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Gli intellettuali laici davanti al sacro

18.11.2019

Una rilettura della posizione di alcuni scrittori e critici italiani della seconda metà del Novecento: da Sciascia a Pasolini, da Chiaromonte a Fortini, da Pampaloni a Manganelli. Un’apertura che denota una passione per l’uomo anche fuori dall’ortodossia.

di Filippo La Porta

Molti dei maggiori saggisti italiani della seconda metà del Novecento, tutti di formazione e cultura laica, hanno avuto una “apertura” significativa verso il sacro, verso le tematiche del nascosto e dell’innominabile. Penso a Nicola Chiaromonte, Geno Pampaloni, Pier Paolo Pasolini, Franco Fortini, Leonardo Sciascia, e perfino a Giorgio Manganelli, un intellettuale che ha fatto dell’ironia scettica e corrosiva la cifra di qualsiasi suo articolo e intervento pubblico. A proposito di Manganelli vorrei subito ricordare una lettera straordinaria del 1973 alla cognata, dopo la morte dell’amato fratello. Per l’autore, che coltivava una passione per i generi retorici, potrebbe rientrare nelle Consolationes di Seneca. Nella lettera scrive tra l’altro che Dio, questa parola «terribile antica», va forse pensata come un «luogo»: «L’unico luogo nell’universo in cui noi tutti siamo da sempre a sempre; noi, i vivi e i morti, insieme», un luogo che ignora il tempo, «che è impossibile affollare e impossibile disertare». E ancora, precisa qualche riga dopo: «Quel luogo potrebbe essere un tappeto, una trama infinita di segni, e che tutti insieme formano quel misterioso disegno, completo e perfetto, al cui completamento attende l’eternità» (Circolazione a più cuori. Lettere familiari, Aragno 2018). Mentre Geno Pampaloni, in una delle tante recensioni all’opera di Montale, dichiara tutto il suo anti-storicismo e anti-crocianesimo proponendo una fede ostinata nell’assoluto della coscienza umana, aperta però – e sottolineo questo passaggio – alla «nozione di un valore che supera il tempo» (Il critico giornaliero, Bollati Boringhieri 2001). Si tratta di una sensibilità non lontana dalla puntualizzazione di Wittgenstein, nel Tractatus: «Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppur toccati». Quanto a Fortini si potrebbe solo osservare che ha passato la vita a ricordare come il marxismo avesse delegato volentieri al più angusto positivismo ogni discorso sul limite oscuro dell’esistenza. E a proposito di Kafka osservò che ci ha indicato «con inflessibile energia le intermittenze nel tessuto della realtà e le lacune dell’Essere» nelle quali «Kafka uomo si perdette». (Capoversi su Kafka, Hacca 2018, ma si tratta di un testo uscito originariamente su rivista nel 1946). Soffermiamoci ora su Sciascia e soprattutto su Chiaromonte, un saggista molto amato dal cenacolo newyorchese delle Hannah Arendt e Mary McCarthy ma deplorevolmente ignorato nel nostro Paese.

Di Sciascia – la cui opera narrativa e saggistica è disseminata di interrogativi sull’enigma insolubile dell’esistenza (infatti ha usato l’involucro esteriore del “giallo” per poi scardinare e parodiare il genere, e mostrare che non c’è mai vera soluzione!) – mi limito a ricordare una relazione all’Università di Padova, nel febbraio 1984, sull’«Ateismo degli italiani» (e anche se innumerevoli sono le figure di Dio nella sua opera, quasi sempre intrecciate con la questione della giustizia). In quell’occasione si dichiara ateo incoerente, richiamandosi a Gide, per il quale in una sola giornata accade a ognuno di vivere tutte le filosofie che sono state pensate nei secoli, e dunque «è impossibile non si insinui nella giornata dell’ateo […] il momento dell’ansietà metafisica e dello stupore o del terrore metafisico; insomma il momento in cui non si riesce o ci si dimentica di essere atei, in cui non si è più atei» (nella rivista «Todomodo», III, 2013).

