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IL VOTO DELL'EUROPA DAI DESTINI INCROCIATI

18.05.2019

di Damiano Palano

Ogni contesa elettorale ­– diceva Elias Canetti – simula sempre una battaglia. Come se fossero eserciti contrapposti, le forze in campo non esitano a minacciarsi e a oltraggiarsi in un crescendo di tensione e di eccitazione, anche se rimuovono dal loro orizzonte il ricorso alla violenza. Per questo è quasi scontato che tutti gli appuntamenti elettorali tendano a essere rappresentati come decisivi, come scontri cruciali, persino senza precedenti. E non è dunque sorprendente che anche quest’anno le elezioni per il Parlamento europeo siano presentate come un momento epocale, come una contesa da cui dipendono le sorti del Vecchio continente, come un bivio in cui i cittadini dell’Ue saranno chiamati ad esprimersi sulla stessa prosecuzione del percorso di integrazione. Certo le consultazioni di fine maggio sono importanti. Ma probabilmente non sanciranno davvero una svolta, in un senso o nell’altro, nella vita dell’Unione.

La divisione tra “europeisti” e “sovranisti” fornisce sicuramente una chiave di lettura semplice, efficace da spendere nei dibattiti elettorali, soprattutto perché risulta facilmente comprensibile anche da chi – come purtroppo la gran parte dei cittadini dell’Ue – conosce poco i meccanismi istituzionali della politica europea. Ma si tratta di una divisione quantomeno semplicistica, per molti motivi. Innanzitutto, perché il sistema politico dell’Unione europea non funziona secondo la logica classica dei sistemi parlamentari, secondo cui governa il partito o la coalizione che vince le elezioni, o che è in grado di esprimere una maggioranza: e anche se il Parlamento ha oggi più poteri che in passato, il suo ruolo si affianca a quello della Commissione e del Consiglio, in cui in particolare emergono gli orientamenti (e gli interessi divergenti) dei singoli Stati membri. In questo quadro, le “svolte” sono molto difficili per motivi strettamente istituzionali. Attendersi che le prossime elezioni possano modificare sostanzialmente la direzione di marcia dell’Unione è dunque piuttosto semplicistico: una eventuale ‘sconfitta’ delle forze “europeiste” (se così vogliamo chiamarle) potrebbe certo complicare la gestione del Parlamento, incidere sulla stessa elezione del Presidente della Commissione e avere conseguenze sull’attività dell’emiciclo. Ma, proprio perché non siamo in un sistema parlamentare, l’ipotetica formazione di una maggioranza realmente “alternativa” a quella attuale – ipotesi peraltro piuttosto improbabile – non si rifletterebbe in modo automatico nel cambiamento della linea politica. Probabilmente, un maggiore frazionamento delle forze presenti a Bruxelles comporterebbe invece un indebolimento del peso politico del Parlamento rispetto agli altri organi dell’Ue, e dunque un rafforzamento dell’iniziativa degli Stati (come d’altronde è già avvenuto negli anni più duri della crisi economica).

Interpretare il confronto in atto come uno scontro tra “europeisti” e “sovranisti” è improprio anche per molti altri motivi, che hanno a che vedere con le istanze delle forze in campo. Con il termine “sovranismo” si ricomprendono spesso tutte quelle forze che un tempo si chiamavano “euroscettiche”, e che, in linea generale, sono critiche nei confronti della cessione di quote di sovranità al livello di governo europeo. Ma in realtà i “sovranisti” sono attualmente divisi in gruppi parlamentari tra loro ben distinti, che aggregano forze politiche molto eterogenee e che non è neppure detto si ripropongano negli stessi termini anche nel futuro Parlamento. Complessivamente, i diversi gruppi “euroscettici” potrebbero rinfoltire in modo consistente le loro pattuglie, anche perché i sondaggi nelle scorse settimane prevedevano un ridimensionamento sia per il Partito popolare europeo (Ppe), sia per l’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici (S&D), ossia per i due gruppi parlamentari che detengono oggi la maggioranza a Bruxelles. Ma le anime dell’euroscetticismo (e dell’antieuropeismo) – riconducibili principalmente a Europa delle Nazioni e delle Libertà (Enf), a Europa della Libertà e della Democrazia Diretta (Efdd), ai Conservatori e Riformisti europei (Ecr), oltre che alla Sinistra unitaria europea (Gue/Ngl) – sono tra loro tutt’altro che omogenee. Gli stessi “sovranisti” hanno peraltro prospettive diverse su questioni sostanziali, come la gestione della moneta unica e dei flussi migratori, oltre che sul modo di intendere la sovranità e il ruolo dello Stato. E anche se ci sarà quasi certamente un rimescolamento delle carte (legato anche alle complesse regole di formazione dei gruppi parlamentari), rimane dunque davvero difficile immaginare un’alleanza strutturata tra tutte le forze “eurocritiche”.

