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UN NOBEL PER LA LETTERATURA? Oltre i confini del non-ancora-raggiunto

06.10.2018

di Giuseppe Lupo

La scelta di non assegnare quest’anno il premio Nobel per la letteratura – una scelta che potrebbe far nascere illazioni e sospetti ma pur sempre da rispettare – apre il facile indovinello su chi potesse essere lo scrittore designato e come mai proprio lui al posto di altri. Voglio scansare questo equivoco e, anziché elencare uno o più nomi, capovolgere il discorso, provando a ricostruire il ritratto di autore che mi sarei aspettato venisse premiato, in relazione alle qualità che questo autore dovrebbe possedere per essere degno di tale premio. Al posto di indicare un autore voglio indicare una maschera, magari rischiando anche di trovarne una che non avrà mai un nome. Quali sono, insomma, le qualità che dovrebbero spingere l’Accademia di Svezia a scegliere?

Comincio con l’escludere ogni forma di generalizzazione letteraria, ogni indagine sui testi, ogni tentativo di classificare una tipologia di scrittura distinguendola da altre. Su questo argomento è meglio essere chiari: tutte le forme del romanzo funzionano in relazione al loro aderire o non aderire al tempo in cui si generano. E inoltre do per scontato che non sia tanto determinante il panorama degli argomenti trattati dal nostro autore, piuttosto il valore e la dimensione che egli attribuisce al fare letteratura, alla scrittura come funzione vitale dell’essere al mondo, dunque come prima e ultima chance che gli uomini hanno per dare significazione al loro esistere. Quel che desidererei ricevere da uno scrittore insignibile del Nobel è la percezione che tutte le storie da narrare sono potenzialmente valide, ma si distinguono sulla base di elementi che paradossalmente esulano da ciò che narrano. Questi elementi permettono di accedere nel territorio che sta oltre il racconto, in quella zona assai più luminosa entro cui spesso i personaggi non arrivano, bloccati da una condizione di debolezza congenita o di manifesta inferiorità nei confronti delle aspettative universali.


Tutti attendiamo l’opera che ci dia una lettura di noi all’altezza di questi anni. Tutti siamo curiosi di leggere quel determinato libro – il libro con cui abbiamo appuntamento da una vita – in cui riconoscerci come singoli individui e poi, ancora più, come comunità che occupa un determinato segmento di tempo. Un libro come la Commedia di Dante o come il Don Chisciotte di Cervantes o come l’Ulysses di Joyce, tanto per fare un esempio, un’opera-mondo che abbia la forza di rappresentare noi oggi chi siamo, dentro un qui e ora, al limite di quanto noi stessi siamo in grado di sopportarci come personaggi di questo nostro tempo, addirittura in una fase di rimozione per quanto ci faccia orrore specchiarci nel ritratto che di noi stessi ci potrebbe consegnare questo ideale scrittore. L’uomo non chiede solo di essere raccontato, chiede anche di essere messo alla prova, scuotersi dal torpore in cui galleggia comodamente la sua coscienza e provare a dare, in termini di civiltà e di progettualità, un’altra inclinazione all’asse della Storia. Non avrebbe alcun senso riprodurre il racconto dei fatti sulla base di un’attestazione che equivale a un’accettazione. Meglio arrischiarsi nei territori del non-ancora-raggiunto, vale a dire del non-detto: quello spazio che compete alla letteratura quando non si accontenta di essere semplicemente il resoconto di un accadimento, ma trascina dietro con sé, con l’impeto dell’immaginazione, la scommessa di un mondo nuovo.

Quando incontreremo uno scrittore capace di cambiare le sorti di ogni coscienza, capace di restituire una patina di speranza alle sorti di un’umanità che non ha mai smesso di patire il pulviscolo di un’epoca come gli anni Duemila, tanto attesa nei suoi aspetti utopici quanto deludente nei suoi risvolti apocalittici – il che significa, in un certo modo, nostalgia di un Novecento progettuale, allora forse ci troveremo di fronte al capolavoro per cui i tempi sono maturi. Un libro e un autore che siano ponti tra il nostro oggi e quel che questo oggi dovrà essere domani. Un libro dal coraggio estremo ma che tuttavia stentiamo finora a individuare negli scaffali delle librerie.

P.S. Se proprio devo fare un nome, indicherei Amos Oz per gli stranieri e Claudio Magris per gli italiani.

Giuseppe Lupo

Giuseppe Lupo, scrittore e saggista, è ricercatore di Letteratura italiana contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. È autore, fra l’altro, di "L’americano di Celenne" (2000), "L’ultima sposa di Palmira" (2011) e "Gli anni del nostro incanto" (2017).

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