Il tuo browser non supporta JavaScript!

INGHILTERRA TRA EUROPA ED EUROPE

13.07.2019
di Enrico Reggiani

L’interminabile chiacchiericcio mediatico dei nostri giorni sulle conseguenze del referendum sulla cosiddetta Brexit (23 giugno 206) rischia spesso di far passare in secondo piano la solidità e la continuità della presenza sulla scena dell’esperienza e della cultura britannica di ciò che possiamo definire sinteticamente Europa. Un esempio? Per infrangere i comodi stereotipi che circolano negli ultimi tempi, basterebbe soltanto citare (senza inutile traduzione) una celebre frase pronunciata in un discorso alla Camera dei Comuni nel 1971 e sondare i pazienti lettori sull’identità dell’importante esponente politico inglese al quale tale frase va attribuita: “Britain, a European nation, must seek its future within a ‘United Europe’”. Chi la pronunciò? Senza ulteriori indugi e immaginando una qualche sorpresa nei pazienti lettori, rivelo che si tratta di Edward Heath (1916-2005), leader del Partito Conservatore [ebbene sì] dal 1965 al 1975, capo del Governo di Sua Maestà dal 1971 al 1974, nonché – a detta di competenti studiosi – protagonista politico dotato di “esperienza ed entusiasmo senza rivali per l’unità europea”.

D’altro canto, che si tratti di una sorpresa solo parzialmente giustificabile, lo conferma la presenza nella lingua della Perfida Albione (locuzione spregiativa per indicare la Gran Bretagna probabilmente coniata in Francia in piena Rivoluzione Francese) di almeno cinque sostantivi astratti riferibili a “the quality or fact of being European”: da un lato, il novecentesco “Europeanness” e il neologistico “Europeness”, il cui suffisso ness segnala qualità e condizione europee, nonché il bisecolare “Europeanity”, più impiegato nell’ottocento che nel secolo breve; dall’altro, gli ismi (con qualche venatura ideologica) di “Europeanism”, preferito tra diciannovesimo e ventesimo secolo, e di “Europeism”, di assai più recente conio.

Tale prolificità eurolessicale, che andrebbe più adeguatamente approfondita in sede politico-culturale, non è ovviamente fine a sé stessa. Al contrario, ha radici profonde in altre risorse linguistiche, autonome e storicamente differenziate, con cui la cultura britannica designa il Vecchio Continente: i sostantivi Europa e Europe (per tacer di un terzo, Europ, una sorta di grado zero che pare – ma non sempre lo è - scherzo di copista o di tipografo…).
In breve. La forma “classica” del primo aspira a riecheggiare i sentieri universali del Mito, facendo leva sulla propria incerta etimologia (fenicia, dunque semitica? pre-greca? greca?) ed evocando la leggenda della fanciulla rapita da Giove sotto le mentite spoglie di un toro, dalla quale avrebbero avuto origine la realtà europea e la comune esperienza dell’Occidente. Invece, la forma “moderna” del secondo tende a designare un particulare del paesaggio della Storia: beninteso, un particulare rilevante per carne e spirito, per quantità e qualità, per tradizione e prestigio, com’è rilevante quello dell’osservatore inglese che lo designa e che lo imbriglia nella sua contingenza spazio-temporale. Insomma, l’inglese che ha detto o scritto Europa potrebbe non aver condiviso – e spesso non ha condiviso – l’intenzione comunicativa di quello che, invece, ha detto o scritto Europe.

La dialettica tra le due forme – che potrei definire, recuperando una formula che Giulio Busi ha impiegato in altro contesto, come “ambiguità tra favola e geografia” e che conosce anche altre gradazioni e ibridazioni oltre a quelle qui sbrigativamente richiamate – attraversa i testi della cultura inglese con esiti al tempo stesso complessi e suggestivi. Anche in questo caso, accontentiamoci di qualche esempio. Nello scrigno cinquecentesco della cultura elisabettiana, di cui solo un’élite conosceva il raffinato segreto, c’era chi, come Philip Sidney, si dimenava acrobaticamente tra il precettistico “esempio della Fenicia Europa” ed il lirico “rapimento di Europe”, offrendo prova linguistica di una percezione dell’identità europea oscillante tra l’universalismo del mito ed il particularismo di un Io storico.

