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Any Given Sunday: la Chiesa dopo il virus

16.09.2020

Con la messa in streaming è riemersa la rilevanza della “carne” per il cristianesimo. Senza rito, ci si è scoperti inadeguati: è mancata spesso la “parola sapiente”, quella che interpreta, consola, orienta, aiuta a stare con coscienza di fronte al tragico (di Silvano Petrosino, Marco Rainini, Giuliano Zanchi)

Corpo, carne, spirito di Silvano Petrosino

«Se dovessimo di punto in bianco scegliere un asse centrale, diremmo che è l’alleanza a costituire il concetto dominante della Bibbia». Così scrive Paul Beauchamp nel saggio intitolato Testamento biblico (Qiqajon, 2007, p. 22); in effetti è a partire dall’alleanza, e in particolare dall’esperienza della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, che l’autore della Genesi introduce, in un secondo momento, l’altro grande tema della Bibbia ebraica, quello della creazione. È stato possibile formulare l’ipotesi di un Dio creatore proprio a partire dall’esperienza dell’alleanza e della liberazione; o se si preferisce, è stata proprio l’esperienza della alleanza/liberazione a sollecitare il pensiero verso un’idea di creazione che non a caso mette subito in scena, e sempre contemporaneamente, sia l’onnipotenza/unicità del Creatore sia la dignità/ unicità della creatura.

Il legame tra queste due unicità – lo ripeto: è il cuore stesso dell’idea di creazione all’interno della quale si osa pensare una dipendenza, quella dal Creatore, a partire dalla quale la creatura trae la sua stessa indipendenza, vale a dire la sua propria unicità – emerge con chiarezza all’interno della stessa categoria dell’alleanza che non a caso non può essere letta e interpretata né all’interno di una mera logica impositiva (il re che è costretto ad “allearsi” con i sudditi per poter imporre i propri voleri) né all’interno di una mera logica contrattuale (i contraenti che si “alleano” per poter stipulare un determinato contratto tra di loro): l’alleanza biblica, infatti, non solo afferma il primato dell’iniziativa di Dio (è Dio che si allea con Israele e con gli uomini tutti, e non Israele che si allea con Dio: analogamente, è il Creatore che liberamente prende l’iniziativa di creare la creatura) ma rivela anche la centralità assoluta dell’alleato (Israele e gli uomini tutti: dignità che riguarda, attraverso l’elezione di Israele, ogni singolo uomo in quanto tale) con il quale Egli si allea. Di conseguenza non si può fare a meno di riconoscere come una simile alleanza venga tradita non solo quando, disubbidendo, ci si sottrae esplicitamente al legame ch’essa stabilisce, ma anche quando, magari obbedendo, non ci si sforza di cogliere il senso a cui tale legame allude, misconoscendo così del tutto la dignità dell’alleato che l’alleante istituisce nell’istante stesso in cui prende l’iniziativa di allearsi con lui. In altre parole, l’alleanza di Dio con l’uomo, proprio perché è un’alleanza e non una semplice relazione o un mero contratto, parla di Dio e dell’uomo, parla di un Dio (l’alleante) che, stabilendo una parola/alleanza con l’uomo (l’alleato), rende a sua volta l’uomo capace di una parola/alleanza con Dio. Gesù arriverà a determinare la natura di tale alleanza spingendo il senso del rapporto alleante-alleato fi no al culmine dell’intimità padre-figlio.

