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LA CHIESA CATTOLICA IN CINA

03.03.2018
di Agostino Giovagnoli

La Chiesa in Cina ha sofferto un lunghissimo inverno. Conta circa dodici milioni di fedeli – di cui circa sette di “patriottici” e cinque di “clandestini” – e fatica ad annunciare ad altri il suo messaggio, proprio mentre si avverte in questo grande Paese una nuova domanda religiosa e le comunità neo-pentecostali raggiungono circa cinquanta milioni di fedeli. Anche se piccola, però, la Chiesa cattolica è viva e della sua profonda bellezza spirituale si vorrebbe soprattutto parlare. Ma non si può. Da qualche tempo questa Chiesa è al centro di una bufera. Non è stato il governo cinese a provocarla. È una bufera tutta interna al mondo cattolico.

Tutto è cominciato perché papa Francesco, dopo settant’anni di una straziante situazione di divisione, senza eguali in nessun altro paese del mondo, e dopo quarant’anni di tentativi falliti per superarla, vuole restituire alla Chiesa cinese il grande bene dell’unità. “Che siano una cosa sola”, prega Gesù per i suoi discepoli. È una divisione ereditata dalla Guerra fredda: anche se è finita da un pezzo, la Chiesa in Cina continua a soffrirne le conseguenze. Per superarle definitivamente, è necessario passare attraverso un accordo con la Repubblica popolare cinese, non fine a se stesso ma come mezzo per sanare definitivamente una dolorosa ferita. A partire dal 1957, infatti, in Cina sono stati ordinati molti vescovi illegittimi e cioè senza il mandato del papa come avviene per tutti i vescovi cattolici del mondo. Hanno ricevuto una ordinazione episcopale pienamente valida, ma senza essere in comunione con la Chiesa universale. È questo che ha provocato la divisione. In casi come questi, si parla in genere di scisma: è il caso dei vescovi lefebvriani. Ma la Santa Sede ha sempre considerato particolare il caso cinese ed escluso che si tratti di scisma. Lo conferma il fatto che la grandissima maggioranza dei vescovi illegittimi ha invocato il perdono al papa e chiesto di entrare pienamente nella comunione cattolica. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI glielo hanno concesso. Ora gli ultimi sette illegittimi hanno fatto le stesse richieste e per il futuro si sta discutendo sulla possibilità che sia il papa a nominare i nuovi vescovi cattolici in Cina, sentito il governo cinese: sarebbe questo il contenuto principale dell’accordo. Non ci sarebbero più vescovi illegittimi, neanche in futuro (il problema dei “clandestini” verrebbe poi gradualmente risolto). Insomma, sanare questa profonda ferita sembra possibile. Papa Francesco ha deciso di tentare e molti vescovi cinesi, anche “clandestini”, sono d’accordo con lui.
Del resto, non è la prima volta che la Chiesa cattolica stipula un accordo con un governo o con uno Stato: è accaduto molte volte nella storia, con Francia, Germania, Stati Uniti, Spagna eccetera. Nel 1929, vennero stipulati in Italia i Patti Lateranensi, con cui il papa rinunciò al suo pur legittimo potere temporale e chiuse la “questione romana”. Li sottoscrisse, per lo Stato italiano, Benito Mussolini e ci fu chi protestò per quel “regalo” al fascismo. Non erano perfetti e nel 1984 sono stati cambiati profondamente. Oggi, però, quei Patti sono considerati un evento positivo che ha permesso alla Chiesa italiana di liberarsi di un fardello pesante e compiere un lungo cammino. Perché non sarebbe possibile tentare un accordo anche con chi governa la Repubblica popolare cinese (proprio mentre al presidente Xi Jinping viene data la possibilità di un terzo mandato e si assicura così una prolungata stabilità all’attuale regime)?

Il discorso dovrebbe finire qui. Nella Chiesa cattolica, spetta al papa e ai suoi collaboratori, dopo aver preso tutte le informazioni necessarie e dopo aver ascoltato tutte le diverse opinioni, prendere decisioni per la Chiesa in Cina, come per ogni altra Chiesa nel mondo. Se il papa ha deciso per un accordo con il governo cinese, non resta che collaborare perché sia realizzato al meglio e di pregare perché dia i frutti migliori. E invece no. Contro papa Francesco è scoppiata una sconcertante rivolta, combattuta con tutti i mezzi, anche spregiudicati. Mentre è in corso una trattativa riservata tra le due parti, una nota agenzia cattolica missionaria l’ha svelata al mondo, presentandola nel modo peggiore, calpestando qualunque vincolo di solidarietà ecclesiale e danneggiando un faticoso tentativo della Santa Sede per aiutare i fratelli cinesi. Un anziano cardinale in pensione, poi, ha svelato un suo colloquio riservato con il papa, contravvenendo ad ogni elementare regola di correttezza, affermando senza mezzi termini che i collaboratori di Francesco gli nascondono la verità e che il papa non è d’accordo con loro. La sala stampa vaticana lo ha smentito con garbo, facendo sapere che sulla questione cinese c’è pieno accordo tra il papa e i suoi collaboratori, e il segretario di Stato ha spiegato per l’ennesima volta, con grande pazienza, i fini spirituali, ecclesiali e pastorali di quanto si sta facendo: insomma, nessuna brama di un rapido successo politico diplomatico (che, tra l’altro, non si capisce quale sarebbe). Avrebbe dovuto essere più che sufficiente. Invece il cardinale Parolin è stato sprezzantemente liquidato come uomo di poca fede e insensibile alle sofferenze altrui. Si è anche continuato ad affermare che Francesco non è d’accordo con lui e la stampa mondiale è stata invasa dalla menzogna che la Santa Sede stia “vendendo” la Chiesa cinese.

Sono metodi che feriscono. Chi li usa vuole fermare il papa e impedire l’accordo, senza peraltro proporre alternative. Le sue ragioni sono comprensibili. Ma sono ragioni politiche, che non riguardano la Chiesa in Cina. Oggi sono soprattutto alcuni cattolici di Hong Kong che premono sulla Santa Sede perché assuma la loro battaglia politica contro Pechino. Ma, come ha scritto Benedetto XVI nella sua Lettera ai cattolici cinesi del 2007, non spetta alla Chiesa occuparsi dei regimi politici e le sorti dei credenti cinesi, che già hanno sofferto tanto, non possono essere sacrificate agli interessi di altri.

Agostino Giovagnoli

Agostino Giovagnoli è ordinario di Storia contemporanea presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Si è occupato tra l’altro dei rapporti tra Stato e Chiesa e di storia della Chiesa nel XIX e XX secolo. Fra le sue opere recenti: "Storia e globalizzazione", Roma-Bari 2003; "Chiesa cattolica e mondo cinese tra colonialismo ed evangelizzazione (1840-1911)", Roma 2005; "Chiesa e democrazia. La lezione di Pietro Scoppola", Bologna 2011.

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