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Nel battito del cuore

15.12.2018
di Rosita Copioli

Cercava di raggiungere alla svelta il nosocomio, il pomeriggio della vigilia di Natale. Erano mesi che non lo chiamavano per un consulto. Si trovò infilato in una serie di rotatorie che non conosceva. Tutte erano sormontate da collinette artificiali, e di lì si snodavano strade nuove. Al centro e ai bordi alti e massicci sbarramenti di guardrail in lamiera grigia, prendevano allo stomaco. Era quasi la sua città. Vi aveva abitato quando lavorava in quell’ospedale ed era sposato ad Anna, un’anestesista. Era quasi la sua città, ma non la riconosceva. Prima di imboccare la via giusta, veniva continuamente rispedito verso l’enorme ipermercato costruito a velocità record insieme agli svincoli. L’uno e gli altri avevano cancellato la dolce prospettiva delle antiche colline. Il Tempio del Consumo ammiccava sotto la pioggia come un immane parco giochi. Scintillavano i Santuari delle Vendite, che odiava con una passione feroce e impotente. Il culmine era arrivato già il 20 ottobre 1999, quando all’aeroporto di Londra aveva visto dondolare nell’aria i giganteschi pupazzi di gomma dei Babbi Natale, che sventolavano le lunghe braccia rosse a tubo, due mesi prima del Natale vero.

Lui era un metronomo, nella vita e nella professione. Come può un cardiologo ammettere ritmi disgraziati, lui che deve misurare ogni battito dei cuori con l’attenzione di un Mozart? I ritmi giusti erano quelli della vita, nella misura misteriosa di chi è vivo. Quando vi comparivano le passioni e le disperazioni, le noie e i furori, le depressioni e i dolori, i lutti e le angosce insieme con le gioie più intense, il loro diapason aveva una ricchezza di modulazioni senza fine. Sistole e diastole, contrazioni e distensioni in misure indecifrabili, nemiche della monotonia che precede la morte.

Al Natale - la creazione del tempo della luce, della vera nascita - era stato rubato il senso. Zachele, l’ostetrica di Betlemme, lo aveva raccontato così bene a Simone, figlio di Giuseppe!

La notte del 24 dicembre una luce fulgidissima entrò con Maria nella grotta, la illuminò da cima a fondo. Maria era immobile, guardava fisso solo il cielo. Nella sospensione del suo sguardo, si fece silenzio. Tutta la terra si fermò. I venti cessarono, le foglie degli alberi non frusciarono, le acque dei fonti e dei fiumi non scorsero e tacquero, le onde del mare si bloccarono, nessuna voce d'animale e di uomo si udì. Le stelle del cielo interruppero il moto, e perfino le misure delle ore tramontarono. La luce sfolgorante della grotta, che non venne mai meno, né di giorno né di notte, si intensificò, si concentrò: divenne simile a un bambino di luce che offuscava ogni sole: un bambino senza peso, senza macchia. Ora rideva con un viso dolcissimo, ora manifestava la sua regalità tremenda. Ora appariva piccolo e tenero, ora grande, moltiplicando in sé ogni aspetto di Dio. Il bambino guardò Zachele amorosamente. Emise un lampo di luce, e apparve per sempre a lei, e poi a tutti noi, «come una pace che tutto placa».

In quel momento estatico, dove Dio si era incarnato, non esistettero le guerre, le infamie, i delitti, le offese. Il bambino Dio promise un tempo eterno, di nascita senza più morte, anche se poco tempo lo separava dalla croce. Dio aveva riposto la promessa di pace nella sua carne di uomo, sul fieno di quella mangiatoia dove egli stesso era fieno; aveva già fissato nella sua carne i chiodi della croce, con amore violento, da immagini di nascita e di speranza.

Francesco, il metronomo, era fisso lì. La sua infanzia gli aveva appreso questo mistero: il tempo di Dio che irrompe nella carne dell'uomo, squarciando le tenebre.