Chiaromonte riteneva che un disegno divino – un potere supremo, irresistibile, un ordine cosmico – presiedesse alle sorti umane, anche se non ne sappiamo nulla. E si manifesta attraverso il caso, attraverso i piccoli accidenti della vita quotidiana. Benché non coincida con la provvidenza e il lieto fine, proprio perché imperscrutabile (di qui una sua sordità ai Promessi sposi, scambiato impropriamente per un romanzo «ideologico» ed edificante). Quell’ordine inconoscibile, quel legame tra l’individuo e l’essere delle cose forma un’unità inaccessibile. Sia lui sia Pasolini vivono nell’epoca della scomparsa del sacro. Si badi bene: non della profanazione, ma dell’estinzione del sacro. I jeans Jesus, che Pasolini volle commentare in uno degli “scritti corsari”, non profanano nulla. Piuttosto espellono il sacro dal loro orizzonte. Pasolini mettendosi a leggere Kerényi arriva alla conclusione che «non c’è “al di là”» (come invece credeva l’erudito Kerényi), «a questo si riduce l’impenetrabilità del mistero». Niente di esoterico e di segreto, proprio come pensava Chiaromonte: tutto è detto in quei simboli, nei frammenti di poesia, nelle immagini su vasi, nel simbolo della Madre e della Figlia, nel dono della spiga a Trittolemo, nel simbolo del chicco di melograno in relazione a Persefone. E tutto rivela il senso dell’esistenza, che consiste nel «distruggersi per rinascere fruttificando», nel distruggersi dando vita, nell’unione indissolubile di morte e immortalità. Pasolini osservò che il marxismo non riesce a spiegare del tutto perché Gramsci, con la sua costituzione fi sica debole, riuscisse a resistere al carcere fascista, e a scrivere tutti quei quaderni. In una lettera a Melanie von Nagel – una suora di origine austriaca che divenne la sua migliore amica e con cui ebbe un epistolario fittissimo (lui a Roma e lei negli Stati Uniti) – Chiaromonte scrive che il senso del sacro non si raggiunge con l’intelligenza: «Infatti il sacro è il non intellegibile». Però questo concetto richiede una ulteriore puntualizzazione. Serve qualche altra facoltà. Il senso del sacro coincide con il senso del limite, con «il sentimento (e la coscienza chiara) della μοῖρα, della parte, ossia di essere parte di un tutto che non si conosce». Per riconoscere quel limite, per non fermarsi prima (che è poi la mediocre saggezza che i più intendono per “ragione”) occorrono dunque l’intelligenza e il cuore, separati artificialmente tra loro nel Seicento, nel Grand Siècle. Chiaromonte ricorda a Mushka – come la chiama affettuosamente – che l’“intelligenza” di cui parla non ricerca il dominio sulle cose ma è un pensiero emotivo che entra in sintonia con le cose: «Voler capire non è voler possedere». Il tema vero dell’epistolario è il “divino”, o il “sacro” (termini non del tutto coincidenti, come vedremo), e di un valore che oltrepassi il tempo, come per Pampaloni. Già affiora nelle prime lettere: la prova ontologica di sant’Anselmo vale non come prova dell’esistenza di Dio ma come riconoscimento di una necessità del pensiero per l’uomo, senza la quale «il pensiero non può che pensare il contingente, l’occasionale».


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Filippo La Porta

 
Gli intellettuali laici davanti al sacro
autore: Filippo La Porta
formato: Articolo
Una rilettura della posizione di alcuni scrittori e critici italiani della seconda metà del Novecento: da Sciascia a Pasolini, da Chiaromonte a Fortini, da Pampaloni a Manganelli. Un’apertura che denota una passione per l’uomo anche fuori dall’ortodossia.
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