9/11 VENTI ANNI DOPO: UN BILANCIO

9/11 VENTI ANNI DOPO: UN BILANCIO

11.09.2021
di Sonia Lucarelli

11 Settembre 2001: due attacchi terroristici coordinati colpiscono il centro economico e militare degli Stati Uniti. La grande potenza è colpita al cuore, le immagini delle torri gemelle in fiamme fanno il giro del mondo, la globalizzazione del terrore ha inizio. L’onda d’u­rto è dirompente e apre una nuova fase della politica internazionale nella quale il terrorismo globale di matrice islamica diventa la maggiore minaccia alla sicurezza dell’Occidente. La prima risposta del vecchio mondo ferito è l’attacco al regime talebano e ad Al Qaeda in Afghanistan. L’intervento a guida statunitense coinvolge solo un gruppo scelto di alleati, ma ben presto vede la partecipazione a vario titolo il resto del mondo occidentale ed oltre: le maggiori potenze militari reagiscono sovvertendo il regime talebano (novembre 2001) e successivamente uccidendo il fondatore di Al-Qaeda e ideatore dell’attentato ormai noto come 9/11, Osama Bin Laden (maggio 2011).

11 Settembre 2021: da 11 giorni gli Stati Uniti e gli alleati hanno completato un rovinoso ritiro dall’Afghanistan. Dopo 20 anni di guerra, un costo stratosferico in termini economici e di vite umane (molte delle quali civili), la coalizione internazionale si ritira. Il paese resta sotto il controllo di un governo a guida talebana, minacciato esso stesso da gruppi terroristici ancora più estremisti. La via verso una nuova fase oscurantista nel martoriato Afghanistan è avviata e il mondo dà già per scontato che le attività del terrorismo internazionale riprenderanno con nuova energia, provocando morte e terrore, anche in Occidente.

 Si torna al punto di partenza? Non proprio. In questi 20 anni l’Occidente è cambiato, il mondo è cambiato, e non in meglio.

LE CONSEGUENZE

Nel giro di due anni dalla prima attivazione dell’articolo 5, l’Alleanza atlantica si spaccava sull’intervento in Iraq dando il via a una crisi transatlantica dalla quale l’occidente non sarebbe più uscito del tutto. Anche il vecchio continente si è ben presto diviso tra vecchia e nuova Europa (dell’est), sperimentando divisioni che saranno destinate a permanere anche dopo l’entrata dell’Europa orientale nelle istituzioni di sicurezza europea e transatlantica.

Sul piano internazionale le conseguenze degli interventi generati dalla lotta globale al terrore (in primis le guerre in Afghanistan e Iraq) sono state ingenti. Se è vero che Al Qaeda è uscita dagli interventi internazionali fortemente ridimensionata e se è vero che un capillare impegno anti-terrorismo ha permesso di evitare attacchi anche solo minimamente paragonabili a quelli del 2001, è anche vero che il costo economico, umano e politico è stato immane. The Cost of War Project della Brown University ha calcolato che siano morte 929.000 persone per causa diretta delle guerre seguite al 9/11 (delle quali 387.000 civili non combattenti) e varie volte altrettante per cause indirette delle medesime (il numero dei feriti, anche gravissimi, è probabilmente incalcolabile). I rifugiati sono stati 38 milioni e si sono riversati principalmente in altri paesi dell’area mediorientale, aggravando condizioni economiche già molto complesse. Il bilancio statunitense per la lotta globale al terrore ha superato gli 8 trilioni (8000 miliardi) di dollari, ai quali vanno aggiunti i bilanci degli altri 37 paesi che hanno partecipato alla missione della Nato in Afghanistan e di tutti i costi delle molte altre operazioni anti-terrorismo condotte nel mondo. Malgrado l’impegno, le organizzazioni terroristiche si sono moltiplicate, mutando natura e generando raggruppamenti con rivendicazioni non più soltanto “locali” (come nel caso dei talebani) o globali e transnazionali (come nel caso dell’Al Qaeda di Bin Laden), ma regionali e di nation-building, come nel caso di ISIS nelle sue varie configurazioni, che unisce tradizione e innovazione nell’intento di creare uno stato islamico nelle terre del califfato.

