud del Mediterraneo, il nostro mare, casa di una civiltà dalla storia condivisa e ricettacolo di tante emergenze epocali di questo tempo.

Il Marocco fu il primo Paese islamico visitato da papa Wojtyła. Era l’agosto del 1985 e quel viaggio è ancora ricordato per il memorabile discorso che san Giovanni Paolo II pronunciò davanti a 80mila giovani musulmani, richiamando l’esigenza di «riconoscere e rispettare le nostre differenze».

Oggi, la piccola Chiesa marocchina - 30 mila fedeli soltanto sui 35 milioni di abitanti del Regno - affronta alcune sfide determinanti. Al suo interno, quella di «costruire l’unità nella diversità, visto che noi cattolici proveniamo da più di cento Paesi», spiega l’arcivescovo di Rabat monsignor Cristóbal López Romero. Ormai, i “pieds noirs”, i discendenti dei colonizzatori, sono stati sostituiti dagli europei nel Paese per lavoro e, soprattutto, dai migranti provenienti dall’Africa subsahariana. Molti, soprattutto gli studenti, sono qui legalmente e stabilmente, e costituiscono il volto presente della comunità cristiana: catechisti, volontari, anche buona parte del clero. E poi c’è la massa di disperati arrivati con il sogno di attraversare il mare e raggiungere il Vecchio continente, ma rimasti bloccati qui, visto che «l’Europa paga il Marocco per trattenerli con la forza», denuncia monsignor López. Proprio questo è l’altro fronte su cui la Chiesa locale è in prima linea, con importanti iniziative di aiuto umanitario e promozione dell’integrazione. Un servizio che papa Francesco rimarcherà visitando gli immigrati nella sede della Caritas diocesana.

I cristiani, impegnati su concreti cammini ecumenici, vivono quindi la loro quotidianità in frontiera. E se godono della libertà religiosa, quella di culto resta un miraggio: ogni marocchino nasce musulmano e la conversione a un’altra religione non è contemplata. Eppure, pochi mesi fa, gli ulema del Marocco hanno sancito che l’apostasia non può essere punita con la pena di morte.

È solo uno degli innumerevoli sintomi di un Paese in bilico tra conservazione di una cultura dai tratti arcaici e patriarcali e voglia di aprirsi con decisione al futuro. E il ruolo di Mohammed VI, promotore del rinnovamento, non è estraneo a questa ambiguità, visto che la sua intoccabilità quale garante dell’equilibrio religioso, così come di quello sociale (con il pugno di ferro se necessario) permette sì rilevanti passi in avanti ma non favorisce la partecipazione di massa al cambiamento. Per questo è più che mai importante che la visita di Francesco, come fu quella di Giovanni Paolo II, sia una vera festa di popolo.

Chiara Zappa

Chiara Zappa è giornalista e lavora per il mensile "Mondo e Missione". Collabora a diverse testate, tra cui il quotidiano "Avvenire". Ha realizzato reportage da una ventina di Paesi extraeuropei, con un’attenzione privilegiata ai diritti umani, in particolare quelli delle minoranze etniche e religiose. Da vari anni si occupa soprattutto di Medio Oriente. È autrice, tra l’altro, dei libri "Noi, cristiani d’Arabia" (Emi 2011) e "Mosaico Turchia" (Edizioni Terra Santa 2014). È direttore scientifico del festival Agorà del Mediterraneo, promosso dalla ong Coe.

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