Oggi quel tempo atteso lentamente, meditato e vissuto nella sua paziente preparazione veniva bruciato in anticipo, sovraccaricato di troppi oggetti, immagini estranee, impulsi veloci. Impossibile depositarli in sensazioni durature e in pensieri, farne esperienza. Francesco si sentiva oppresso da una mole di cose e di ore che si ingolfavano e diventavano subito morte.

Quando raggiunse il vecchio reparto, si stupì nel trovarlo così trascurato. Gli illustrarono il caso per cui l’avevano chiamato. Volevano il suo parere per un trapianto senza il quale un paziente non aveva speranza di sopravvivere. Aspettavano che si pronunciasse per decidere di intervenire, e se fosse stato un assenso, gli chiedevano di guidare l’équipe chirurgica. Il malato era anziano, e aveva altri organi compromessi da una malattia degenerativa. Nutrivano dubbi sulla possibilità di riuscita, pensavano non ne valesse la pena. Ma la compagna dell’uomo, già loro collega, insisteva: ostinata. Non gli avevano detto i nomi di quelle persone. Non sapeva che la compagna dell'uomo era la sua ex moglie. Non l'aveva incontrata più, dopo che lei - morto il loro unico figlio a tre anni, in un intervento che lui non era stato capace di evitare - l'aveva lasciato. Si era trasformata in accusatrice. La furia aveva preso possesso di lei, l'aveva invecchiata di colpo. Lo denigrava dovunque, tanto che aveva dovuto cambiare città.

Quando lo vide, lei gelò. Nemmeno a lei i medici avevano detto chi chiamavano. Si videro così cambiati. Su entrambi cadde una gran pena. Di lei solo un’immagine l'aveva tormentato, rimanendo intatta. Gli occhi, quelli di una morta già amata, avevano continuato a vivere per sempre, come i versi dei grandi poeti. Ma ora gli sguardi di un'altra persona si spalancavano su di lui: gli occhi della disperazione, della debolezza, della paura.

Anna tremava. Nessuno dei due riusciva a pronunciare parole. Nemmeno Francesco, in quella vigilia di Natale, aveva qualcosa di buono dentro di sé, che poteva dargli calore. Era un uomo amputato. Ogni istante il pensiero di Maria gli doleva come il taglio di una gamba o della mano. Erano stati una carne sola. Il cancro aveva tagliato in due quella carne, e lui non poteva non sentirsi troncato. Siamo stati amanti sfortunati, pensava. La tua assenza è come il cielo che si stende su ogni cosa. Ma ciò non è vero del tutto, perché so che c'è un luogo dove avverto la tua assenza in modo preciso: un luogo che non posso evitare. Il mio corpo. Quando era il corpo dell'amante di Maria, aveva ben diversa importanza. Ora è una casa vuota.

Forse l'intervento per lo sconosciuto che aveva salvato Anna da se stessa, sarebbe stato inutile. Ma quell'uomo inerme nella camera di rianimazione, nudo come si è alla nascita e al momento della morte, richiedeva un'attenzione che non gli poteva negare. Intorno a sé vedeva continuamente lo stesso dolore, nelle carni tribolate dei malati che non sempre poteva guarire. Si rispecchiava in quel povero Cristo affratellato a lui da una donna amata e dal fallimento del proprio amore: vecchio e nudo in quel letto, indifeso come il bambino nella mangiatoia.

Anna abitava in una delle rare case rimaste sulla spiaggia, nella zona più deserta della riviera. Come un fiume scorreva senza fine il tempo dilatato e istantaneo della memoria. Si rivedeva bambino in una casa simile, nei primi anni cinquanta. Nella grande, fredda casa, immersa nel silenzio. Solo il fischio del Furiano che batteva le onde e soffiava la sabbia fino alla soglia, poteva interromperlo. C'erano i due nonni, e si preparava il Natale.