Il fallimento della maggior parte delle primavere arabe ha anche posto fine alla speranza che l’11 settembre avesse indirettamente creato le condizioni per una rivolta dal basso della società civile mediorientale contro i regimi autoritari della regione. Illusi dal proclamato sostegno occidentale alla lotta al radicalismo, vessati da una crisi economica che ha ridotto l’effetto del sostegno economico internazionale, nel 2011 i giovani di vari paesi mediorientali si erano mobilitati contro i vecchi regimi autoritari, senza però raggiungere quasi mai i propri obiettivi. Nello stesso anno l’ONU aveva anche autorizzato un intervento armato contro il regime autoritario di Gheddafi in Libia, sotto l’insegna della dottrina della “responsabilità di proteggere”.
La destabilizzazione che è seguita nell’intera regione ha creato terreno fertile per un rafforzamento dei gruppi terroristici e ulteriormente delegittimato l’Occidente e la sua retorica liberale. Particolarmente drammatico il caso della Siria, dove la primavera araba ha aperto un lunghissimo inverno di guerra civile nel contesto della quale si è posto il dilemma della scelta tra un regime oppressivo, quello di Bashar al-Assad, e gruppi armati molti dei quali legati al terrorismo internazionale. Se l’immagine dell’occidente, Stati Uniti in primis, non era mai stata particolarmente positiva in un’area del mondo che porta ancora forti tracce del colonialismo, le ripetute sconfitte rispetto al progetto di espansione della democrazia (o almeno di nation-building) degli anni seguiti all’11 settembre 2001 l’hanno ulteriormente peggiorata.

La lotta globale al terrore, però, ha anche altri vincitori sulla scena internazionale. Meno colpita dalla crisi economica degli anni 2000, e favorita da una significativa ascesa economica e politica, la Cina ha cominciato a rappresentare l’altra grande minaccia da affrontare, secondo gli analisti di Washington. Analogamente, la Russia di Putin ha sfruttato ogni arretramento statunitense per riaffermare il proprio ruolo nell’area mediorientale, come il sostegno al regime siriano ha mostrato. Analogo atteggiamento lo ha tenuto la Turchia di Erdogan.

Sul piano della politica estera, l’antiterrorismo ha permeato le agende dei paesi occidentali in modo pervasivo, con significative ripercussioni in termini di alleanze e princìpi. L’alleanza internazionale contro il terrorismo include oggi regimi autoritari e dalle scarse credenziali in termini di rispetto dei diritti umani. I partenariati in aree strategiche come il Sahel seguono sempre più l’agenda dell’antiterrorismo (e poi del controllo dell’immigrazione) che quella della cooperazione allo sviluppo. L’immagine degli Stati Uniti e dell’Occidente in genere esce delegittimata da una lotta al terrorismo condotta senza molte remore (le violazioni dei diritti umani a Guantanamo e ad Abu Ghraib sono solo due dei casi più noti), eppure senza conseguire una vittoria visibile (anche perché quella contro il terrorismo più che una guerra fatta di pallottole è una guerra fatta di intelligence e prevenzione, quindi non visibile se non quando fallisce nel suo intento).

