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ITALIA E GIOVANI, UN RAPPORTO DIFFICILE

29.06.2019

di Luca Pesenti

Italia e giovani, un rapporto difficile. “Non siamo un paese amico dei giovani”, dicono alcuni. “Studiare non paga”, sostengono altri. “Ci state rubando il futuro, non possiamo diventare grandi, fare famiglia, progettare”, si giustificano i diretti interessati. Realtà oggettiva, parole d’ordine, retoriche pubbliche, giustificazioni auto-assolutorie: tutto si mescola in un crescendo di drammatizzazione.

Certo è che il rapporto tra giovani e istituzioni del mondo adulto non è facilissimo. Le difficoltà di ingresso nel mercato del lavoro sono forse l’indicatore più chiaro. Ma nonostante quel che taluni pensino, laurearsi resta comunque un buon affare. Il “pezzo di carta” garantisce tassi di occupazione di ben venti punti superiori rispetto alla media. Ma garantisce anche stipendi più elevati: secondo un’indagine di Willis Towers Watson, i neo dottori guadagnano al primo impiego poco più di 32.600 euro lordi, ben il 32% in più rispetto ai diplomati. Più o meno come i loro coetanei inglesi, ma meno di quanto guadagnano i loro colleghi francesi e soprattutto tedeschi.

Se c’è però un dato specifico dei giovani italiani è che sembrano essere figli dell’epoca della disintermediazione: faticano a farsi rappresentare. In parte per motivi strutturali: la loro entrata nel mercato del lavoro passa in maniera significativa per aziende di piccole dimensioni e dentro settori produttivi scarsamente sindacalizzati. La probabilità che sul luogo di lavoro incontri il sindacato è dunque molto bassa, ed è uno dei modi per spiegare il motivo per cui la loro presenza dentro le unions italiane è così bassa.

D’altro canto occorre anche fare i conti con le trasformazioni culturali che stanno investendo le nuove generazioni. I giovani descritti dalla sociologia sono infatti “liquidi”, con identità deboli, più individualisti rispetto ai loro genitori, meno disposti a riconoscersi in un minimo comune denominatore definito da bisogni di tipo sociale ed economico. Sono poi meno poco disposti ad accodarsi alle modalità tradizionali di organizzazione e rappresentanza degli interessi. Come mostrano, tra gli altri, i Rapporti Giovani promossi in questi anni dall’Istituto Toniolo, cercano nuove forme di impegno individuale, flessibili e aperte, su temi specifici, non eccessivamente vincolanti, figli di appartenenze light e “a porte girevoli”, quasi sempre locali e territorializzate. Hanno poco interesse non solo per il sindacato, ma anche per i partiti e per le modalità associative più tradizionali. Anche se non sembrano avere (ancora?) la forza e l’energia per costruire nuovi contesti organizzativi capaci di rappresentare le loro domande sociali. Soprattutto se impiegati (per scelta o per forza) come free lance a partita iva, sembrano sostanzialmente incapaci a pensarsi secondo modalità di coalizione di interessi collettivi. Anna Soru, presidente di ACTA (l’associazione che sta provando a organizzare le partite iva del terziario avanzato), intervenendo a metà giugno in Università Cattolica alla summer school del Movimento Cristiano Lavoratori organizzata dal Centro per la Dottrina Sociale della Chiesa, ha ricordato che tra i 500 iscritti i giovani sono pochi, anzi pochissimi: “Ma stiamo iniziando a organizzare quelli del comparto dell’editoria, dove si lavora a 20.000 euro lordi l’anno con dieci anni di esperienza”. Uno spaccato di quel che capita in generale nei settori della cultura. Un caso, clamoroso, è di poche settimane fa: il Ministero dei Beni culturali ha lanciato un bando per collaborazioni con professionisti per attività di archiviazione e digitalizzazione documentale alla Biblioteca Angelica di Roma. L’offerta ha dell’incredibile: 5 (cinque) euro lordi l’ora, più o meno 3,75 euro netti. 380 euro al mese, in piena precarietà. Una miseria. Eppure i candidati ci sono. “Accettano al ribasso – spiega sempre Anna Soru di ACTA – perché sono lavori gratificanti, pieno di senso per chi li fa”. Quasi non fosse lavoro, e dunque approssimandosi pericolosamente al volontariato. Insomma, forse avevano ragione i nostri vecchi: con la cultura non si mangia. Una triste e paradossale evidenza nel Paese che può vantare il più vasto repertorio di beni culturali al mondo.

Luca Pesenti

Luca Pesenti è ricercatore di Sociologia generale nella Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Sistemi di welfare comparati. Collabora a OPeRA (Osservatorio Povertà e Reti di Aiuto) nello stesso ateneo. Nel 2010-2012 ha fatto parte della Commissione nazionale di indagine sull’esclusione sociale (CIES).

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