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L’ETA E L'ADDIO ALLA VIOLENZA. LO SCRITTORE SCEGLIE IL PERDONO

28.04.2018

di Fernando Aramburu

Sono nato lo stesso anno dell’Eta, nel 1959, e ci ho sempre convissuto. La mia memoria è piena di autobus in fiamme, persone coperte da un lenzuolo, pozze di sangue, pareti tappezzate di slogan aggressivi. Di fatto il terrorismo dell’Eta lo porto dolorosamente dentro. Molte volte mi sono chiesto perché non ho impugnato anch’io un’arma per uccidere dei miei simili, solo per il fatto che non la pensassero come me.

A metà degli anni ’80 mi sono trasferito in Germania e mi sono ritrovato in un paese che non era il mio, dove non si parlava la mia lingua. Ho dedicato il mio primo anno lì trascorso a scrivere un libro di prose brevi, con l’idea di liberarmi da tutte le abitudini di un poeta: contare sillabe, tremare di paura davanti alle ripetizioni. È in questo modo che mi sono addentrato nel mondo della prosa e sono arrivato a scrivere Patria. E’ il mio nono romanzo e quando sono arrivato a questo libro avevo accumulato esperienza, anche se in realtà avevo iniziato con la poesia. A volte con molta ironia dico che non l’ho mai abbandonata, anche se adesso chiamo tutto romanzo.

Per certi aspetti, mi rivedo in uno dei personaggi di questo romanzo, Gorka. Ci sono almeno due circostanze che ci uniscono. La prima è di tipo biografico. Anch’io sono stato giovane in un luogo dove la violenza veniva praticata e giustificata. Anch’io come lui sono stato esposto all’indottrinamento e alla propaganda che inneggiavano alla violenza. La seconda circostanza che mi lega al personaggio di Gorka è l’educazione di stampo cristiano che ho ricevuto. Non sono religioso né praticante, ma conservo i valori che mi sono stati trasmessi e che mi sembrano validi per convivere con gli altri. Riconoscere la dignità e l’umanità dell’altro, aiutare chi cade, chi si ammala, chi ha un problema. Questi principi li sento miei e sono incompatibili con la violenza. A quindici anni non potevano affascinarmi le armi perché in realtà nel mio orizzonte di vita c’erano altri valori: la pittura, la musica, la cultura, i libri, la creatività. Anche Gorka si salva grazie alla cultura: il suo amore per i libri lo protegge da qualsiasi esercizio di violenza.

L’incorporazione alla lotta armata è stata per molti una bravata di gioventù. Sono stati attratti, in particolare, dall’atmosfera campanilistica che spesso si genera nel gruppo. In realtà, sono convinto che sia più corretto parlare di “cervelli conquistati”. Nessun essere umano nasce con il desiderio di uccidere. Ciò che diventiamo con il tempo dipende dall’educazione e dagli insegnamenti che riceviamo sin da piccoli, che sono fondamentali nella formazione del nostro sistema cognitivo. Purtroppo può succedere che propaganda e dottrina riescano a influire sulle menti di alcuni e a convincerli che ciò che stanno facendo è legittimo. L’essere umano è fatto così e non c’è nulla di irrazionale in questo. I giovani, poi, sono particolarmente vulnerabili e mi è capitato spesso di vederli cadere vittime di un’ideologia sbagliata e, proprio per questo motivo, credo che il tema centrale della mia opera sia il perdono. Dal mio punto di vista, però, il perdono è un sentimento molto delicato e, soprattutto, personale. Il perdono non ha nessun senso se richiesto in pubblico, davanti a una folla di giornalisti e fotografi, perché così si trasforma in un atto di propaganda. Ho parlato con diverse vittime del terrorismo, ho chiesto loro se sarebbero state disposte a perdonare e ho ottenuto risposte molto varie. Ricordo una vedova che mi disse che non poteva essere lei a perdonare chi aveva ucciso il marito, perché il perdono spetta soltanto alla vittima.

Il romanzo l’ho intitolato Patria in parte per capriccio, volevo scrivere un titolo di una sola parola, in parte perché volevo rifarmi al significato che quella parola può avere dal punto di vista umano. Un significato che ha a che vedere con gli spazi, gli affetti, i luoghi dell’infanzia. Chi vive all’estero è sottoposto continuamente all’esperienza della nostalgia. Questo significato è qualcosa di molto naturale, l’essere umano infatti prova sentimenti di appartenenza, di identificazione con la collettività, con il paesaggio. Tuttavia ci sono altre accezioni del termine che mi sembrano pericolose e la pericolosità sorge proprio nel momento in cui la patria viene sacralizzata e l’amore per essa diventa una sorta di religione. Può succedere quindi che chi non si allinea a questo tipo di pensiero, debba essere eliminato. Il concetto sottintende un filtro, il nazionalismo, che coinvolge solamente coloro che rispondono a precise caratteristiche e che mostrano determinati convincimenti. Nella mia terra natale sono morti dei giornalisti solo per aver espresso la loro opinione sui giornali e anch’io ho corso lo stesso rischio per questo  motivo.

Potrei dire che Patria è un romanzo improvvisato, ma fino ad un certo punto. Prima di iniziare a scriverlo nella mia testa erano chiari i personaggi e la struttura. Sapevo quale doveva essere la direzione che avrebbe dovuto prendere la storia e sapevo anche quale sarebbe dovuto essere il tono con cui scriverla. Ma il racconto è stato tutto improvvisato. Al contrario, mi sono molto concentrato sulle scelte linguistiche. Ho lavorato innanzitutto sulla verosimiglianza: è fondamentale che i personaggi siano credibili e che si esprimano in modo naturale. Questo processo deve essere messo a punto in modo graduale, non si tratta di riversare nella scrittura notevoli quantità di espressioni linguistiche locali che, alla lunga, stancherebbero il lettore. È importante somministrarne una dose sufficiente affinché gli interventi dei personaggi abbiano il sapore dell’autenticità. La voce è tutto e la storia si produce esclusivamente nella testa di chi legge e non nel testo.

Il testo è la trascrizione di un incontro che lo scrittore basco ha tenuto in Università Cattolica il 5 aprile 2017 nell’ambito del ciclo di incontri Parole contemporanee promosso dal professor Dante Liano, docente di Lingua e Letteratura spagnola. Traduzione a cura di Benedetta Belloni, Sara Carini, Francesca Crippa.

Fernando Aramburu

Fernando Aramburu (San Sebastián, 1959) ha studiato Filologia ispanica all’Università di Saragozza. Trasferitosi in Germania per insegnare spagnolo, ha poi (dal 2009) abbandonato la docenza per dedicarsi alla scrittura e alle collaborazioni giornalistiche. Tra le sue pubblicazioni: "Vita di un pidocchio chiamato Mattia" (Salani, 2008); "Patria" (2017; Premio de la Crítica 2017).

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