L'IMPATTO POLITICO SULLE SOCIETÀ OCCIDENTALI

Ma l’impatto forse più significativo del combinato congiunto di minaccia terroristica e crisi economico-sociale degli anni 2008 e seguenti è avvenuto probabilmente all’interno delle società occidentali. La tesi huntingtoniana dello scontro di civiltà ha trovato nuovi proseliti e, come in una profezia che si autorealizza, si sono esacerbate tensioni inter-etniche e inter-culturali. 9/11 ha rafforzato una rappresentazione stereotipata dell’orientale come “altro” minaccioso già esistente e nota come forma estrema di “Orientalismo”, per dirla con Edward Said. La crisi economica degli anni 2000, poi, ha finito per aggiungere alla contrapposizione etno-culturale quella economico-sociale. Il ceto medio occidentale, cristiano, bianco e impoverito, ha guardato alle classi sociali disagiate etno-culturalmente altre come a una minaccia. Se il fenomeno è stato particolarmente evidente negli Stati Uniti, anche in vari paesi europei il sovranismo nazionalista si è tinto di toni etno-culturali. Vari paesi est-europei nel 2015/6 si sono opposti all’accoglienza di immigrati di religione non cristiana (particolarmente musulmana), frequentemente ventilando il rischio che l’immigrazione irregolare sia il canale di accesso di gruppi terroristici. Poco conta che gli attacchi del terrore in Europa siano stati condotti da persone nate e cresciute nel vecchio continente, più facile è rappresentarli come altro da sé, culturalmente ed etnicamente. Gli attacchi terroristici di matrice islamica da parte di immigrati arabi di seconda o terza generazione ha messo in luce i limiti del multiculturalismo nelle sue varie versioni (statunitense, belga, francese, britannica, tedesca…) e la debolezza di un occidente che non ha saputo davvero individuare una via liberale alla convivenza tra culture diverse.

L’impatto politico è stato significativo e – temo – di lungo periodo. Capaci di cogliere e fomentare le paure generate nelle società occidentali, abili imprenditori politici populisti hanno adottato una retorica sovranista, raccogliendo consenso elettorale. È successo negli Stati Uniti con Donald Trump, in Italia con Salvini, in Francia con Marine Le Pen, in Ungheria con Victor Orban, per citare solo i più noti. L’occidente impaurito, quasi in una malattia autoimmune, ha prodotto gli anticorpi al potenziale sé stesso multiculturale, aperto e liberale, indebolendosi sul fronte interno e internazionale. Una metamorfosi destinata ad avere conseguenze che vanno ben oltre i singoli leader. La politica estera altalenante e umorale di Donald Trump ha il lascito di lungo periodo di un paese con molte ferite interne che hanno priorità sulle minacce internazionali. Quelle stesse ferite hanno portato Joe Biden a non rinegoziare l’accordo con i talebani siglato da Trump e anzi dargli frettolosa attuazione, portando gli Usa fuori dal territorio afghano, peraltro in modo maldestro e unilaterale. Agli alleati non è restato che seguire, dichiarando di prodigarsi a protezione dei diritti delle donne afghane, ma di fatto generando una tragedia dalle dimensioni ancora da valutare.

Il risultato non sarà solo la ripresa del terrorismo internazionale, ma anche una nuova ondata di sofferenza nel Paese e nella regione, un esacerbato scontro tra gruppi jihadisti, un massiccio flusso di profughi sui quali le cancellerie europee torneranno a scontarsi e su cui i leader populisti riguadagneranno probabilmente terreno dopo la fine della pandemia da covid 19.

Un occidente più debole e frastagliato, un mondo meno sicuro, un ordine liberale più delegittimato e il rischio di una nuova ondata di populismo sovranista che minaccia la tenuta delle istituzioni europee e democratiche.
Tutto sommato, un ventennio che difficilmente potremo dimenticare.

Sonia Lucarelli

Sonia Lucarelli è professoressa ordinaria dell’Università di Bologna, membro del Consiglio direttivo del Forum per i problemi della pace e della guerra e dell'Istituto Affari internazionali. È responsabile per Unibo del Memorandum tra Unibo e Allied Command Transformation della NATO, e della partecipazione di Unibo al consorzio Europaeum. È stata Membro residente dell’Istituto di Studi Avanzati di Bologna e Jean Monnet Fellow dell’istituto Universitario Europeo. Tra le sue aree di competenza: politica estera dell’UE; sicurezza europea; identità e politica estera; migrazioni e giustizia globale. Ha una lunga esperienza di coordinamento di progetti internazionali, tra i quali: GLOBUS: Reconsidering European Contributions to Global Justice (EU Horizon 2020 – Team leader); PREDICT (NATO grant – Coordinator); Network of Excellence GARNET (EU VI FP - Team leader) e EU-GRASP (EU VII FP - Team leader). Ha ottenuto finanziamenti per progetti di ricerca individuali dalla NATO, la Volkswagen Stiftung, Il Ministero degli affari esteri e IAI.

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