La prima metà del Seicento vide spesso i due sostantivi l’un contro l’altro armati: l’Europa mitica come strumento culturale e propagandistico dei sostenitori della monarchia contro la Europe dell’esperienza puritana, sospettosa del potere dell’immaginazione e sospinta dal sacro fuoco dell’egualitarismo (dunque: che tutti dicessero Europe!). E via seguitando: fino al lamento sull’Europa dominata e violata dall’assolutismo, impersonato da Giove tiranno, che, sulla soglia del diciottesimo secolo, Defoe frantumò tra gli sberleffi in Per Diritto Divino. Una Satira; fino al desiderio romantico di pace che, nel suo sonetto On Peace, John Keats esprimeva al tramonto dell’epopea napoleonica, perché finalmente il progetto incompiuto di “Europa’s Liberty” si completasse nel “più felice destino” di una rinnovata e libera Europe; e oltre, fino ai giorni nostri.Fino alla geniale e immaginifica interazione tra i due sostantivi che dà vita a Sanscrit (1972), poesia concepita al di là dei confini della tradizione inglese stricto sensu, da quel gigante della creazione poetica che è Les Murray, cattolico d’Australia e a lungo Nobel in-pectore, del quale piangiamo la recente scomparsa (1938-2019).

Enrico Reggiani

Enrico Reggiani insegna Letteratura inglese e Cultura e civiltà dei Paesi di lingua inglese presso la Facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Laureato in Lingue e letterature straniere presso lo stesso Ateneo, è anche diplomato in pianoforte, ha compiuto studi di composizione musicale e in ambito analitico-musicologico. È stato docente di Analisi musicale alla Civica Scuola di Musica “Claudio Abbado” di Milano e redattore della rivista “Analisi” (organo della Società Italiana di Analisi Musicale). Ha insegnato Terminologia musicale inglese e tradotto dall’inglese volumi di ambito storico- e analitico-musicologico. È regolarmente invitato a tenere conferenze dalla Fondazione La Verdi di Milano. È stato membro del comitato scientifico del Festival musicoletterario Le Corde dell’Anima ed è tuttora membro della International Association for Word and Music Studies (WMA). In Università Cattolica dirige il Seminario Letteratura e Musica e coordina il progetto cultural-musicale di ateneo Note d’InChiostro. È considerato uno dei massimi esperti italiani di William Butler Yeats.

Guarda tutti gli articoli scritti da Enrico Reggiani
 

Array
(
    [codice_fiscale_obbligatorio] => 1
    [coming_soon] => 0
    [fattura_obbligatoria] => 1
    [fuori_servizio] => 0
    [homepage_genere] => 0
    [insert_partecipanti_corso] => 0
    [moderazione_commenti] => 0
    [mostra_commenti_articoli] => 0
    [mostra_commenti_libri] => 0
    [multispedizione] => 0
    [pagamento_disattivo] => 0
    [reminder_carrello] => 0
    [sconto_tipologia_utente] => carrello
)

Ultimo fascicolo

Anno: 2019 - n. 4

Iscriviti a VP Plus+

* campi obbligatori

In evidenza

La lotta per il riconoscimento e la guerra di tutti
formato: Articolo | VITA E PENSIERO - 2019 - 4
Anno: 2019
Ogni individuo ambisce a essere riconosciuto: se lo Stato non risponde a questa esigenza, egli si rivolge alla comunità. Di qui la nascita di nuovi conflitti: per affrontarli non c’è bisogno di un nuovo Leviatano, ma di una politica della catarsi...
Scarica