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La religione (e l'Italia) come "brand"

21.07.2018

di Massimo Scaglioni

“Se funziona per Rai e Mediaset, non funziona per noi”. È racchiuso in questo breve e lapidario brief, utilizzato nell’ultimo decennio per orientare i produttori italiani sui progetti di fiction originale da proporre e sviluppare per la pay tv, il senso delle politiche editoriali che hanno guidato le scelte di Sky Italia, dalla messa in cantiere di Romanzo Criminale. La serie (2008-2010) fino alla prima stagione de Il Miracolo (2018-...). Un decennio che, per quanto concerne il genere della serialità televisiva di matrice italiana, è stato caratterizzato da (molti) elementi di cambiamento e (alcuni) di continuità.

Sul primo versante, la nascita di una “fiction premium” - ovvero destinata, in primo luogo, agli spettatori della televisione finanziata dalle sottoscrizioni, e non dalla pubblicità o dal canone – ha generato una sorta di “specchio” volutamente rovesciato del tradizionale storytelling televisivo, tanto sul piano dei linguaggi quanto su quello delle pratiche produttive, finendo per innovare stili e generi. D’altra parte, dentro questo processo di rovesciamento, sopravvivono alcuni fattori di continuità, più o meno profondamente legati all’identità nazionale dell’Italia: una delle persistenze più evidenti è senz’altro la centralità della religione, e del cattolicesimo in particolare, costantemente evocato, raffigurato simbolicamente e narrativamente, utilizzato come semplice sfondo “ambientale” e antropologico o come perno del racconto, talvolta rappresentato con acume e una certa capacità di aprire interrogativi densi e profondi, altre volte deformato, travisato o semplicemente banalizzato.

Religione e religiosità costituiscono da tempo, infatti, un terreno privilegiato per la rappresentazione televisiva nazionale: dalla seconda metà degli anni Novanta – ovvero nel periodo della rinascita del genere, con la progressiva crescita degli investimenti in fiction – la televisione generalista, tanto quella di servizio pubblico quanto quella commerciale, ha trovato in particolare nell’“agiografia” un proprio filone fortunato, costantemente premiato dalle scelte di un pubblico vasto, popolare e piuttosto trasversale. Le vite dei Papi e dei santi – da Papa Giovanni (Raiuno, 2002) a Il Papa buono (Canale 5, 2003), da Padre Pio (Canale 5, 2000) a Padre Pio. Fra cielo e terra (Raiuno, 2000), da Giovanni Paolo II (Raiuno, 2005) a Karol. Un uomo diventato Papa (Canale 5, 2005), da Madre Teresa (Raiuno, 2003) a Maria Goretti (Raiuno, 2003), cui si deve aggiungere la vera e propria fiction storico-religiosa – hanno rappresentato un modello narrativo e formale esteso poi anche ad altre personalità illustri, soprattutto del Novecento, raccontate nella tipica forma del biopic, della miniserie biografica.

Il modello editoriale inaugurato dalla televisione a pagamento vuole costituire per molti aspetti un punto di frattura con quello generalista, che affonda le sue radici nella tradizione pedagogica del servizio pubblico, fin dalle sue origini. I prodotti della fiction premium all’italiana sembrano guardare volutamente altrove: le matrici si ritrovano, piuttosto, nella serialità “lunga” di origine nordamericana, e in particolare nelle produzioni ad alto budget sviluppate dalle reti pay americane (da HBO a AMC ed FX), che puntano a pubblici più delimitati e “di nicchia”, alla ricerca di contenuti “controversi” e provocatori, e di una narrazione che spinge progressivamente in avanti i limiti della complessità. Questo tipo di “tv complessa” – come è stata definita da Jason Mittell – ha definito progressivamente un genere nuovo, caratterizzato in particolare dalla sua capacità di circolazione globale: l’emergere di Netflix (e degli altri operatori di streaming di prodotti audiovisivi on-line, come Amazon Video) ha dato particolare linfa a una fiction seriale dagli standard linguistico-formali internazionali ma legata, anche, a specificità produttive e tematiche locali e nazionali.

