Campagna di Russia, mito fondante da rivedere

Campagna di Russia, mito fondante da rivedere

15.09.2021

La narrativa della ritirata dell’Armir rappresentò in qualche modo l’ultima grande epopea militare pienamente e trasversalmente “italiana”. Ed è giunta sino a noi celebrata quasi come la Resistenza e più della Grande guerra. Una vicenda storica da riesaminare.

Di Paolo Malaguti

 

La narrativa della ritirata di Russia rappresentò in qualche modo l’ultima grande epopea militare pienamente e trasversalmente “italiana” (si pensi all’abbondanza di riferimenti, solo in Rigoni Stern, alle diversità dialettali dei soldati, dagli abruzzesi ai lombardi, dai veneti ai piemontesi), e fu in grado di raccogliere tanto le prospettive antifasciste (i soldati mandati al macello dal regime), quanto quelle anticomuniste (i sovietici che massacrano gli italiani sui campi di battaglia, o li fanno morire di fame e di freddo nelle lunghe marce verso i campi di prigionia), tanto le simpatie militariste (basti pensare al mito degli Alpini che lì, sulle nevi di Russia, ottenne una consacrazione nazionale ancora più profonda di quella già ottenuta nelle trincee della Grande guerra) quanto quelle antimilitariste (si veda, ad esempio, la celebre pagina del Sergente che narra l’incontro imprevisto con i soldati russi nell’isba). Insomma, al di là del valore letterario e umano delle opere in questione, pare quasi che, ai fini della coscienza collettiva, la ritirata di Russia sia servita all’Italia per “guardare altrove”, per continuare quell’operazione di rimozione che consentì agli italiani di non elaborare fino in fondo il lutto del fascismo e di risolvere le complessità della lotta partigiana sotto il comodo tappeto delle amnistie, e sull’altare irrigidente di una sacralizzazione laica che impedì (e spesso continua a impedire) di ritornare con serenità su certe pagine più complesse. Ogni Paese ha fame di miti fondativi. E, a parte Garibaldi, gli eroi risorgimentali da sempre godono di scarso appeal popolare, nonostante la profusione di piazze dedicate a Cavour e a Mazzini. Arrivò la Grande guerra, e il mito della Vittoria fu il primo, tragico ma efficace collante per l’Italia. Infatti tra il ’19 e il ’40 arrivarono puntuali iniziative editoriali di ogni sorta, dai commentari dei generali alla memorialistica più spicciola, fino a una collana di guide del Touring Club intitolata “Sui campi di battaglia”. Dov’è finita questa messe di pubblicazioni? È rimasta in larga parte nel setaccio della Storia: dopo il ’45, la Grande guerra non fu più pienamente utilizzabile, o non come prima, per il massiccio (e ancora oggi visibile) lavoro di appropriazione ideologica operato dal fascismo su quel conflitto già dal ’22 («Sire, vi porto l’Italia di Vittorio Veneto» pare siano state le parole di Mussolini al Re all’indomani della marcia su Roma). A controprova, basti considerare l’esiguità dei libri sulla Grande guerra arrivati fino a noi. Forse solo due noti al grande pubblico, Il porto sepolto di Ungaretti (ma in quanto poesia meriterebbe un ragionamento a parte) e Un anno sull’altipiano di Lussu (ma non a caso: romanzo scritto da un antifascista, e con chiari intenti di denuncia della follia della guerra). Pochi sono gli altri nomi che si possono fare, e già ci portano nel territorio degli addetti ai lavori: Jahier, Slataper, il D’Annunzio del Notturno, Frescura… E così la ritirata di Russia, nuova Caporetto, divenne quel crogiuolo di sangue nel quale riconoscersi come comunità, al di là delle differenze regionali o ideologiche.

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Paolo Malaguti

Paolo Malaguti

Paolo Malaguti è nato a Monselice (Padova) nel 1978. Attualmente lavora come docente di Lettere nella provincia di Treviso e di Vicenza.

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Campagna di Russia, mito fondante da rivedere
autore: Paolo Malaguti
formato: Articolo
La narrativa della ritirata dell’Armir rappresentò in qualche modo l’ultima grande epopea militare pienamente e trasversalmente “italiana”. Ed è giunta sino a noi celebrata quasi come la Resistenza e più della Grande guerra. Una vicenda storica da riesaminare.
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