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L'altro mestiere degli scrittori

12.05.2018

di Giuseppe Lupo

Il numero di scrittori, che in Italia vive con i proventi letterari, è talmente irrisorio da non utilizzare le dita delle due mani, se si volessero contare uno per uno. Questo dato non riguarda soltanto il momento di crisi editoriale tuttora in corso, ma vale anche per il passato più immediato e lontano. Probabilmente costituisce un elemento che caratterizza più in generale la situazione italiana.

In comune con le realtà extranazionali c’è, però, il più grande problema che accompagna spesso il mestiere di scrivere libri e che è legato alla percezione della libertà. Non mi riferisco tanto a quel tipo di libertà che si esprime nel pensare, nell’agire, con tutte le naturali riserve ideologiche insite in questa formula, ma il sottile rapporto che si crea tra la nozione del lavoro e l’impegno letterario: scrivere è un’occupazione professionale o una passione, un hobby? Sotto l’apparente banalità della domanda, si nasconde un tema che prima o poi, chiunque si cimenti con penne e computer, dall’esordiente al più affermato autore, non può non affrontare, perché entra nella natura del discorso domandarsi fino a che punto sia necessario dedicarsi esclusivamente alla pubblicazione di romanzi o saggi o raccolte poetiche e quanto invece non gioverebbe avere un lavoro “ufficiale”, eterodosso rispetto alla scrittura, per non dire agli antipodi.

Elio Vittorini, che negli anni Cinquanta esercitava un ruolo di maestro per le generazioni di giovani romanzieri portati da lui a battesimo nella collana dei Gettoni, aveva un’idea in merito assai precisa: meglio trovarsi un mestiere o, nel caso lo si abbia già, non abbandonarlo mai, non importa quale esso sia, magari anche il più umile e lontano, anzi, paradossalmente sarebbe stato più conveniente che non coincidesse affatto con qualsiasi tipo di incarico intellettuale, pur di preservare quella spontaneità e quella necessità che è il valore più grande dell’esercizio letterario. «Se uno è fatto per scrivere storie» - consiglierà Vittorini a Mario Rigoni Stern passeggiando lungo il Naviglio - «scrive in qualsiasi maniera la vita lo costringa a vivere. Anzi, è tra la gente comune, nella vita di tutti i giorni che si deve cercare la verità... Se uno viene preso dal successo, dai contratti, dagli allettamenti della cultura industrializzata come una catena di montaggio, va a finire che come scrittore muore...» Che su questo principio poggiasse il magistero di Vittorini è un dato da collegare agli anni Cinquanta, al periodo cioè in cui la cosiddetta cultura industrializzata (così viene chiamata in questa pagina di ricordi) è vissuta più che altro come una minaccia all’orizzonte, come un qualcosa da temere e da cui, appunto, star lontani. L’impiego al catasto avrebbe fornito a Rigoni Stern l’opportunità di frequentare il grande magazzino dove attingere storie, volti, personaggi, una quotidianità insomma fragile e umana che altrimenti non sarebbe stato facile incontrare in nessun altro luogo.

C’è dell’altro però nelle parole di Vittorini ed è forse il bisogno che uno scrittore resti lontano dal rischio di avvitarsi dentro la spirale autoreferenziale del proprio lavoro: quell’idea un po’ perversa di abitare una cittadella utopica e rasserenante, in cui l’io autoriale avverte pochi contatti se non quelli del proprio circuito o dei circuiti a lui collegati e dove la percezione della realtà diventa un principio asettico e artificiale. Scrivere non può e non deve essere un esercizio da svolgere in un laboratorio, piuttosto è qualcosa che si contamina con la distrazione della dimensione quotidiana, con il tormento del tempo che se ne va dietro incombenze all’apparenza inutili e infruttuose, come potrebbe essere lo svolgere una qualsiasi occupazione (dai lavori umili ai più sofisticati), ma che però giovano alla propria scrittura perché la riconducono nel ramo delle azioni concrete, danno la misura dell’attesa, del prepararsi, dell’incubare un’idea narrativa o poetica, tenersela per giorni in testa, magari destinandola alla sera, come racconta Machiavelli, quando si indossavano altri abiti.

Giuseppe Lupo

Giuseppe Lupo, scrittore e saggista, è ricercatore di Letteratura italiana contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. È autore, fra l’altro, di "L’americano di Celenne" (2000), "L’ultima sposa di Palmira" (2011) e "Gli anni del nostro incanto" (2017).

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