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Editoria cattolica all'anno zero

03.03.2018

di Roberto Righetto

Sono scomparsi i best seller di Dio. A memoria, gli ultimi sono stati Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori (Sei 1976) e Il cavallo rosso di Eugenio Corti (Ares 1983). Poi, certo, non pochi volumi di Carlo Maria Martini, Gianfranco Ravasi ed Enzo Bianchi, pubblicati da varie case editrici laiche e cattoliche (Mondadori e Rizzoli, Einaudi e San Paolo, Queriniana e Edb), così come quelli dei papi: le encicliche o i libri-intervista, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI (come non ricordare anche il suo Gesù di Nazareth) fino a Francesco. Appena eletto Bergoglio, le case editrici non solo cattoliche fecero a gara per stampare i suoi scritti da arcivescovo di Buenos Aires, anche perché non ne esisteva nemmeno uno (la prima a vincere la corsa fu la Emi). Eppure, oggi tutto pare ristagnare. A meno che non si considerino autori cattolici Susanna Tamaro e Alessandro D’Avenia, gli ultimi in ordine di tempo a salire le vette delle classifiche con i loro romanzi che certamente hanno una tematica religiosa – ed essi stessi non nascondono la loro fede cristiana – ma non credo amino essere inquadrati nell’ambito della narrativa cattolica.

Come dare torto perciò a Giuliano Vigini che nel suo recente libretto Storia dell’editoria cattolica in Italia (Editrice Bibliografica) mette il dito nella piaga? Giungendo a chiedere un ripensamento e una riprogettazione complessiva: mancano oggi uno slancio creativo, una visione culturale, oltre che una capacità di imporsi sul mercato. Certo, vari fattori hanno contribuito a far sì che l’editoria cattolica sia giunta a questa situazione di stallo pressoché totale: oltre al contesto e al clima di un ambiente letterario e culturale che non c'è più, il calo crescente dei dati sulla lettura, visto che solo poco più del 40% degli italiani legge almeno un libro all’anno, calo che ha coinvolto innegabilmente anche preti e suore; l’emorragia nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti ecclesiali, che fino a una decina d’anni fa erano un volano per la lettura di alcuni volumi (si pensi al libro del mese di CL); una pastorale che preferisce puntare sui nuovi media illudendosi di catturare di più i giovani ma finendo per snobbare l’importanza della cultura religiosa per la formazione del credente.

Ma quella della velocità impressionante delle trasformazioni tecnologiche e della secolarizzazione rischia di essere solo una scusa. C’è stata un’incapacità gigantesca di far fronte al cambiamento, da parte degli editori cattolici, spesso a causa di presunzione, di autoreferenzialità. «Ci sono stati – ha scritto giustamente Giovanni Santambrogio recensendo il volume di Vigini sul domenicale del “Sole 24 ore” – errori di gestione, lentezze imprenditoriali, ma anche un’incomprensione del mondo cattolico che cambiava e si frammentava». Ricordo che circa 25 anni fa, al Salone del libro di Torino, mi feci promotore con l’amico Mario Cattaneo, presidente dell’Uelci, di un convegno su tema: “Editoria cattolica, quale cultura?”. Sembrava si ponessero le basi per un rilancio. Erano anni di un certo fervore, testimoniato dall’aggressività della Piemme di Pietro Marietti, che pareva porsi alla guida di una nuova stagione. Ora la Piemme pare aver smarrito il suo compito (quando l’anno scorso tenni una rubrica su “Avvenire” per segnalare 50 libri del ’900 importanti per la formazione del cristiano, parlai di tre opere di Guitton, Clément e Luzi, tutte edite da Piemme, e oggi purtroppo introvabili perché fuori commercio). Così la Lindau, che un decennio fa cavalcò la moda religiosa, pubblicando anche inediti di Chesterton, ora ha pressoché abbandonato il terreno. In questa situazione, l’Uelci stessa sembra dominata dall’inerzia.

