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L’ARTE DELLA CONVERSAZIONE. Se i robot comunicano tra loro

25.11.2017
di Giuseppe O. Longo

Nel centro di ricerche sull’intelligenza artificiale (IA) di Facebook due programmi allestiti in modo da parlare tra loro in inglese hanno cominciato a usare una lingua incomprensibile agli umani. Questo episodio si presta ad alcune considerazioni, anche alla luce del pronostico, formulato da Alan Turing nel 1950, che nel 2000 i computer sarebbero stati in grado di conversare con gli umani: questa previsione per ora non si è avverata, ma i ricercatori sembrano intenzionati a costruire artefatti capaci di imitarci (e superarci) in tutto e per tutto.

Pare che la ribellione linguistica delle macchine sia un fenomeno sempre più frequente, al quale dovremo rassegnarci (oppure stroncarlo sul nascere). Del resto anche quelle macchine stupende e riottose che sono i nostri figli tendono sempre ad allontanarsi dalle regole sociali della comunicazione per inventare dialetti o idioletti da usare con gli amici e difendere la privatezza. E che dire degli scrittori e dei poeti che, privilegiando l’espressione rispetto alla comunicazione, imprimono alla lingua torsioni creative anche se a volte oscure. Insomma le derive e gli scarti linguistici sono antichi quanto l’uomo, ma quando li compie una macchina ne siamo inquietati perché ci sembra di perdere il controllo su questi che, in fin dei conti, sono prodotti nostri e che a noi dovrebbero obbedire.

L’insubordinazione della creatura nei confronti del creatore è una costante della storia e denota il vizio capitale più devastante, la superbia: ma si può applicare alle macchine la categoria del peccato? Un’altra apprensione serpeggia in noi: se rinunciassimo a sorvegliare le macchine e le lasciassimo libere di conversare tra loro come vogliono, che cosa potrebbe succedere? Una delega comunicativa così ampia non potrebbe scavare un solco sempre più profondo tra noi e loro?

Da una parte le lingue naturali che, seppure sempre in evoluzione, ci sembrano dominabili; dall’altra la catafratta torre di Babele dei linguaggi artificiali, caratterizzati da significanti che a noi non direbbero nulla. Il circuito della comunicazione si svolgerebbe sempre più fuori dell’uomo, sostanziando quello che ormai si profila come il mondo parallelo di ‘Internet delle cose’: dalla separazione si passerebbe presto alla segregazione e forse alla dipendenza se non alla schiavitù... Ma questo sta già accadendo in altri settori: in certi giochi (dama, scacchi, go...) ormai le macchine ci battono regolarmente, infliggendoci quell’umiliazione che Anders chiamava ‘vergogna prometeica’; in medicina e in chirurgia ci si affida sempre più ai robot; anche la poesia comincia ed essere esercitata dai programmi informatici...

Sì, certo, finora sono gli umani a scrivere i programmi, ma fra qualche settimana o decennio? Potremo sempre staccare la spina, si dirà: ma avranno ancora una spina questi nostri solerti e ingegnosi artefatti? Eppure, nonostante gli ammonimenti di molti scienziati sui pericoli di uno sviluppo eccesivo dell’IA, i ricercatori, le aziende e gli amministratori sono in preda a un irrefrenabile cupio dissolvi all’insegna di un gioioso etilismo tecnologico.

Giuseppe O. Longo

Giuseppe O. Longo (Forlì, 2 marzo 1941) è un informatico e scrittore italiano. Cibernetico, teorico dell'informazione, epistemologo, divulgatore scientifico, scrittore, attore e traduttore. Docente all'Università di Trieste, ha introdotto la teoria dell'informazione nel panorama scientifico italiano.

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