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LE NOZZE DI NARCISO?

23.12.2017
di PierAngelo Sequeri

Infine, doveva pur accadere. Come quando gli astronomi prevedono, in base alle osservazioni e ai calcoli, l’esistenza di un corpo celeste, e poi – finalmente – eccolo lì.

La notizia è questa. La cronaca registra con divertita (o scandalizzata) eccitazione una novità che ancora non si era vista (apparentemente). Nel nostro paese un uomo e una donna si disputano il primato di un’invenzione della quale, apparentemente sono molto orgogliosi e soddisfatti: il matrimonio con se stessi. L’anima gemella forse c’è ancora, forse non c’è più: in ogni caso, tutto lascia pensare che essa debba essere inferiore alle aspettative, rispetto all’anima identica, ossia noi stessi. L’Io si sposa col suo Sé. Evita l’ingombro di presenze fatalmente più estranee, impone di rispettare la vita da single, a tutti gli effetti, come la vita di una coppia: che scoraggia ogni intrusione nella sua intimità, nella sua armonia e, semmai, raccomanda ai parenti e agli amici di fare di tutto per agevolarla e assecondarla nella sua vita di unione. Noi, parenti e amici, in verità, avremmo continuato, in tutti i modi, a voler bene anche a quell’Io da solo: non c’era bisogno che si impegnasse a rubare l’idea della coppia di due per adattarsela pateticamente al suo legame con il proprio Sé. Come per metterlo al sicuro. Da chi? Da noi? Dobbiamo essere sinceri: questo inscatolamento forzato dell’amore di sé nei riti e nelle formalità del matrimonio ci ferisce nel nostro amor proprio. Un po’ come se mettesse dei paletti, ci mettesse a distanza, imponendoci, mediante la formale simulazione dei diritti e dei doveri di una coppia, un rispetto degli affetti che non ci sognavamo neppure di negare al singolo al quale avremmo continuato a voler bene. Nello stesso tempo, è come se ci costringesse a rispettare il codice formale di una decisione di vita che non abbiamo alcuna possibilità di osservare. Tutto quello che sappiamo, vediamo, viviamo, del matrimonio non ci serve a nulla, qui, per capire che cosa dobbiamo rispettare, condividere, sostenere e amare.

Questo “matrimonio” non accende nessun legame capace di renderci orgogliosi della potenza dell’amore che non possiamo darci da soli, sfidando l’ingenuità mortifera del narcisismo, in cui divoriamo noi stessi. Né ci lascia sperare nel futuro di uomini e donne con la schiena dritta – e non curvata su di sé – che trasmettono la vita per amore e non per natura. Qui, invece, appare la spregiudicata considerazione che “l’altro” iscritto nella relazione dell’amore – l’esclusività personale della sessualità, l’intimità relazionale della gestazione – si può anche prelevare “altrove” e “da fuori”: come una protesi che si compra o si vende al consumo, come un dispositivo impersonale usa e getta: perché nulla deve turbare l’armonia di Io e Sé, assolutamente capaci di bastare al supplemento d’amore – eventualmente – necessario al “figlio del desiderio”. Il massimo che ci si può aspettare, in tal caso, sarà la clonazione, nel figlio, di un medesimo orientamento: riprodurre e allevare Narciso. Ragioniamo sull’immagine, non sulle persone: che possono essere verosimilmente portatori inconsapevoli di una trasformazione della ricerca di sé che, pur modernamente nata con nobili intenti, ora deve fare i conti con la sua possente involuzione narcisistica. E’ anche difficile dire, stando alle notizie di stampa, quale parte possa avere la componente “esibizionistica” e “burlesca” della trovata.

Di fatto, però, l’icona paradossale di questa dichiarazione sfrontata e del suo rituale nuziale, è come il pianetino degli astronomi, prima invisibile, poi prevedibile, e finalmente visibile. Che cosa si rende ora visibile, ma era già scritto nei calcoli? Lo si può dire stringatamente. E’ visibile, in questa immagine paradossale, il movimento reale e l’esito simbolico del progetto radicale di auto-realizzazione, come senso elementare della vita, che è ormai venuto a coincidere con l’imperativo del godimento di sé, come obiettivo etico dell’agire.