Ma anche la famiglia degli “europeisti”, a ben guardare, è tutt’altro che omogenea al proprio interno. E ciò che forse più colpisce in questa campagna elettorale è proprio la sostanziale assenza di proposte forti e condivise da parte del fronte “pro-Europa”, che – invece di indicare una strategia comune per il rafforzamento dell’Ue e per uscire dallo stallo degli ultimi anni – ha in larga parte preferito insistere sulla retorica del pericolo “populista”, rappresentandosi come il baluardo contro la “barbarie” dei nazionalismi.

A dispetto della retorica della contesa elettorale, non si può d’altronde dimenticare che l’Europa non è attraversata da una sola linea di divisione, che contrappone “europeisti” e “sovranisti”. Piuttosto, questa divisione si intreccia con una molteplicità di linee di frattura, alcune delle quali molto più profonde, come per esempio quella che divide i paesi del Sud e del Nord, o quella che separa Est e Ovest. Proprio queste fratture – spesso deposito della storia ‘lunga’ del Vecchia continente, dei differenti percorsi di statalizzazione, della collocazione geopolitica – attraversano le stesse forze europeiste e sovraniste. E sono destinate a incidere probabilmente di più sul complicato intreccio della politica europea.

Più che essere vittima del ritorno del nazionalismo, o della seduzione del “sovranismo”, l’Ue si trova d’altronde alle prese con quegli stessi mutamenti che hanno investito i sistemi democratici negli ultimi dieci anni, e che sono riconducibili all’aumento della sfiducia nei confronti delle istituzioni e della classe politica, alla frammentazione partitica e alla crescente spinta alla polarizzazione. Queste tendenze non sono ‘causate’ dall’Ue, perché sono connesse a mutamenti culturali, tecnologici e comunicativi di più ampia portata. Negli ultimi dieci anni si sono però combinate con le conseguenze della crisi economica e, più in generale, con un contesto internazionale sostanzialmente diverso rispetto al passato, che ha ridimensionato la posizione nel contesto globale di molto paesi europei e che ha messo in luce gli aspetti più critici della moneta unica. Proprio la combinazione di tutti questi fattori ha spalancato una nuova finestra di opportunità a quegli outsider che – in mancanza di parole più appropriate – abbiamo definito “populisti”, e che sono stati in grado di trasformare in capitale politico una miscela eterogenea di disaffezione, risentimento e disillusione. Il motivo per cui le elezioni di maggio sono importanti – anche se non sanciranno davvero una ‘svolta’, in un senso o nell’altro – non è perciò legato tanto alla sfida “sovranista” in sé, quanto alle conseguenze che la frammentazione e la polarizzazione potrebbero comportare per il fragile sistema partitico europeo. Il risultato delle urne potrebbe infatti andare a colpire, oltre che la forza numerica, la coesione delle proprie due forze che si sono avvicinate di più a dar forma a partiti realmente continentali (e cioè i popolari e i socialdemocratici). E in un quadro in cui l’identità politica europea rimane per lo più una formula retorica, la miscela di disaffezione, risentimento e disillusione potrebbe certo rivelarsi esplosiva. Ma nel complicato intreccio della politica europea – che spesso appare al comune cittadino come un enigmatico labirinto – ciò che dovremmo temere, più che una svolta clamorosa, è semplicemente la paralisi.
 

Damiano Palano

Damiano Palano è Professore ordinario di Filosofia politica. Insegna presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Collabora alle pagine culturali del quotidiano «Avvenire» e fa parte del comitato di redazione della rivista "Vita e Pensiero".

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