Ma non solo: perché i cataloghi di editrici come Borla e Locusta - ricchi di autori come Simone Weil e Mazzolari - che da anni sono ferme nella loro attività, non sono acquisiti o rilanciati, com’è accaduto per Marietti 1820 rilevata da Edb? Perché un volume come Guida del gesuita… a quasi tutto di James Martin, una sorta di manuale di vita quotidiana scritto da un ex manager ora gesuita, opportunamente tradotto e pubblicato dalle edizioni San Paolo anche se con 7 anni di ritardo, in America è stato un best seller e in Italia no? Eppure San Paolo e Paoline fino a non molti anni fa costituivano un colosso editoriale, sostenuto anche da una rete di librerie diffusa in tutto il Paese, che purtroppo da quasi 100 sono ormai ridotte a poco più di 30! Per non parlare della penosa vicenda della chiusura delle librerie salesiane dell’Elledici, fra cui quella storica di via Gioia a Milano…

Ancora, perché un libro come il Diario dell’abate Mugnier, uno spaccato della vita letteraria francese del ‘900, circa 20 anni fa venne edito da Einaudi e non da un casa editrice cattolica? Il pretino fu amico di Huysmans, Cocteau, Maritain, Gide, Valery… Tutti nomi dimenticati, direte voi. Così come Graham Greene, Péguy, Bernanos, Julien Green. Solo qualche editore laico, come Adelphi, negli ultimi anni ha avuto il coraggio di ripubblicare Mauriac e Bloy. E di mandare in libreria quello che considero il più importante libro cristiano degli ultimi anni, Il Regno di Emmanuel Carrère (altra occasione persa dell’editoria cattolica). Ecco, a volte credo che il problema sia la mancanza di coraggio. E di uomini nuovi. Mi piacerebbe vedere riproposti alcuni degli autori appena citati, la cui stagione è finita ma le cui opere sono attualissime (si pensi alla figura di Mouchette), con nuove prefazioni di scrittori di oggi, anche non credenti. Tra l’altro, proprio dalla Francia ci è arrivato di recente l’esempio di un romanzo religioso, Bakhita di Véronique Olmi, divenuto un best seller e che ha quasi vinto il Goncourt. A proposito, perché tutte le opere di un autore di culto come Eric-Emmanuel Schmitt in Italia sono pubblicate da e/o e non da un editore cattolico (con l’eccezione del Vangelo secondo Pilato)? Ripeto: mancanza di progettualità, di visione e di coraggio. Non ci salveranno solo i manager.

Non tutto è però da buttare: a parte la desolazione sul versante letterario, resta insostituibile il ruolo di alcune case editrici cattoliche in campo teologico e filosofico (Morcelliana e Queriniana in primis, capaci ancora di pubblicare testi di Ricoeur e di Guardini, di Jonas e di Bobbio, di Moltmann e Grün), così come non possiamo qui non citare, per la saggistica religiosa, ancora la Emi, che manda in libreria autori come Tagle, Radcliffe, Jenkins, Tolentino, Giraud; le Edb, che proprio di recente hanno pubblicato Augé, Kristeva, Nemirovskj e persino Follett; e – mi sia consentito anche se coordino la rivista omonima – Vita e Pensiero, con volumi di George Steiner, Maryanne Wolf, Carlo Ossola e Pablo d’Ors e che fra pochi mesi, in occasione del centenario, rilancerà Il Grande Codice di Northrop Frye, sinora nel catalogo Einaudi. Segni di vitalità permangono ed è vero che i miracoli non li fa nessuno, ma la Chiesa italiana dovrebbe porsi davanti la sfida di rianimare la cultura religiosa del nostro Paese anche attraverso lo strumento del libro, senza paura e puntando su forze giovani e preparate.

Roberto Righetto

Roberto Righetto è coordinatore della rivista "Vita e Pensiero", il bimestrale di cultura e dibattito dell'Università Cattolica. Dal 1988 al 2016 ha diretto le pagine culturali di "Avvenire". E' autore di vari libri fra cui "Monaci" (Giunti 1997), "La conversione del filosofo maoista" (Piemme 1998), "Dialoghi sull'aldilà" (San Paolo 2003) e "Tracce di cristianesimo" (Morcelliana 2013). Nel 2012 ha curato una collana sulle Beatitudini in 8 volumi usciti da Lindau.

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