Se non siamo in grado di rovesciare questo tavolo, restituendo bellezza e onore al senso della generazione della vita e all’etica della destinazione dell’amore, la malinconia nichilistica del narcisismo è destinata a prendere il sopravvento. E’ il sonno della ragione, non l’ingenuità del sentimento, che genera la mostruosità. Ed essa finisce per colpire più duramente gli innamorati di se stessi, senza che il loro desiderio d’affetto porti alcun bene alla comunità. A questo proposito, desidero accennare ad un complemento dialettico molto importante, del mio breve ragionamento. Ho detto che c’è qualcosa di patetico, posto che si tratti di un’ingenuità sincera, nel desiderio di “ratificare” l’amore di sé con la formula del “matrimonio”. Esso appare evidentemente il simbolo di un legame forte, che deve iscriversi pubblicamente nel riconoscimento e nell'apprezzamento della comunità. Lo slancio dell’affezione del “singolo” non basta dunque, senza l’apparato simbolico di un vincolo “duale” di fedeltà, per legittimare un progetto di vita (di “convivenza”). L’effetto oggettivo è quello sgradevole di un ossimoro, che si fa parassita e avvilimento di un legame che ha ben altra portata, ben altra responsabilità, ben altra grandezza. E tuttavia, quanto alla soggettività che – anche solo virtualmente – vi si riconosce, va anche elaborato un sentimento di tenerezza: che deve indurci a trovare rimedio preventivo per questo deliramento, largamente diffuso e in modo per lo più invisibile. Lo spunto lo trovo in un saggio bello e importante di Rocco Filippini (Avventure e sventure del narcisismo. Volti, maschere e specchi nel dramma umano, Edizioni Giuseppe Laterza, Bari 2006). “Approfondendo la mia ricerca, mi sono sempre più reso conto che questi aspetti descritti nel libro – lo sdoppiamento paradossale delle manifestazioni narcisistiche nella serie di fenomeni della grandiosità patologica e in quella della trepida rinuncia a sé per cercare approvazione e accettazione – sono in realtà il modo in cui il narcisismo protegge, nasconde, oppure grida una sofferenza e una fragilità, che corrisponde a una tormentosa intima sensazione di non poter esistere come si è. Essi sono la caricatura, la maschera tragica delle tensioni narcisistiche, in quanto protettrici vitali del sentimento di esistere, della sopravvivenza dell’attività mentale così come essa ha imparato a sostenersi e a riconoscersi” (p. 10).

In altri termini, se non disinneschiamo la nostra puntigliosa retorica dell’auto-realizzazione dalla piegatura narcisistica con cui la alimentiamo culturalmente, la frustrazione dell’incapacità a realizzarsi relazionalmente arriverà fatalmente all’allucinazione paradossale del narcisismo mascherato come relazione. Ultima difesa del nostro disperato bisogno di relazione, di riconoscimento, di amore vero. Le nuove generazioni sono endemicamente esposte, ormai, a questa fragilità: senza mezzi per riconoscerla e vederla. Una più spregiudicata pedagogia della fede deve disinnescare, al suo stesso interno, l’insidia delle affinità psicologiche fra auto-realizzazione e narcisismo, che assecondano involontariamente questa deriva. E riabilitarne culturalmente l’impresa. L’amore destinato ad altri è l’energia più creativa della quale disponiamo per riconoscerci degni di amore.

Pierangelo Sequeri

PierAngelo Sequeri (Milano, 1944) è Preside del Pontificio Istituto Teologico “Giovanni Paolo II” per le scienze del matrimonio e della famiglia. L’ultima sua pubblicazione è uscita da Vita e Pensiero: "La cruna dell’ego. Uscire dal monoteismo del sé" (2017).

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