Anche in Italia la serialità premium ha puntato a trasformare, talvolta a capovolgere, linguaggi, stili e stereotipi della tradizionale fiction generalista: abbandonando intenti esplicitamente pedagogici, la serialità prodotta per la pay tv ha rappresentato, per esempio, il Male e la violenza senza mediazioni “didascaliche” o elementi di contrappeso; ha costruito esplicitamente figure di anti-eroi, giocando talvolta su toni più ironici (come nel caso di Romanzo Criminale. La serie), talvolta in maniera estremamente realistica e crudele (come accade in Gomorra. La serie). Anche la rappresentazione della religione e della religiosità subisce così una profonda trasformazione, pur restando, in parecchi casi, un elemento tematico di riferimento. La serialità pay mira per lo più, come si diceva, a raccontare storie “locali” con un linguaggio dall’appeal internazionale, pensando a nicchie variamente ampie di spettatori domestici ma anche di Paesi e culture diverse. Come dimostra anche il successo di alcuni film nazionali all’estero, i tratti che identificano “l’italianità” sono piuttosto chiari: c’è la bellezza degli ambienti, dei monumenti, dei paesaggi, talvolta non scevra da uno sguardo in grado di metterne in luce una certa decadenza (da La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino a Io sono l’amore di Luca Guadagnino); c’è la criminalità organizzata (dal film Gomorra di Matteo Garrone all’omonima serie prodotta da Sky); c’è, ovviamente anche la religione, il cattolicesimo e il centro della Cristianità (Roma e il Vaticano), che diventano altrettanti elementi del brand Italia.

I prodotti seriali premium che hanno così incluso nella loro rappresentazione elementi riconducibili alla religione sono perciò vari, accomunati da alcuni fattori ma anche profondamente diversificati negli esiti e nella loro complessità. Sono racconti, ad esempio, che piegano l’elemento religioso al punto di vista profondamente connotato di un “autore” percepito come “brand”: è il caso di Papa Pio XIII, il Lenny Belardo disegnato – nell’ottica di un traumatico rovesciamento della rappresentazione della figura di un Pontefice – da Paolo Sorrentino in The Young Pope (e poi in The new Pope, in corso di produzione): un personaggio evidentemente finzionale, da leggere più in continuità coi temi e le ossessioni del regista – il racconto del potere, in primis, da Il Divo a Loro I e II – che come una narrazione referenziale sulla religione o sul cristianesimo. Ma è anche il caso de Il Miracolo, che richiama diversi leitmotiv del suo scrittore-showrunner Niccolò Ammaniti: attraverso l’ibridazione di generi diversi, dal mistery al dramma politico al consueto crime di mafia, un evento miracoloso – le lacrime di sangue che provengono da una statuetta raffigurante la Vergine – costituisce il punto di partenza per indagare le reazioni profondamente diversificate di un gruppo di personaggi legati da fili nascosti, resi via via visibili nel corso degli episodi della seria. Ad Ammaniti sembra interessare più che il fatto miracoloso in sé, le sue conseguenze, per raccontare un’Italia che risulta come sospesa fra devozioni millenarie e fiducia nell’onnipotenza della tecnica (più che della religione), fra passato e presente (come pare suggerire anche la sigla, che riprende il popolare Il Mondo di Jimmy Fontana).

La religione compare poi costantemente, come sfondo culturale e antropologico, nella serie Gomorra, con intenti però del tutto diversi: c’è qui la volontà di piegare un certo realismo - come ha testimoniato il padre gesuita Fabrizio Valletti, superiore della comunità di Scampia, sembra che l’ostentazione di simboli religiosi pervada la cultura malavitosa della Camorra – a esigenze drammaturgiche di un racconto tragico attraversato dall’ira, dalla violenza, dalla necessità di vendetta, senza possibilità di riscatto o di (cristiano) perdono. Più flebilmente orientato a un certo banale scandalismo teso a connettere la criminalità di “Mafia Capitale” ai cosiddetti “scandali del Vaticano” (due filoni, come si è visto, del brand Italia che funziona all’estero) è la “copia-carbone” di Gomorra rappresentata dalla prima serie pay prodotta da Netflix in Italia, Suburra. Insomma, se la “nuova fiction premium” presenta evidenti tratti in comune, il giudizio che si può formulare su questi vari prodotti non può che essere molto diversificato: in alcuni casi la presenza dell’elemento religioso genera domande e spinge alla riflessione; in altri casi è puramente finalizzato a spiazzare un pubblico abituato ormai a narrazioni altrettanto spiazzanti.

Massimo Scaglioni

Massimo Scaglioni insegna Storia dei media ed Economia dei media presso la Facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Fra i suoi ultimi volumi, "Il servizio pubblico. Morte o rinascita della Rai" (Vita e Pensiero, 2016).

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