L’esperienza cristiana di Dio aggiunge altri due termini al lessico della Bibbia ebraica: incarnazione e resurrezione. L’incarnazione deve essere intesa come l’estrema forma di alleanza di Dio con l’uomo: Dio si allea talmente con l’uomo da incarnarsi in esso, da decidere di compiere la stessa esperienza dell’uomo. Questo modo di intendere l’incarnazione aiuta a non cadere nell’equivoco di intendere la venuta di Dio sulla terra come una mera “discesa”, vale a dire con una forma di generosa contaminazione – generosa e libera ma pur sempre contaminazione – dell’Alto/Santo con il basso/profano. Incarnandosi Dio certamente viene in soccorso dell’uomo ma al tempo stesso, proprio perché lo soccorre, rivela anche la dignità assoluta che questa creatura ha sempre avuto ai suoi occhi: lo soccorre proprio perché è alleato con lui, proprio perché, attraverso la sua creazione/alleanza, lo ha fin dal principio reso degno di essere un suo alleato. In questo senso tutto ciò che riguarda l’uomo, a esclusione del peccato, è degno di Dio, è talmente degno di Dio da poter diventare il luogo stesso del suo abitare; di conseguenza, la “discesa” dell’incarnazione è in veritàuna “elevazione” ma non tanto nel senso del portare in alto ciò che sta in basso, ciò che è inferiore, quanto piuttosto nel senso ben più profondo e drammatico di affermare, svelare e confermare l’alto che il “basso” stesso, creaturalmente, è sempre stato senza tuttavia averne mai piena e libera coscienza. Ritorna a questo livello ciò che si diceva a proposito dell’alleanza: l’incarnazione, infatti, svela in modo clamoroso quel profondo segreto dell’alleanza che resta irrimediabilmente celato, non solo nella disobbedienza, ma anche in una obbedienza che si limita a obbedire al significato (delle Scritture e in particolare della Legge) senza tuttavia riuscire mai a coglierne il senso. È l’accusa che Gesù rivolgerà ai discepoli di Emmaus, e attraverso loro ai discepoli di ogni tempo: voi leggete ma non capite, voi vi accontentate del significato (che finite per trasformare nel fondamento stesso della vostra salvezza) senza mai compiere il passo che da esso conduce al senso.

Il nesso che lega l’alleanza/creazione all’incarnazione permette di accostarsi con maggior lucidità al tema del corpo e in particolare alla figura del “corpo glorioso” come via d’accesso all’evento della resurrezione. Che cosa bisogna intendere, all’interno del campo delimitato dalle quattro parole creazione-alleanza-incarnazione-resurrezione, con il termine “corpo”? Per rispondere a questo interrogativo ci si può far aiutare dal un altro termine, vale a dire da “carne”. Quest’ultima, nell’irriducibile resistenza ch’essa oppone a ogni identificazione con la pura “materia” e con il semplice “corpo fisico”, rinvia al tutto dell’uomo e non deve mai essere assunta in relazione a un aspetto particolare, qualunque esso sia, dell’esperienza umana. A tale riguardo Xavier Léon-Dufour afferma: «[...] agli occhi di taluni la condizione carnale dell’uomo sembra un’inferiorità, e persino un male. Questo pensiero non deriva, se non molto indirettamente dalla Bibbia, la quale di fatto non considera mai la carne come intrinsecamente cattiva [...] la carne è stata creata da Dio, la carne è stata assunta dal Figlio di Dio, la carne è trasformata dallo spirito di Dio [...] per il Nuovo Testamento come per l’Antico l’uomo non viene inteso come composto di due elementi distinti [...] ma è colto nell’unità del suo essere personale. Affermare che è carne significa caratterizzarlo attraverso il suo aspetto esteriore, corporeo, terreno, attraverso ciò che gli consente di esprimersi attraverso questa carne che è il suo corpo e che caratterizza la persona umana nella sua condizione terrestre» (Dizionario di Teologia Biblica, Marietti, 1976, p. 149).

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Silvano Petrosino

Silvano Petrosino (Milano 1955), studioso di filosofia contemporanea, si è occupato prevalentemente dell’opera di M. Heidegger, E. Lévinas e J. Derrida. Oggetto dei suoi studi sono la natura del segno, il rapporto tra razionalità e moralità, l’analisi della struttura dell’esperienza con particolare attenzione al rapporto tra la parola e l’immagine. Insegna Filosofia della comunicazione presso l’Università Cattolica di Milano. Il suo ultimo libro, pubblicato da Vita e Pensiero, è "Contro la cultura".


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autore: Silvano Petrosino, Marco Rainini, Giuliano Zanchi
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