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NELLA BIBLIOTECA DELLA MEMORIA

03.11.2018

Nel turbine dell'incertezza e delle paure del nostro tempo Alberto Manguel, che sarà protagonista alla festa di chiusura del centenario dell'editrice, ricorda che la letteratura può dare una mano. Una mano forte, “reale come la carta e resistente come l'inchiostro”, capace di offrirci un riparo e un po' di cibo nel passaggio attraverso la selva oscura della vita.

di Alberto Manguel

La mitologia impoverita del nostro tempo sembra aver paura di andare sotto la superficie. Diffidiamo della profondità, ci prendiamo gioco di ogni riflessione lenta. Immagini horror scorrono sui nostri schermi, grandi o piccole, ma non vogliamo che siano rallentate dai commenti: vogliamo vedere gli occhi di Gloucester strappati ma non il resto di Re Lear.

Una notte di qualche tempo fa, stavo guardando la televisione in una stanza d’albergo, facendo zapping da un canale all'altro. Forse per caso, ogni immagine che per alcuni secondi occupava lo schermo mostrava qualcuno ucciso o picchiato, una faccia sconvolta per l'angoscia, un'auto o un edificio che esplodevano.

All'improvviso mi resi conto che una delle scene che avevo visto non apparteneva a una serie televisiva ma a un telegiornale sulla guerra nei Balcani. In mezzo ad altre immagini che accumulandosi diluivano l'orrore della violenza, avevo osservato impassibile una persona reale, colpita da un proiettile reale.

George Steiner sosteneva che l'Olocausto aveva tradotto gli orrori dei nostri inferni immaginati in una realtà di carne e ossa carbonizzate; può darsi. Questa traduzione segnò l'inizio della nostra moderna incapacità di immaginare il dolore di un'altra persona.

Nel Medioevo, ad esempio, gli orribili tormenti dei martiri raffigurati in innumerevoli dipinti non erano mai guardati semplicemente come immagini di orrore: erano illuminati dalla teologia (per quanto dogmatica, per quanto catechistica) che li generava e li definiva, e la loro rappresentazione intendeva aiutare chi guardava a riflettere sulla continua sofferenza del mondo.

Non tutti gli spettatori avrebbero necessariamente guardato oltre la mera oscenità della raffigurazione ma la possibilità di una riflessione più profonda era sempre presente. Dopo tutto, un'immagine o un testo possono solo offrire la scelta di leggere più o meno profondamente; questa scelta il lettore o lo spettatore possono rifiutarla dal momento che di per sé testo e immagine non sono altro che impressioni su carta, macchie su legno o su tela.

Le immagini che ho visto quella notte erano, credo, nient'altro che superficie; come i testi pornografici (slogan politici, American Psycho di Bret Easton Ellis, pubblicità spazzatura), non offrivano nulla se non ciò che i sensi potevano percepire subito, insieme, fugacemente, senza spazio né tempo di riflessione.

Il bosco dello specchio di Alice nel paese delle meraviglie non è fatto di simili immagini: ha profondità, richiede pensiero, anche se (per il tempo che lo attraversiamo) non offre un lessico per nominare i suoi elementi con appropriatezza.

La vera esperienza e la vera arte (per quanto scomodo sia diventato l'aggettivo) hanno questo in comune: sono sempre più grandi della nostra comprensione, persino delle nostre capacità di comprensione. Il loro limite esterno è sempre un po’ oltre la nostra possibilità, come una volta ha descritto la poetessa argentina Alejandra Pizarnik:

«E se l'anima dovesse chiedere, è ancora lontano? devi rispondere:
Dall'altra parte del fiume, no, non questo che vedi ma quello appena più in là».

Per arrivare fin qui, ho avuto molte e meravigliose guide. Alcune travolgenti, altre più intime, molte davvero divertenti, poche illuminanti più di quanto uno potrebbe sperare di vedere. La loro scrittura continua a mutare nella biblioteca della mia memoria dove circostanze di ogni sorta - età e impazienza, cieli e voci diverse, vecchi e nuovi commentari - continuano a spostare i volumi, a cancellare passaggi, aggiungere note ai margini, cambiare copertine, inventare titoli.

L'attività furtiva di simili bibliotecari anarchici espande la mia limitata biblioteca quasi all'infinito: ora posso rileggere un libro come se non lo avessi mai letto prima. A Bush, la sua casa a Concord, il settantenne Ralph Waldo Emerson iniziò a soffrire di quello che probabilmente era il morbo di Alzheimer. Secondo il suo biografo, Carlos Baker:

«Bush divenne un palazzo dell'oblio ... [Ma] leggere, disse, era ancora un "piacere intatto". Sempre più lo studio a Bush divenne il suo rifugio. Si aggrappava alla routine confortante della solitudine, leggendo nel suo studio fino a mezzogiorno e tornando di nuovo nel pomeriggio fino al momento della passeggiata. A poco a poco perse il ricordo dei suoi scritti, e si divertì a riscoprire i suoi saggi: "Sì, queste cose sono veramente ottime", disse a sua figlia».

Qualcosa come la riscoperta di Emerson mi accade anche ora quando prendo L'uomo che era giovedì o Dr. Jekyll e Mr. Hyde, e li incontro come Adamo che saluta la sua prima giraffa.
Questo è tutto?

A volte mi sembra abbastanza. In mezzo all'incertezza e alle molte paure, minacciati dalla perdita, dal cambiamento e dal dolore crescente dentro e fuori di sé, per il quale non esiste conforto, i lettori sanno almeno che qui e là esistono alcuni luoghi sicuri, reali come la carta e resistenti come l'inchiostro, per darci un tetto e un po’ di cibo nel nostro passaggio attraverso la selva oscura e senza nome.

(a cura di Simone Biundo)


Alberto Manguel

Alberto Manguel, narratore, scrittore e traduttore, è stato il direttore della biblioteca Nazionale di Buenos Aires. Allievo di Jorge Luis Borges ha scritto molti libri, tra cui ricordiamo: "Una storia della lettura" (1996), "Dizionario dei luoghi fantastici" (2008), "Stevenson sotto le palme" (2007), "Tutti gli uomini sono bugiardi" (2010), "Una storia naturale della curiosità" (2015), "La città delle parole" (2016).

Guarda tutti gli articoli scritti da Alberto Manguel
 

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