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TI ODIO, TI CANCELLO... Gli insulti social

23.06.2018

di Gigio Rancilio

Chiamatele come volete (parole ostili, hate speech, violenza verbale, parole contro, odio) ma il risultato non cambia: siamo di fronte ad un'esplosione di odio verbale che ci sembra non abbia precedenti. Comunemente attribuiamo la colpa di tutto questo ai social network. Ma siamo sicuri che sia davvero così? A dare retta alle ultime relazioni sul tema redatte da Facebook (di parte, ma non per questo senza valore) i contenuti violenti rimossi dal più frequentato social network del mondo nel primo trimestre 2018 sono stati 3,4 milioni, quasi il triplo del trimestre precedente. Quindi, una crescita dell'odio sui social c'è stata. Eccome. E ben 2,5 milioni di contenuti di «odio» sono stati rimossi dal social nello stesso periodo.

Tutti questi contenuti insopportabili – sempre secondo Facebook – «pesano tra lo 0,22% e lo 0,27% delle visualizzazioni».

Ciò che Facebook non ci dice è che i contenuti di odio, anche quelli pubblicati nei commenti, hanno un triplo potere negativo: bloccano la discussione in atto (perché paralizzano le persone normali che fino a quel momento si stavano confrontando su un certo tema); tendono a elevare il livello di volgarità e di scontro della discussione; allontanano dell'interazione tutte le persone normali, che normalmente decidono di restare in silenzio o di andarsene.

Anche in Italia contro i contenuti di odio si stanno moltiplicando le iniziative e sono tutte meritorie. Così come l'idea di insegnare a scuola la cultura del confronto.

C'è solo un piccolo particolare, anzi due. Queste iniziative educative non arrivano quasi mai a chi ne ha davvero bisogno. Così come continuare a ripetere che dobbiamo insegnare ai ragazzi a utilizzare le tecnologia digitali è solo una parte del problema, che nasconde una triste verità: i peggiori odiatori da social sono tutti ultra trentenni, e quindi da anni fuori da qualunque sistema scolastico. Sono persone convinte di sapere tutto e di avere capito tutto. E che molto, molto difficilmente ammetteranno i propri eccessi. Non è un caso che ogni volta che la Polizia postale bussa alla porta di un odiatore social che, magari, ha augurato la morte a un'alta carica dello Stato, il colpevole cade dalle nuvole e ripete: «non pensavo di fare nulla di male».

Gli odiatori hanno la loro dose di colpa e i social potrebbero fare ancora di più per filtrare i contenuti d'odio, ma in mezzo ci siamo noi. Nessuno escluso. Noi che, per il quieto vivere, non stigmatizziamo con abbastanza forza l'amico social odiatore. Per non parlare di tutti coloro che gestiscono le pagine Facebook di giornali, TV, partiti politici e qualunque altra "attività" che può generare discussione. Voi non siete tenuti a saperlo, ma chi amministra una pagina su Facebook può decidere di mettere dei filtri a chi commenta i suoi contenuti. E se non lo fa , molto spesso, non è per amore della libertà di pensiero ma perché bloccando alcuni commenti volgari o pieni di odio abbassa il peso social della propria pagina.

C'è anche un altro motivo, ben peggiore. Certi giornali, come certi politici hanno fatto della volgarità e dell'odio uno dei pilastri del loro modo di comunicare. E qui sta il problema. Le parole d'odio sono ormai usate da (quasi) tutti. Ma a sdoganarne l'uso, fino a farle diventare praticamente "normali" non sono stati i social, ma la televisione, la politica e alcuni mass media.

Sono passati quasi trent'anni da quando in TV, al Maurizio Costanzo Show, l'allora quasi sconosciuto Vitorrio Sgarbi disse in diretta che voleva vedere morto il critico d'arte Federico Zeri. Fu uno scandalo, e un successo di pubblico. Così da quel momento l'offesa e la rissa dilagarono nei programmi delle tv e delle radio private e poco anche dopo anche nei programmi Rai e persino nei talk show politici.

Oggi pensiamo che il problema siano i social (e in parte lo sono). Ma il vero problema non è l'odio sui social ma quello che ha inondato tutti gli ambiti della nostra vita. A partire dal dilagare degli insulti nel linguaggio quotidiano. Insulti che, come ci ricorda Papa Francesco, «uccidono il futuro». Senza dialogo, infatti, siamo destinati a sparire.

Quindi? Qualcosa indubbiamente va fatto ma se dipendesse da me, partirei dalla domanda più difficile: come facciamo ad arginare l'odio quando persino moltissimi cattolici (alcuni preti compresi) si esprimono sui social (anche contro Papa Francesco) in modo vergognoso?

Come scriveva nel 1954 nel volume «In The Nature of Prejudice» lo psicologo Gordon Allport, le «parole contro» sono il primo livello della scala del razzismo, dove al vertice (il quinto livello) si trova lo sterminio dei diversi.

Gigio Rancilio

Gigio Rancilio è il responsabile social di Avvenire. Si è occupato di spettacolo, musica e di tante altre cose. Ama la sua famiglia e, come dice il suo profilo su Twitter, ha fatto la fine della tartaruga di Lauzi (chi ha orecchi per intendere...).

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