Il nonno paterno, che abitava nella casa, era l’architetto delle sue immaginazioni. Con lui allestiva il presepe, accostando tavoli e mobili nell'angolo della sala vicino alla porta d'ingresso. I preparativi cominciavano almeno dieci giorni prima. Modellando carta robusta creavano in gradazione, dal più basso vicino, al più alto lontano, i dislivelli di radure, fossati, laghi, pendii, monti. Alle pareti la carta blu era il cielo della notte santa, dove avrebbero brillato le stelle con la cometa che guidava i re magi fino alla grotta. I fiumi, i ruscelli e i laghi erano di carta argentata e di pezzi di specchio. Per il paesaggio di prati e boschi e monti, aveva una cura particolare. Il muschio a zolle di velluto, e quello fioccoso degli sfagni, veniva raccolto nel giardino e nella campagna, insieme a pianticelle, rametti, legni ritorti lavorati dal mare, mentre i sassi venivano adoperati per i valli, i picchi, le sporgenze rocciose. Poi il paesaggio si animava. Sullo sfondo, in alto, il cuore radioso della grotta-capanna, ospitava Gesù bambino nella mangiatoia, scaldato dal fiato del bue e dell'asina, sotto lo sguardo di Maria e di Giuseppe. I pastori con le pecore, seguiti dai cani gremivano i declivi erbosi, capre e stambecchi scalavano rocce, bestie da soma salivano sentieri, su laghi e torrenti nuotavano anatrelle, un pescatore gettava la lenza fra i muschi che si specchiavano dalle rive, un cacciatore suonava il corno nel bosco, lavandaie battevano i panni nella gora, vecchie filatrici davanti alla soglia delle case salutavano una ragazza che incedeva con l'orcio sulla testa mentre le galline razzolavano nei cortili, il fabbro, il falegname, il panettiere, il formaggiaio lavoravano nelle loro botteghe, passava una dama nella carrozza. Tutto era simultaneo. Solo i re magi dovevano spostarsi ogni giorno con le loro carovane, fino a raggiungere il bambino nell'Epifania.

Il presepe era la maggiore gioia del Natale. Non c'era paragone con il bellissimo abete, donato dall'altro nonno, la cui punta toccava il soffitto, che si poteva addobbare anche lo stesso giorno della vigilia con i lunghi fili d'oro e d'argento, le sfere e le forme di vetro soffiato, le luci colorate, e il pennacchio stellato sulla cima. Non c'era paragone nemmeno con la sorpresa dei regali che Gesù bambino portava nel silenzio della notte. E non c'era paragone, perfino, con i meravigliosi pranzi che la mamma apparecchiava da giorni. Il presepe riuniva tutto quello che avrebbe contato per lui. Le forme della natura dove la Sacra Famiglia si incarnava, protetta dal respiro delle più miti tra le bestie; il bel paesaggio che gli uomini avevano plasmato nei secoli e che ora veniva distrutto; le regole della prospettiva; le armonie dei rapporti tra gli uomini, gli animali, gli oggetti, che convivevano fraternamente come nel tempo delle fiabe: tutto questo era modellato sull’istante della nascita di Gesù, quel tempo sospeso e reale, che abbatteva le barriere della morte e instaurava il regno dell'Immaginazione.

Stava di fronte all'albero più grande del giardino, lo guardava da sotto in su, come il primo albero del mondo, l'albero frondoso dell'Eden, l'albero nudo del Calvario. Gli parlava, abbracciava il tronco macchiato di salsedine, e le sue piccole mani si ferivano con le sue scaglie.

Soffriva e gioiva, allora come adesso. E desiderò di avere accanto a sé un bambino. C'era una gran solitudine d'inverno davanti al mare. Il silenzio batteva come un cuore umano.

Rosita Copioli

Rosita Copioli, poetessa e scrittrice, ha vinto il Premio Viareggio con "Splendida lumina solis". La sua ultima raccolta, uscita per Mondadori, è "Le acque della mente".

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